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Sotto il segno dei Gemelli

L’astrologia occupava un posto di rilievo fra gli interessi di Dante Alighieri

Dante Alighieri
Dante Alighieri

Non sappiamo in quale giorno preciso dell’anno Dante sia nato; sappiamo solo che nacque tra la fine del mese di maggio e la prima metà del mese del giugno, cioè sotto la costellazione dei Gemelli, per­ché fu Dante stesso a dirlo con orgoglio, riconoscendo negli influssi astrali da lui ricevuti al momento della nascita dalla co­stellazione dei Gemelli la causa della sua spiccata predisposi­zione agli studi filosofici e let­terari e il suo talento di poeta e di intellettuale. Dante credeva, infatti, nella verità dell’astrolo­gia ovvero degli influssi degli astri, influssi che condizionano, senza determinare, i caratteri, le attitudini e le scelte esistenziali degli uomini. L’uomo è libero e “astra non determinant sed in­clinant”, come aveva sostenuto San Tommaso d’Aquino. Perché Dante credeva nell’astrologia?

È al reagente della storia che possiamo comprendere e valu­tare un così forte interesse cul­turale in Dante e nei suoi con­temporanei.

In Occidente l’astrologia, che nel secolo XII aveva acquista­to dignità e rilievo di scienza capace di fornire un’interpreta­zione della natura rapportata a un’idea dell’universo, raggiunge lo zenit della fortuna nel seco­lo XIII, grazie soprattutto alle traduzioni dall’arabo dei testi basilari, affermandosi progres­sivamente al sorgere di quella mentalità che Georges Duby chiama “gotica”. “L’uomo goti­co – scrive Duby- vive al centro del cosmo, vi aderisce per co­ordinazioni reciproche e ne su­bisce costantemente gli influssi in tutta la propria carne. I suoi umori sono in relazione con gli elementi della materia, il corso degli astri orienta il corso della sua vita”. E’ in questo periodo, infatti, che san Tommaso d’A­quino spiega la natura divina come ordinatrice di un’armonia tale che le cose risultano coor­dinate e coerenti fra loro, pur ri­manendo salva la loro sostanza specifica.

Nel Duecento si era affermata la figura dell’astrologo che, ben­ché compromesso da numerosi ciarlatani, era pur sempre un “magister” stimato e ricercato nelle corti o nei comuni, spes­so diplomato in qualche facoltà di arti e generalmente espres­sione di una mentalità anima­ta da una certa intraprendenza intellettuale. Federico II era “frenato” dai suoi astrologi di fiducia ospitati nella “Magna Curia”, crocicchio di culture e varia umanità; ma in particolar modo egli aveva in grande con­siderazione il leggendario Mi­chele Scotto e Guido Bonatti, i più grandi astrologi del secolo, e nulla disponeva l’imperatore che non avesse avuto prima l’au­torizzazione dei suoi astrologi cui avevano chiesto consulenza, si dice, anche illustri prelati. Ia­copo Alighieri, figlio di Dante, nel suo commento della canti­ca dell’ ”Inferno”, ricorda Gui­do Bonatti che, sulla cima del campanile di San Mercuriale a Forlì, interrogava le stelle per sapere quale fosse il momento favorevole all’esercito di Guido da Montefeltro per iniziare la battaglia, dando l’avviso al con te con un tocco di campana.

Così andavano le cose nel XIII secolo.

In vari momenti del poema Dan­te affronta il problema degli in­flussi astrali e del libero arbitrio con una perfetta coerenza di cristiano: le stelle orientano la nostra vita, indicano un percor­so segnato dalla Provvidenza che, nell’universo, niente lascia di irrelato dal suo piano di sal­vezza. Brunetto Latini, maestro di Dante, l’uomo di cultura più rappresentativo a Firenze, vuoi per la conoscenza degli astri, vuoi per la conoscenza del suo promettente alunno, aveva intu­ito il talento di Dante e l’aveva incoraggiato a proseguire nei suoi studi e nell’attività crea­tiva. Dante, infatti, nel canto XV dell’ “Inferno (vv.55-57), fa dire a Brunetto: “…se tu segui tua stella/non puoi fallire a tuo glorioso porto/ se ben m’accor­si ne la vita bella…”: se tu non cambierai il cammino che ti sei prefisso, non puoi mancare di ottenere la gloria, se ti giudicai bene nella vita terrena.

Qual era dunque la “stella” che predisponeva Dante agli studi e alla creatività letteraria? La “stella” era la costellazione dei Gemelli che, secondo la tradi­zione astrologica, orienta alle lettere, alla filosofia e alla viva­cità intellettuale. Per questa sua costellazione, i Gemelli, Dante incastona nel canto XXII del “Paradiso” i seguenti versi (112-123): “O gloriose stelle, o lume pregno/ di gran virtù, dal qua­le io riconosco / tutto, qual che si sia, il mio ingegno, / con voi nasceva e s’ascondeva vosco/ quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,/ quand’io senti’ di prima l’aere tosco;/ e poi, quando mi fu grazia largita,/ d’entrar ne l’alta rota che vi gira,/ la vostra region mi fu sortita./ A voi de­votamente ora sospira/l’anima mia, per acquistar virtute/ al passo forte che a sé la tira.”

Asceso a un cenno di Beatrice al cielo delle stelle fisse, nella costellazione dei Gemelli che brillava in cielo al momento del­la sua nascita, Dante “rinasce” prima della visione di Cristo e della Madonna, realizzando ciò che era figurato “ab aeterno”. Dante chiede ai Gemelli un po­tenziamento delle sue capacità poetiche per descrivere la vi­sione di Dio, un’invocazione, questa, che sostituisce la tradi­zionale invocazione alle Muse dei poemi e che è preghiera commossa e grata, non super­stiziosa, bensì espressione di una religiosa consapevolezza del piano provvidenziale di Dio. Dall’alto della sua costellazione Dante può guardare con vista lucida, sotto di sé, i sette piane­ti e, ancora più sotto, la Terra, piccola e ringhiosa, “l’aiuola che ci fa tanto feroci” (v.151), l’ “angustissima area” di Severino Boezio, che nell’opera “Mo­narchia” Dante aveva chiamato “areola ista mortalium”, nella quale gli uomini si sbranano, crocifissi a stolide passioni.

È una visione panoramica espressa con una poesia ad am­pio respiro dove l’indugiare del­lo sguardo e il tono di estatica meraviglia sono significati da ben sette dieresi che costella­no i versi nei punti di maggiore rapimento. Astronomi e critici hanno a lungo e invano discus­so su questi versi cercando una spiegazione plausibile e logica circa la possibilità che ha Dante di vedere dalla costellazione dei Gemelli i pianeti, misurandone la velocità; ho detto invano per­ché a questi versi non si pos­sono dare spiegazioni logiche, ma solo allegoriche: Dante può vedere tutto perché è un poeta libero dai peccati, quindi ha vi­sta chiara e acuta e ne acquista ferma consapevolezza stando nella sua costellazione che ha forgiato il suo ingegno donato­gli dalla Provvidenza con il fine di insegnare all’umanità la via della salvezza. Dopo aver con­templato l’universo, gli occhi di Dante si possono colmare della luce degli occhi belli di Beatri­ce, la Teologia, che gli annuncia la schiera dei beati che parteci­pano al trionfo di Cristo.

Dall’alto della costellazione dei Gemelli, sospesi anche noi al filo d’oro della poesia, riflettia­mo come oggi, nel volgare cir­cuito consumistico, l’astrologia sia stata spesso banalizzata e privata dell’aura religiosa e della componente filosofico-esoterica che le spettano. Eppure i piane­ti, le stelle, le costellazioni sono sempre le stesse favole lontane dei tempi di Dante, silenziosi e misteriosi teoremi della Prov­videnza e molteplici enigmi. “Tornano in alto ad ardere le favole – scrive Ungaretti-… ma venga un altro soffio. Ritornerà scintillamento nuovo”.

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