25 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 25 Ottobre 2021 alle 10:38:00

J. Wolfgang Goethe
J. Wolfgang Goethe

Il primo a venire in Italia fu Johann Ca­spar Goethe (1710 – 1782), figlio di un ricco borghese e padre del grande poeta Johann Wolfgang (1749 – 1832), era un ‘doctor iuris’. Possedeva una biblioteca ricchissima per quei tempi, circa 1500 volumi. Si comprò il titolo di consigliere imperiale e sposò a 39 anni la figlia del sindaco di Francoforte, Elisabeth Textor, che ne aveva 17. Dall’unione raggiunsero l’età adulta i figli Wolfgang e Cornelia. Scrisse in italiano ‘Viaggio per l’Italia’, resoconto del suo viaggio fatto nel 1940. L’opera fu pubblicata per la prima vol­ta da Arturo Farinelli in due volumi nel 1932, a cento anni dalla morte (1832) del figlio Wolfgang, per incarico della Reale Accademia D’Italia. Ma da dove e da chi aveva appreso l’italiano, che fece studia­re anche ai due figli? Fu un monaco pu­gliese, Domenico Giovinazzi – ne parla il Croce nel secondo volume della sua mo­nografia sulle opere di J. Wolfgang Goe­the – che insegnò ai Goethe l’italiano. D. Giovinazzi era nato a Castellaneta il 14 – 4 -1693. Fu monaco in San Domenico di Putignano. Imprigionato perché accusato non si sa bene di cosa, fuggì dalla prigio­ne e via Napoli raggiunse la Svizzera (tra il 1719 e il 1723). Lì si sposò e abbrac­ciò la religione protestante. Nel 1723 si trasferì in Germania, a Francoforte, dove per vivere dava lezioni di italiano. Morì poverissimo dopo il 1762. Fu ben accolto in casa Goethe. Forse canticchiava po­esie del Rolli (‘Solitario bosco ombro­so…) e canzoni popolari pugliesi, se Be­nedetto Croce ne ha trovato qualche eco nelle prime poesie di Wolfgang. Alcuni studiosi hanno visto la vita un po’ mi­steriosa di Giovinazzi adombrata nella figura, anch’essa misteriosa, del vecchio arpista nel romanzo ‘Anni di noviziato di Gugliemo Meister’, che va errando per terre tedesche, dopo essere fuggito da un convento italiano.

Torniamo ora a Johann Caspar. Il suo ‘Viaggio per l’Italia’ è stato tradotto per la prima volta in tedesco nel 1986: ‘Rei­se durch Italien im Jahre 1840’ (DTV Verlag, München 1986). A trent’anni, non ancora sposato, venne in Italia. Il volume si articola in 42 lettere, indi­rizzate a un personaggio chiamato, a volte,’vossignoria’, nelle quali esprime le sue considerazioni sui luoghi visti. Visi­terà molte città, ma non si spingerà a sud di Napoli.

Da uomo colto le sue descrizioni sono precise, ma spesso pedanti. Nulla però sfugge al suo sguardo. Oscilla, a volte, tra dilettantismo ed erudizione ed è stato notato che alcune delle sue annotazioni sono di seconda mano. Non pensò mai di pubblicarlo, ma voleva utilizzarlo a fini istruttivi per la famiglia, per questo non curò molto la sua stesura in italiano. Tra­smise al figlio Wolfgang l’entusiasmo e la curiosità di conoscere l’Italia, facen­dogli studiare anche l’italiano, accen­dendone la fantasia non solo con le sue parole, ma anche con le stampe di Roma con le quali aveva ornato la sua stanza e con le carte geografiche su cui si poteva seguire il suo itinerario in Italia, ma non gli trasmise, fortunatamente, il suo anti­semitismo.

Suo figlio J. Wolfgang partì nel 1786 alle 3 di notte, di nascosto, da Karlsbad. Nessuno doveva sapere della sua fuga. Viaggiò sotto falso nome, perché, se fos­sero sorti problemi, non sarebbe stato coinvolto il Ducato di Weimar di cui era ministro, ma anche perché il suo notis­simo romanzo ‘Werther’ era stato con­dannato dalla Chiesa, in quanto – si dice­va – spingeva al suicidio. La sua attività di ministro a Weimar aveva soffocato la sua ispirazione e sperava in Italia di ‘rinascere’ artisticamente. La conosce­va già indirettamente dalle parole del padre. Non tanto l’Italia rinascimentale cercava, ma quella greca e romana da lui poi immortalata – prima che venisse in Italia- nella ballata ‘Conosci tu il pae­se dove fioriscono i limoni’…, dove con l’ultima strofa la poesia viene inserita in uno schema mitico, tipico -secondo Propp – delle fiabe.

Il paesaggio muta, non più sereno e sola­re ma cupo: monti, acque che precipitano giù, caverne dove si nasconde ‘l’antica stirpe dei draghi’ a guardia delle fron­tiere per proteggere il reame, nel nostro caso l’Italia. Il viaggio di Wolfgang durò quasi due anni. Visitò molte città del nord e del centro, si fermò a lungo a Roma, poi si spinse partendo dalla Campania fino in Sicilia, ignorando la Puglia. Su tutto ciò che vedeva e gli interessava , compre­sa la natura e il paesaggio, espresse giu­dizi precisi e molto puntuali. Vedeva nel paesaggio un riflesso dell’arte e nell’arte un riflesso del paesaggio. Lo interessa­va anche il modo di vivere della gente. Ma non tutte le annotazione e i ricordi confluiscono nel suo ‘Viaggio in Italia’, pubblicato completo nel 1829. Scelse ac­curatamente ciò che voleva pubblicare, perché voleva dare di sé un’immagine serena e tranquilla.

È merito di uno storico e germanista ita­liano, Roberto Zapperi (‘Una vita in in­cognito. Goethe a Roma’, Torino 2000), aver rovistato a Weimar tra le carte non pubblicate e aver tracciato un nuovo qua­dro della vita del poeta, soprattutto a Roma, con documentazione inoppugna­bile, portando alla luce amori nascosti e ignorati dagli studiosi. Ha così documen­tato la reale esistenza di Faustina cele­brata nelle ‘Elegie romane’.

Quello che emerge, è un Goethe che par­la italiano,veste come gli italiani, tra­scorre ore all’osteria di Via Condotti , fa la corte alla figlia dell’oste, cerca contatti in ambienti popolari, evitando la ‘buona’ società, ma non rivela il suo vero nome. Si fa chiamare ‘Signor Filippo Möller’. E’ spesso in compagnia del pittore Ti­schbein che gli fa da Cicerone.

Wolfgang Goethe tornò ancora in Italia. La seconda volta arrivò fino a Venezia, la terza si fermò al confine. L’esperienza del primo viaggio era stata unica e irri­petibile.

Con occhio disincantato non abbagliato dal mito, il poeta vede un’altra Italia,forse quella vera: ‘polvere nelle strade, truffe al forestiero, animazione, ma non ordine e disciplina’, diffidenza verso gli altri…”Das ist Italien nicht mehr, – das ich mit Schmerzen verlieb” (‘Questa non è più l’Italia – che lasciai con dolore’) dirà. Il mito ‘rigeneratore’ del viaggio in Italia cominciava a crollare.

Anche suo figlio August (1789 – 1830) farà un viaggio in Italia e scriverà un re­soconto del suo viaggio verso il sud (‘Auf einer Reise nach Süden. Tagebuch, 1830). Partì nell’aprile del 1830, non era in con­dizioni fisiche e spirituali buone. Anch’e­gli pensava che un viaggio in Italia gli avrebbe giovato. Visitò diverse città del nord, si spinse fino a Pompei, proprio quando in onore del padre la ‘Casa del Fauno’ veniva ribattezzata ‘Casa di Go­ethe’.

Aveva vissuto all’ombra, ingombrante, del padre, tanto che non veniva chiama­to August, ma ‘il figlio di Goethe’. Solo tra la gente sconosciuta e umile, con cui venne in contatto a Roma e Napoli, ave­va riacquistato un senso di indipendenza, ma gradiva molto il vino italiano.

A Roma morì il 27 ottobre 1830 di vaio­lo, si disse. Gli amici tedeschi che si tro­vavano a Roma, lo fecero seppellire nel Cimitero Acattolico o Protestante presso la Piramide di Cestio, non lontano dalle tombe di Shelley, Keats, Gramsci e altri grandi. Accanto alla tomba fu posto un rilievo di B. Thorwaldsen. Il padre, che non aveva voluto pubblicare il resoconto del figlio August , dettò l’iscrizione in la­tino :’Goethe filius patri antevertens obi­it annor. XL. MDCCCXXX.’ (Preceden­do il padre, è morto il figlio di Goethe di anni 40. 1830). Neppure da morto venne menzionato col suo nome August.

L’Italia già col secondo viaggio del poeta Goethe viene demitizzata.

Il disincanto è completato da Heine, da T.Mann che vi scorge bellezza e morte, da R.Walser che in alcune pagine dei ‘Fratelli Tanner’ ironizza sul mito del viaggio in Italia, lo consegna al passato, lo seppellisce.

Dall’entusiasmo alla disillusione.

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