Lotta al coronavirus
Lotta al coronavirus

Nel 1973 una epide­mia di colera, scoppiata in agosto a Napoli con focolai secondari a Bari e in Puglia ed in Sardegna, terrorizzò l’Italia.

Non c’era Internet, c’era ancora il monopolio televisivo e la Rai non trasmetteva certo notiziari ven­tiquattrore su ventiquattro. Ma la risonanza dell’epidemia fu enorme.

Nelle Regioni “contaminate” fu interdetto l’accesso alle spiagge (libere ed a pagamento), furono chiuse le Università, furono chiusi cinema e teatri, l’inizio dell’anno scolastico fu rinviato a novembre inoltrato, furono distrutte le “colti­vazioni” di mitili e vietati il com­mercio e la somministrazione degli stessi (ma anche di altri molluschi, pesci e fichi…). Crollò il turismo. Si verificarono accaparramenti di limoni (considerati un blando di­sinfettante) e di disinfettanti veri e propri, venduti a prezzi stellari alla borsa nera.

Ci furono tafferugli e vere e pro­prie sommosse, specie a Napoli; le dosi di vaccino non erano suffi­cienti, e neanche il personale e le siringhe; a risolvere la drammatica situazione venne in soccorso la VI flotta americana di stanza a Napo­li, il cui personale sanitario per le vaccinazioni di massa usò le rapide ed efficienti “pistole” sperimentate in Vietnam. Si stima che a Napoli ed in Campania la vaccinazione abbia raggiunto fra il 50 e l’80 per cento della popolazione.

Inviati di grossi quotidiani del Nord si divertirono a dipingere con effet­ti splatter ed accenti razzisti Napoli e Bari e le conseguenze dell’epide­mia. Saltarono partite di calcio per­ché squadre del Nord si rifiutarono di giocare a Napoli o a Bari; altri eventi sportivi furono rinviati; così come a Bari fu rinviata l’apertura della Fiera del Levante.

Io ero iscritto al secondo anno (tec­nicamente in realtà ancora al pri­mo; il secondo scattava con l’inizio dell’anno accademico, a novembre) di Medicina a Perugia; e ricordo che come tutti gli studenti univer­sitari provenienti dalle Regioni del Sud, anche quelle dove l’epidemia non c’era, per accedere in Univer­sità – a Perugia come negli altri Atenei del Centro e del Nord – bi­sognava esibire il certificato della vaccinazione anticolerica.

Nessuno studente del Sud si sentì discriminato per questa misura di controllo e prevenzione.

Adesso, invece, in evidente crisi di nervi e delirio di onnipotenza, il sindaco di Milano Giuseppe Sala, sempre pronto ad autoattribuire a sé ed ai suoi amministrati il ruo­lo di primi della classe, minaccia i presidenti delle giunte regionali meridionali che si permettono di chiedere a quanti dalla Lombar­dia (epicentro del Covid-19 che lì, oltretutto, come in Piemonte, non è stato ancora domato) vogliano raggiungere le Regioni del Sud un certificato di negatività al Corona­virus, aggiungendo un arrogante “ce ne ricorderemo”, che poi – con­sapevole di aver innescato reazioni durissime – cerca di depotenziare.

Che cosa ricorderete, sindaco? Di avere irresponsabilmente tenuto “aperta” Milano, con slogan ed aperitivi, facendone una città con più morti, ammalati e contagiati di Wuhan? Di pretendere di viag­giare liberamente, senza nemmeno un minimo di controllo sanitario, a rischio di annullare tutti gli effetti di quel lockdown che è costato così caro al Paese tutto ed alla sua eco­nomia?

Le misure di precauzione ipotiz­zate dai presidenti regionali del Sud non sono certo sufficienti ad impedire che possano esserci casi di contagio; e certamente il perio­do di incubazione non garantisce che io, oggi negativo, non possa essere in realtà portatore del virus ancora non manifestato; ma come le mascherine ed il distanziamen­to sociale di (almeno) un metro, chiedere i risultati di un tampone a chi da zone a forte presenza epi­demica si reca in Regioni che dalla pandemia sono state appena sfiora­te sicuramente comporta una forte riduzione del rischio.

Oh, a proposito: la drammatica epidemia di colera del 1973 causò in tutto 24 morti e circa 300 rico­verati, quasi tutti a Napoli, Bari e Cagliari.

Ad oggi, il Covid-19 ha causato in Lombardia 16mila morti: la metà dei 33mila morti dell’Italia intera.

A Wuhan, l’epicentro della pande­mia, i morti sono stati 4mila.

 

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