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“L’esclusa”: i pregiudizi e l’adulterio secondo Pirandello

L'esclusa di Pirandello
L'esclusa di Pirandello

“L’esclusa” è un romanzo dei pri­mi del Novecento di Luigi Piran­dello. Ancora attuale.

Marta è la protagonista ed è una presunta adultera. Rocco è il pre­sunto tradito. Gregorio è il pre­sunto amante. Dalla presunzione di una tresca si passa alla certezza dei fatti: l’esclusione.

Andiamo alla trama. Marta è una giovane e brillante ragazza di pro­vincia, sposata con il ricco Rocco Pentagora. L’avvocato Gregorio Alvignani è un ammiratore segre­to di Marta e di tanto in tanto le in­via delle lettere «innocenti» nella forma, ma non nelle intenzioni. Il contenuto delle lettere è vario: dai massimi sistemi ai moti del cuore. Quando la scrittura scivola nel ro­manticismo Marta sorvola.

«Delle frasi d’amore non s’era cu­rata, o ne aveva riso, come di su­perfluità galanti e innocue. S’era insomma impegnata tra loro due una polemica puramente senti­mentale e quasi letteraria, la quale era durata così circa tre mesi, e di cui forse, sì, si era un po’ compia­ciuta, nell’ozio, nella solitudine in cui la lasciava il marito. Curando la forma, scegliendo le frasi come per un componimento scolastico, era orgogliosa di fronte a se stessa di quel segreto duello intellettuale con un uomo quale l’Alvignani, avvocato di grido, lodato, ammira­to, corteggiato da tutta la città, che si preparava a eleggerlo deputato».

Marta è istruita, è sensibile. L’i­struzione e la sensibilità sono un lusso che una donna non può per­mettersi in quel tipo di società. Forse anche in quella attuale.

«L’irrompere del marito nella ca­mera, mentr’ella leggeva la lettera, nella quale per la prima volta l’Al­vignani s’era arrischiato a darle del tu, la scena violenta che n’era seguita, l’aveva stupita e spaventata tanto più, in quanto che si sentiva, leggendola, affatto calma e indif­ferente. Innocente, diceva lei».

La parola è la colpa di Marta. Roc­co fa il processo alle intenzioni. Deduzioni errate.

«A ogni donna onesta, che non fosse brutta, poteva capitar fa­cilmente di vedersi guardata con strana insistenza da qualcuno; e se colta all’improvviso, turbar­sene; se prevenuta della propria bellezza, compiacersene. Ora a nessuna donna onesta, nel segreto della propria coscienza, sarebbe sembrato di commettere peccato in quell’istante di turbamento o di compiacenza, carezzando col pensiero quel desiderio suscita­to, immaginando in uno sprazzo fuggevole un’altra vita, un altro amore… Poi la vista delle cose attorno richiamava, ricomponeva la coscienza del proprio stato, dei propri doveri; e tutto finiva lì… Momenti! Non si sentiva forse ciascuno guizzar dentro, spesso, pensieri strani, quasi lampi di fol­lia, pensieri inconseguenti, incon­fessabili, come sorti da un’anima diversa da quella che normalmente ci riconosciamo? Poi quei guizzi si spengono, e ritorna l’ombra uggio­sa o la calma luce consueta».

Si abbandonano i pensieri e si ri­torna all’ordinario noioso e sereno.

«Senza volerlo, senza sapere pre­cisamente in qual modo, si era trovata presa, avviluppata in un intrico».

Rocco, quindi, scopre le lettere e caccia da casa la moglie dalla quale aspetta un bambino. Uno scandalo nel paese. Siamo in una cittadina della Sicilia. Marta deve inventarsi una nuova vita. L’esclu­sa diventa l’emancipata.

Nel paese tutti si sentono feriti da qualcosa che non è accaduto. Come cantava il buon Faber «Si sa che la gente dà buoni consigli sen­tendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio». Il romanzo mette in vetrina una variegata tipologia di Cristi pronti a sentirsi offesi da quella che è la vera povera Crista offesa.

Così succede nelle società bac­chettone e ipocrite. Sempre è stato e sempre sarà.

La verità è solo una: la verità è in­conoscibile. Si possono cogliere solo delle proiezioni, delle porzio­ni.

Ciascuno per quello che è il suo punto di vista presume di aver ra­gione. Se questa presunzione non provocasse privazioni ed esclusio­ni sarebbe innocua. Invece la pre­sunzione della ragione e del torto impartisce colpe e meriti a casac­cio. Sorveglia e punisce.

Marta è convinta che Rocco sbagli continuando a sostenere la propria innocenza. Rocco, partendo da al­cune circostanze, invece è certo di essere stato tradito e pensa di esse­re nella ragione nell’allontanare la moglie. È tanto convinto che poi, col tempo, ritornerà sui suoi passi pur sapendo che Marta, dopo l’esi­lio, ha realmente avuto una storia con l’avvocato Alvignani. L’amo­re e la vita creano intrecci impre­vedibili. Confondono le vittime e i giustizieri.

«Ma perché doveva essere una vittima, lei? Lei che aveva vinto? Una morta, lei che faceva vivere? Che aveva fatto, lei, per perdere il diritto alla vita? Nulla, nulla… E perché soffrire, dunque, l’ingiusti­zia palese di tutti? Né l’ingiustizia soltanto: anche gli oltraggi e le calunnie. Né la condanna ingiu­sta era riparabile. Chi avrebbe più creduto infatti all’innocenza di lei dopo quello che il marito e il padre avevano fatto? Nessun compen­so dunque alla guerra patita: era perduta per sempre. L’innocenza, l’innocenza sua stessa le scottava, le gridava vendetta». Sul romanzo aleggia il motto latino «nihil-mihi-conscio», “la coscienza non mi ba­sta”. Ma cos’è questa coscienza? «È la gente in me, mia cara! Essa mi ripete ciò che gli altri le dico­no».

Rocco è innamorato. Implora il perdono. Il tradimento aiuta a ri­definire i rapporti di coppia dice il filosofo Umberto Galimberti.

Rocco e Marta si rimetteranno in­sieme? Per amore, per sensi di col­pa e per convenienza?

Lo scoprirete solo leggendo.

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