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Ciao Dino, ultimo grande tifoso del Taranto

La morte di Dino Corrente. Il ricordo del figlio Enzo

Dino Corrente
Dino Corrente

A ottantatré anni ci ha lasciati Dino Corrente, l’ultimo dei grandi tifosi di un Taranto che aveva galleggiato fra serie B e C, dai tempi di Michele Di Maggio a Luigi Pignatelli. Per tutti era “Din Bar”, per via di quell’esercizio in via Berardi, angolo via Mazzini, nel cuore di una città che sul finire degli Anni 60 andava crescendo. Un po’ per l’industria che aveva dato posti di lavoro a decine di migliaia di residenti, un po’ per i successi sportivi di una squadra che prima dei Settanta si stava af­facciando alla ribalta nazionale.

Il Taranto aveva conquistato una serie B sul campo, prima che nei tribunali. Grande tifoseria, lui il suo massimo esponente per almeno trent’anni. Dino non si accontenta­va di assistere alle gare interne, fa­ceva di più: organizzava le trasferte della tifoseria rossoblù, a ragione considerata una delle più calde d’I­talia. Lo aveva fatto per trent’anni. Con l’agenzia “Ciccimarra”, Cor­rente, concordava il numero di bus che avrebbe riempito di tifosi per non far mancare alla squadra il so­stegno anche fuori casa. Appunta­mento al mattino in piazza Ebalia, non troppo distante dal “Din Bar”. E quando la trasferta era in Lom­bardia, Veneto o Friuli, l’appunta­mento davanti alla fontana Rosa dei Venti, era a mezzanotte. «Papà era la passione fatta persona – ri­corda il figlio Vincenzo Corrente, attaccante di un Taranto in serie B e, in seguito, di Martina, Casarano, Legnano, Carpi e Civitanovese, fra gol a grappoli, promozioni e un doloroso stop – organizzava le trasferte e quando una decina di tifosi erano insufficienti a riempire e sostenere le spese del bus in par­tenza, ci pensava papà di tasca sua: mia madre Irene, conosceva il suo carattere, non lo rimproverava, lo aveva conosciuto così: il cuore per lei, la testa per l’altra sua passione, il Taranto».

CHI SI ESCLUDE DALLA LOT­TA… – Oggi, “Enzo” vive a For­migine, due passi da Modena, con sua moglie Maria Rosa. Due fra­telli, Raffaele e Angela. Quindici anni dirigente, oggi osservatore del Sassuolo. «Il mio “capo” è il gran­de Totò De Vitis, il cannoniere che con Pietro Maiellaro scrisse pagine memorabili di un Taranto che stava cominciando a credere nel salto in A; dirigente del settore giovanile dei neroverdi è Francesco Palmie­ri, altra vecchia conoscenza; bare­se, attaccante di movimento, can­noniere del Lecce per tre stagioni, poi con Bologna e Sampdoria: con lui le “giovanili” volano, vittoria nel Torneo di Viareggio, Supercop­pa, Trofeo Berretti…».

Che ricordi ha Enzo di papà Dino (Dionisio all’anagrafe). «Ricordo i preparativi per le lunghe trasfer­te alle quali non sempre potevo prendere parte per via della scuo­la al lunedì, poi la domenica allo stadio Salinella: in tribuna non ri­usciva a restare seduto, scendeva e si aggrappava alla rete metallica, fra le due panchine, e urlava; non sopportava chi tirava via la gam­ba; non lo mandava a dire, anche a costo di perdere il saluto del gio­catore che aveva richiamato a un maggior coraggio».

Dino non aveva mai smesso di pra­ticare il centro. Il suo barbiere di fiducia, in via Principe Amedeo, era rimasto Franco Zaccaria, che con Antonio Sergio, suo collabora­tore, sforbiciava e parlava di calcio. Come sfondare una porta aperta. «Se avessi avuto mille biglietti a disposizione, avrei riempito venti bus per Terni – raccontava lo stesso Dino Corrente – nel ’69 il Taran­to era stato promosso in serie B, la prima gara ufficiale era in Umbria, finì 1-1; capitano era Alfredo Na­poleoni, prendemmo gol nel primo tempo, mise le cose a posto Enrico Casini con una sventola da fuori area, mentre Bruno Beretti finì la gara con la testa fasciata, nel ten­tativo di far gol aveva dato una capocciata a un palo della porta avversaria…».

ARBITRO AVVISATO… – Ri­cordava tutto per filo e per segno, Dino. «Il sabato in qualità di tifoso – ricordava Corrente – mi recavo all’hotel “Delfino”, dove alloggiava la terna arbitrale, rivolgevo loro il “benvenuto”; al direttore di gara regalavo un quadro con rifiniture d’argento, con Castello aragone­se e Ponte girevole in vista, e…mi raccomandavo». E il più delle volte, l’arbitro raccoglieva l’invito. «La nostra è una tifoseria passiona­le – avvisava Dino – sa ammettere sportivamente la superiorità degli avversari, ma reagisce male alle ingiustizie…». Arbitro avvisato. Un Taranto salvo all’ultima gior­nata, serie B. Succedeva spesso che la squadra rossoblù scongiurasse la retrocessione sul filo di lana. «Nell’ultima gara esterna acqui­stammo tanti biglietti – rivelava – non venne nemmeno la metà dei tifosi previsti, ma avevamo investi­to in una sorta di polizza: una gita fuori porta, non ci facemmo male, finì in parità, il Taranto si era assi­curato un altro anno in serie B…». Papà primo tifoso di Enzo. Con il Legnano fra Coppa Italia e campio­nato aveva già segnato una decina di gol. L’Atalanta in quella stagione appena cominciata aveva seguito la sua veloce escalation. Già in parola con il presidente del Legnano, la società nerazzurra ad Enzo aveva sottoposto il contratto in serie A. «A novembre avrei dovuto fare le valigie – ricorda – il massimo diri­gente del Legnano mi chiese un ul­timo sacrificio: dare il più possibile nella gara prima di andare via». Ecco lo stop doloroso, l’ex attac­cante lo ricorda con la consapevo­lezza di un’occasione professionale mancata. «Giocavamo a Ravenna – racconta – c’era anche papà fra gli spettatori, successe tutto nei primi minuti: al decimo segnai un gran gol, un minuto dopo mi accasciai a terra, mi ero giocato il crociato; all’epoca fra operazione e riabilita­zione ci voleva un anno; ma tornai a giocare, più avanti incontrai To­neatto che mi volle alla Reggiana, infine smisi e mi dedicai al cal­cio in qualità di dirigente». Enzo Corrente oggi. «Collaboro con un club, il Sassuolo, strutturato come le grandi società di calcio, ne sono fiero; anche papà, grande intendito­re, era orgoglioso del mio percorso a fine carriera. Non è più il calcio di un tempo, mi ripeteva, una volta c’era più passione e meno tv e se il Taranto volevi vederlo in trasferta dovevi compiere qualche sacrifi­cio e non restare seduto nel salotto di casa: aveva ragione papà Dino, oggi è tutta un’altra storia…».

1 Commento
  1. Vincenzo 4 mesi ago
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    buon ultino viaggio caro Dino, così andrai a riformare la coppia con l’altro indimenticabile Umberto che con te collaborava ad organizzare i viaggi per le trasferte al seguito del nostro grande Taranto. Tra i tanti, ricordo quello che facemmo col treno per raggiungere Brescia. Viaggio che fu una vera odissea per via della copiosa neve che aveva interrotto tutte le vie ferroviarie. Così, arrivati a Bologna di primo mattino, rimanemmo bloccati in stazione. Dino, mi chiamò e mi disse: “Mettiti in contatto con i Vigili di Bologna per cercare di far qualcosa per poter arrivare a Brescia e riuscire a vedere l’incontro”. Detto fatto. Arrivò un Vigile, gentile e intrapendente, che contattò il personale ferroviario. Ci indirizzarono presso il treno rapido per Venezia. (rapido per modo di dire, perchè viaggiò a passo d’uomo fermandosi a tutti i passaggi a livello che per ovvi motivi erano bloccatti nei loro meccanism).i Da quì, dopo i ringraziamenti di rito, riuscimmo a partire per Venezia. Arrivati a Verona, come suggerito, scendemmo ed aspettammo il treno Venezia Milano che finalmente ci portò a Brescia e 10 – 15 minuti dal fischio di inizio della partita, riuscimmo a prendere posto nello stadio “Mimbelli” di Brescia. Esausti, infreddoliti ma contenti di essere arrivati alla meta.

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