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Capristo respinge le accuse e si dimette

L’atteso interrogatorio dell’ormai ex procuratore di Taranto, che ha presentato domanda di pensionamento

Carlo Maria Capristo
Carlo Maria Capristo

Si è difeso respingendo tutte le accuse Carlo Maria Capristo, ormai ex procuratore di Taranto in quanto ha pre­sentato domanda di pensionamento anti­cipato e di dimissioni dalla magistratura. Ieri pomeriggio in Tribunale a Potenza, dove è entrato su una sedia a rotelle, ha fornito la sua versione dei fatti al gip An­tonello Amodeo. Assistito dal suo avvo­cato Angela Pignatari, Capristo, per poco più di un’ora, ha risposto alle domande del giudice che ha firmato l’ordinanza di cu­stodia cautelare.

Capristo ha risposto alle diverse conte­stazioni, la più pesante delle quali quel­la essere il mandante della “visita” del poliziotto Michele Scivittaro in Procura a Trani al pm Silvia Curione. “Il dottor Capristo ha negato ogni addebito, esclu­dendo ogni coinvolgimento e ogni respon­sabilità e sostenendo la sua estraneità ai fatti. Malgrado le sue precarie condizioni di salute non ha voluto rinviare l’interro­gatorio di garanzia. Ha voluto renderlo, ritenendolo importante per la sua difesa al fine di poter fornire risposte adeguate a quanto gli viene contestato”. Ha dichia­rato il suo difensore, al termine del con­fronto col gip.

L’avvocato Pignatari ha spiegato anche le motivazioni della decisione di Capristo di andare in anticipo in pensione e di lascia­re anche la toga, ha 67 anni e i magistrati possono restare in servizio fino a 70. “Si tratta di una decisione dettata innanzitut­to da seri motivi di salute ma anche dalla volontà di tutelare l’immagine della magi­stratura e in particolare della Procura di Taranto dopo 40 anni di servizio nell’or­dinamento giudiziario”.

Questa mattina, l’avvocato Pignatari de­positerà il ricorso al Tribunale del Riesa­me per chiedere l’annullamento o la revo­ca dei domiciliari ai quali il magistrato è sottoposto dal 19 maggio scorso.

Capristo è stato l’ultimo degli arrestati a sottoporsi all’interrogatorio di garanzia. Prima di lui sono stati sentiti la scorsa settimana il poliziotto Michele Scivittaro le cui dichiarazioni lo scagionerebbero e i tre imprenditori arrestati. L’ispettore di Polizia, da quanto è trapelato nei giorni scorsi, si è assunto la responsabilità della “visita” nell’ufficio del pm Curione, soste­nendo che si trattava di una sua iniziativa autonoma della quale nulla sapeva il pro­curatore Capristo. L’obiettivo, è stata la tesi difensiva del poliziotto, sarebbe stato quello di avere informazioni sull’esito di un’indagine per usura scattata su denun­cia dei tre imprenditori, non di esercita­re pressioni sul magistrato per indurla a firmare l’avviso di conclusione delle in­dagini, preludio della richiesta di rinvio a giudizio. Invece il pm Curione ha chiesto l’archiviazione. Analoga la linea difensi­va degli imprenditori Giuseppe, Cosimo e Gaetano Mancazzo. Gli arrestati rispon­dono in concorso di tentata induzione in­debita ai danni della Curione, all’epoca sostituto procuratore a Trani. Secondo l’accusa, le presunte pressioni finalizzate a pilotare l’esito dell’inchiesta non sono andate a buon fine perché il giovane ma­gistrato non si è lasciato influenzare e ha informato della “visita” il procuratore Antonino Di Maio (indagato a piede li­bero) prima informalmente con messaggi telefonici e poi con una relazione. Inoltre, Capristo e Scivittaro rispondono anche di falsità ideologica e truffa ai danni dello Stato poiché, da quanto emerso dagli ac­certamenti, Scivittaro in diversi giorni risultava in servizio a Taranto mentre il suo cellulare agganciava le celle di Biton­to e zone circostanti. Saranno il gip Amo­deo e il procuratore di Potenza Francesco Curcio a valutare le dichiarazioni degli arrestati alla luce degli elementi raccolti nel corso delle indagini dai finanzieri del­la sezione di pg della Procura potentina e dalla Squadra Mobile di Potenza. Stando alla ricostruzione dell’accusa che si basa sulla testimonianza del pm Curione e sul­le intercettazioni, oltre che su documen­tazione, il contenuto delle conversazioni captate lascerebbe ipotizzare “l’esistenza di un centro di potere” a Trani da parte di un gruppo di “pubblici ufficiali e soggetti privati”, come dimostrerebbero espressio­ni come i “fedelissimi” oppure “uno del club” come veniva indicato un imprendi­tore da un ex cancelliere (non indagato) del Palazzo di giustizia di Trani.

Il presunto gruppo di potere avrebbe po­tuto contare su contatti molto importanti nelle massime istituzioni. Nelle trascri­zioni delle conversazioni intercettate il presidente del Senato ed ex consigliere del Csm Elisabetta Casellati viene de­finita dagli indagati “un’amica nostra”. Secondo uno degli imprenditori, la Ca­sellati “quando stava al Csm gli fece una bella relazione perché lui doveva andare a Bari”. Il riferimento sarebbe a Capristo che poi “è stato boicottato …dai comuni­sti di merda…”. Per una manifestazione viene tirato in ballo persino il presiden­te della Repubblica. “Abbiamo messo in cottura il presidente della Repubblica una volta”. Saranno gli inquirenti a valutare la rilevanza delle intercettazioni, parte del­le quali contenute nelle duecento pagine dell’ordinanza.

L’ordinanza contiene diversi omissis, al­cuni dei quali relativi a nomi di magistrati in un contesto in cui si parla di nomine degli uffici giudiziari. Oltre gli omissis, nelle duecento pagine ci sono anche trac­ce di altre vicende riguardanti la Procu­ra di Taranto. Una riguarda un presunta violazione del segreto d’ufficio (per un’in­dagine su reati ambientali) partita su se­gnalazione del pm Lanfranco Marazia, marito del pm Curione, all’epoca dei fatti in servizio alla Procura di Taranto e ora a Bari. Passaggi dai quali si evincerebbe che ci sono altre inchieste della Procura di Potenza.

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