24 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Gennaio 2021 alle 14:34:27

Cronaca News

“Nuova Ilva società benefit”, per la ripresa e lo sviluppo di Taranto


Ex Ilva

Nell’articolo “Sogno un’Ilva olivettiana, ma serve la Valutazione d’Im­patto Sanitario” (Buonasera del 15 aprile 2020) ho presentato la VIS ISTISAN 19/9

– Decreto legislativo 104/2017 come lo strumento istituzionale attraverso il quale la politica economica e sociale verrebbe subordinata alla salute delle persone e alla tutela dell’ambiente. Nel frattempo l’intera vicenda ex Ilva si è ingarbugliata ancora di più. Ritengo opportuno ragio­narne ora sugli aspetti societari, indu­striali e comportamentali, con la voglia di suggerire “a chi di dovere” un assetto aziendale capace di raddrizzare anche al­cune “storiche storture”. Mi sovvengono alcune riflessioni del compianto insigne Professore Giorgio Nebbia col quale ho avuto l’onore di una certa consuetudine. In una e-mail del 12 gennaio 2016 mi scrisse: “Ho ripensato ai

suoi articoli sul dibattito carbone/metano e sulla sopravvivenza o sul futuro dell’Il­va di Taranto. Mi permetto di unirle al­cune considerazioni, in un momento in cui si discute molto che cosa fare. Secon­do me oltre che sulla tecnologia sarebbe importante discutere sull’intero problema dell’acciaio in Italia. Quanto è utile pro­durne, con quale distribuzione fra ciclo integrale ed elettrico, di quale qualità e per venderlo a chi? Anche alla luce di grandi turbolenze internazionali nel mer­cato del minerale e delle fonti di ener­gia. Altrimenti sono polemiche o affari finanziari che finiscono per travolgere lo stabilimento di Taranto e il futuro indu­striale della città”. Quelle riflessioni sono ancora di grande attualità, rientrano sicu­ramente nella nuova strategia di sviluppo industriale del Paese, cosa che compete al Governo, e fanno parte del dossier dei commissari di Ilva Spa in a.s. che

stanno trattando con Arcelor Mittal (o chi per essa) una partita decisiva per lo stabi­limento di Taranto.

L’Ilva “olivettiana”.

Nel dossier vorrei che entrasse anche un’Ilva “olivettiana”. Vorrei, cioè, che fosse creata una “nuova impresa”, come quelle realizzate da Adriano Olivetti, con direzione di marcia, composizione socie­taria, assetto

economico-finanziario, strutture organiz­zative e operative, il tutto reso amalga­mato e vincente da un insieme di donne e uomini accomunati dal senso di respon­sabilità, interdisciplinarietà e complessi­tà. Lo stabilimento siderurgico tarantino potrà diventare, così, un luogo in cui le persone che

partecipano alla produzione migliorano sé stesse e gli altri, dentro e fuori della fabbrica. E’ già avvenuto nelle fabbriche e nella città di Ivrea di cui Adriano Oli­vetti è stato anche sindaco. L’1 luglio 2018 “Ivrea, città industriale del XX secolo” è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Ho conosciuto la “visione olivettiana” dagli scritti di Adriano Oli­vetti e di tanti altri. Qui ne scrivo facendo man bassa di “Adriano Olivetti e la con­cretezza del possibile” di Alberto Peretti, Fabbrica Futuro, 2012. “Adriano Olivetti fece dell’azienda paterna lo strumento per la costruzione di una società di tipo nuovo, a misura d’uomo, lanciando così l’utopia sociale dell’“Ordine politico delle comu­nità”. La sua idea di impresa prevedeva il modello del consiglio di gestione in cui i dipendenti diventano soggetti attivi nell’e­laborazione strategica della fabbrica.

La fabbrica esisteva innanzitutto per cre­are e diffondere, al proprio interno e nella realtà circostante, una sempre maggiore qualità di vita, qualità che Olivetti arti­colava in valori scientifici, etici, estetici, economici: un’impresa come ‘espressione del vivere’ cui prendono parte soggetti di­versi (lavoratori, investitori, clienti, terri­torio, fornitori) ciascuno portatore di par­ticolari interessi, che però cooperano per conseguire obiettivi comuni

che vanno oltre gli interessi individuali. La fabbrica è un organismo sociale che condiziona la vita di chi contribuisce alla sua efficienza e al suo sviluppo; sostiene iniziative di “stato sociale” offerte ai di­pendenti

(abitazioni, asili, colonie, servizi medi­ci, trasporti, servizi culturali e così via), espressioni tangibili della vocazione dell’azienda alla creazione e alla diffusio­ne del ben essere dentro e fuori la fabbri­ca. Abissale la distanza dalla prospettiva dell’impresa predatoria impegnata a sfrut­tare le

risorse locali senza restituire in ricchez­za e bellezza. Olivetti si sforza sempre e ovunque di radicare la fabbrica sul terri­torio di riferimento, al fine di farlo cre­scere materialmente, culturalmente, este­ticamente.”

Adriano Olivetti morì misteriosamente nel 1960, in treno da Milano per Losanna, quando era diventato un leader mondiale nel campo dei computer. Il declino dell’a­zienda fu determinato da scelte imprendi­toriali e finanziarie assunte subito dopo la sua morte.

La “Nuova Ilva” come Società Benefit.

La “visione” di Olivetti ha prodotto un esperimento politico, economico, sociale e industriale che oggi rientra sulla scena italiana ed internazionale come “svolta del capitalismo”. L’Italia, prima in Europa, a gennaio 2016 ha introdotto nel proprio ordinamento la “Società Benefit” analoga alla statunitense “Benefit Corporation”: trattasi di una forma giuridica virtuosa e innovativa che fa parte della “svolta del capitalismo”. La Società Benefit rap­presenta una evoluzione del concetto di azienda societaria: la società tradiziona­le esiste con l’unico scopo di distribuire dividendi agli azionisti, la società benefit invece integra, statutariamente, il profitto con lo scopo di ottenere un impatto po­sitivo sulla comunità umana e sulla vita animale e vegetale.

Nell’estate del 2019 negli USA è stata pub­blicata, da parte della Business Roundta­ble (Tavola Rotonda delle Imprese), “una nuova Dichiarazione sullo scopo di una società” firmata dai 181 amministratori delegati delle più grandi imprese USA, spesso multinazionali. “Essi si impegnano a guidare le proprie aziende a beneficio di tutte le parti interessate – clienti, dipen­denti, fornitori, comunità e azionisti – ed esortano gli investitori leader a sostenere le aziende che costruiscono valore a lungo termine investendo”.

In conclusione, se la “nuova” società che subentrerà nella proprietà e gestione dell’ex Ilva di Taranto assumesse la confi­gurazione di una Società Benefit, potreb­be nascere un nuovo fecondo rapporto tra impresa e territorio, un nuovo consenso che superi o quanto meno riduca le opi­nioni negative di parte della popolazione tarantina sulle sorti dello stabilimento ex Ilva. E si potrà pensare con ottimismo alla ripresa economica e allo sviluppo della città.

E’ quanto pensano Pontificia Università Antonianum, ASKESIS Il bene comune è

impresa, Costellazione Apulia, Centro di Cultura “Giuseppe Lazzati” di Taranto e Camera di Commercio di Taranto che, ar­gomentando sulla possibile soluzione del­la vicenda ex Ilva, raccomandano ufficial­mente al presidente Conte di “porre mano alla saggia scelta innovativa” rappresenta­ta da una “Nuova Ilva Società Benefit”.

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