19 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Settembre 2021 alle 22:57:00

Cultura News

Il golpe alla lingua italiana

Le lingue straniere e l’uso e l’abuso che di esse viene fatto nella comunicazione quotidiana

Dante Alighieri
Dante Alighieri

Recentemente il carissimo amico, Oronzo Corigliano, pittore di ta­lento, benemerito per tante cose, tra cui il “suo” Polimuseo di Liz­zano (senza soldi e senza presun­zione di sorta), una vera gemma, è intervenuto sull’uso e l’abuso di lingue straniere ormai invasivo della nostra comunicazione quoti­diana. Il suo intervento mi spinge a qualche riflessione.

Forse si dà per scontato, o per vezzo, che, facendoci un po’ “stra­nieri”, si appaia meno provinciali e veramente internazionali, come se non lo fossimo “irrimediabil­mente” grazie a storia e nostra cultura.

Una volta l’Italiano formava le altrui parlate, fra un po’ accadrà, ma già accade, che intere fasce di cittadini saranno escluse, non solo dalla conversazione, ma addirit­tura dalla comunicazione attiva e passiva, e per paradosso non ci sarà che poco Italiano e poco “straniero”, insomma un parlare minimo, un po’ di tutto, un metic­ciato affrettato e molto gergale.

No sto qui a fare il “parruccone” alla Basilio Puoti, che nell’800 tormentava i suoi allievi a scrive­re in “purissimo” italiano di 2-3 secoli prima, per restare puri, in­contaminati, e netti nella lingua (ci incappò perfino Leopardi).

Una fesseria. La lingua vive sulle labbra dei parlanti per compren­dersi e comunicare. Certo è vitale e inevitabile il confronto con altre “sonorità”, ma con misura e mai con sudditanza. La lingua è forse l’unica seria testimone della stra­tificazione storica di un popolo e ogni scriteriato ed inutile … svac­camento può essere un duro colpo inferto alla continuità della comu­ne coscienza culturale.

Le immissioni dovrebbero avve­nire a colmare vuoti espressivi (e in Italiano invece c’è sovrabbon­danza di espressione). La comu­nicazione dei dati fondamentali della vita di una nazione non possono (come in occasione del Virus) essere strainfarciti di ter­mini stranieri, senza alcuna ne­cessità, escludendo molta parte della gente da un’IMMEDIATA comprensione, annullando così forse anche un diritto democrati­co: esprimersi con termini non a tutti accessibili equivale a tacere e fornirsi di potere.

L’abuso dell’Inglese-americano in ogni campo è sconveniente, quasi un attacco al cuore della demo­crazia, un golpe morale e cultu­rale, perché esclude dal rapporto naturale ed immediato l’udente con quanti comunicano.

Diceva Gaber che la democrazia è “partecipazione”: vero-falso. Prima c’è il diritto di capire in maniera netta ed immediata la comunicazione, specie quella del potere, espressa con un codice unico offerto dalla lingua comu­ne e chiara, senza “lockdown”, e tanti “codici” che obbligano al… vocabolario.

Vi propongo (mi perdonerete) un pensiero di Dante, che quanto a lingua s’intendeva, dato che in parte ce l’ha data.

Forse vi troverete dell’attualità e di come alla nostra lingua non manchi proprio nulla e anzi ha di più, forse di troppo, ed è in grado di esprimere già da secoli (la sua fu nascita adulta) quanto alle al­tre ancora non riesce.

Ecco Dante nel suo “Convivio” quando scrive del “suo” volgare, che divenne poi il nostro parlare.

«La gran bontade del volgare si vedrà; si vedrà la sua vertù, sì com’è per esso altissimi e novis­simi concetti convenevolmente, sufficientemente e acconciamente, quasi come per esso latino, mani­festare; si vedrà l’agevolezza del­le… sillabe, le proprietà delle sue costruzioni e le soavi orazioni che di lui si fanno; le chi bene agguar­derà, vedrà essere piene di dolcis­sima d’amabilissima bellezza».

Il volgare, «sarà quello pane del quale si satolleranno migliaia, e a me ne soperchieranno le spor­te piene».

Cioè una lingua ricca, di tutti e per tutti; profezia, quella dell’Ali­ghieri, di sostanziale e non forma­le democrazia comunicativa.

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