21 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Giugno 2021 alle 07:06:02

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Taranto nei ricordi di Guido Piovene

Villa Peripato
Villa Peripato

I lunghi giorni del lockdown ci hanno of­ferto un’immagine inedita e quasi surreale della città: strade deserte avvolte da un pe­noso silenzio, interrotto solo dallo stridulo suono delle sirene delle ambulanze; svanito il sorriso e il calore degli abbracci, espressio­ni di un’innata socievolezza che unitamente ai doni e alle bellezze naturali sin dai tempi remoti resero questa terra “quello’ angolo di mondo che più di ogni altro allieta”, come cantò Orazio, nell’ode VI del II Libro.

Per i giovani questa insolita città deserta e oppressa dal timore del contagio è stata una prima amara esperienza di limitazione del­la loro libertà, mentre nella memoria dei più anziani ha fatto riaffiorare i ricordi di strade deserte e la paura di ascoltare improv­visamente le sirene che con suono sinistro annunciavano imminenti bombardamenti sulla città. Nella vita c’è sempre un nemico da combattere, a volte palese, a volte occulto!

Tuttavia quasi a lenire questi tristi ricor­di sono circolati in questi giorni, tramite WhatsApp, brevi filmati dedicati alla Ta­ranto vivace e con una definita fisionomia di città di provincia, colta tra gli ultimi anni del Ventennio fascista e gli inizi degli anni Settanta.

Ognuno guardando si è ritrovato in un lem­bo di quella storia e il cuore si è intenerito nel vedere l’antico tram sulle rotaie e poi i primi bus urbani, il vecchio caro Ponte girevole, le spaziose strade del Borgo non ancora intasa­te dal traffico ma con le prime automobili, le prime costruzioni lungo via Cesare Batti­sti, la Piazza della Vittoria piena di gente in occasione di cerimonie pubbliche, militari e civili, i negozi della centrale Via d’Aqui­no con le insegne d’epoca di cui sopravvive oggi solo quella della Libreria Mandese, gli eleganti Caffè e il celebre Bar La Sem, la villa comunale Peripato, l’immagine dell’an­tico teatro Alhambra, demolito per far posto all’imponente Palazzo del Governo, e ancora tante immagini di luoghi, di eventi, di per­sone (come non ricordare Amedeo Orlolla detto “Marc Poll).

Agli occhi dei giovani è apparsa una città tanto diversa da quella attuale, per gli anzia­ni c’è stato il fugace, forse nostalgico ritorno, agli anni della giovinezza.

Guido Piovene
Guido Piovene

Ora per “isfogar la mente”, come direbbe il sommo poeta, e ristorarla, non per vieto passatismo o per intento consolatorio, pren­dendo spunto proprio da quelle immagini si vuole richiamare un celebre ritratto di Taran­to che ci lasciò lo scrittore vicentino Guido Piovene, in un suo celebre “Viaggio in Italia”, composto a metà degli anni Cinquanta e re­centemente ripubblicato nel 2013 dall’Edito­re Baldini & Castoldi, a conferma delle sua validità e godibilità ancora viva.

Tra i vari diari di viaggio di altri visitatori di Taranto, i ricordi di Guido Piovene meritano una particolare considerazione, sia perché, nel tempo, sono i più vicini a noi e sia perché immuni dalla stereotipata e abusata immagi­ne della “molle Tarentum” con cui fu sempre etichettata la città dai precedenti viaggiatori.

Col giusto distacco di un osservatore acuto e l’occhio attento a cogliere, con intelligente curiosità gli aspetti e le coordinate del passa­to e i problemi della città, con le ferite non ancora del tutto rimarginate di una guerra devastante, Piovene ha colto l’animus di un popolo certamente provato dalle vicende belliche, ma incline alla gioia del vivere e al tempo stesso desideroso di intraprendere il cammino della rinascita.

“Taranto è configurata da due lingue di terra, che si protendono sul mare l’una in direzione dell’altra, come le branchie di un crostaceo, senza però toccarsi; il tratto di mare interme­dio tra le punte delle due branchie è occupa­to da un’ isola collegata ad esse da ponti… Nell’isola è la vecchia Taranto; in una delle due lingue di terra, la Taranto nuova si espan­de; per l’altra si comunica con il retroterra.

Taranto vive tra i riflessi, in un’ atmosfe­ra traslucida adatta a straordinari eventi di luce. La bellezza dei suoi tramonti sul Mar Grande è un luogo comune; ed ho assistito anch’io, come ad uno spettacolo, ad un tra­monto splendido, col sole divenuto rosso che calava veloce, simile a un’isola di fuoco che sprofondasse nelle acque. Così, dallo stesso luogo, a un grande plenilunio, con sfolgorii bianchissimi e i punti brillanti dei fari disse­minati al largo. […] Taranto è vivace e mos­sa; la sua vita stradale è euforica; vi spira un’aria esilarante, stimolante, direi cantabile. I negozi sono belli e gai, specie se dedicati alla moda maschile, forse per la presenza de­gli ufficiali di marina; così i caffè, sebbene non siano all’aperto… Le piacevoli strade della Taranto nuova sono poi decorate da ve­trine di dolci, succulenti canditi, oppure quei dolci di marzapane, coi quali si imita tutto. Oltre ai frutti della terra come in Sicilia, si vedono rifatti altri frutti…; nelle vetrine dei pasticcieri la prugna si alterna con l’ostrica, la pera con la cozza, l’orto terrestre con l’ac­quatico. Nonostante i grandi edifici di gusto discutibile del tempo fascista e la loro falsa grandezza, Taranto nuova è amabile, e la sua grazia naturale è più profonda e più forte del­la retorica. Pulita, ben illuminata ed ariosa, è un esempio di come una città possa essere bella anche se non contiene monumenti fa­mosi; … e sono allegri i suoi giardini, come il giardini pubblico che porta un nome greco, villa Peripato, con i suoi alberi così detti di Giuda, avvolti nella fioritura di una spuma violetta […].

Taranto nuova sorge su antiche tombe; via via che Taranto cresceva innumerevoli tom­be venivano alla luce, sebbene in gran parte svuotate del loro contenuto di suppellettili dai ladri”. Tuttavia annota Piovene, nono­stante le spoliazioni il sottosuolo funerario ha fornito un abbondante materiale archeo­logico tale da dare vita ad un grande museo archeologico nazionale, il più importante per lo studio della Magna Grecia.

“Col soprintendente Grassi, ho visitato il mu­seo Nazionale di Taranto; è splendidamen­te ordinato, ma necessita dì ampliarsi, per sistemare meglio il materiale archeologico che abbonda e cresce in maniera vistosa… È copioso il materiale fittile, giacché la Ma­gna Grecia lavorava l’ argilla e pochissimo il marmo…”.

Seguono altre considerazioni sulla vastità e l’ampiezza dell’area archeologica apulo-luca­na dai cui scavi altro materiale sarà destinato ad arricchire il patrimonio archeologico del­la Magna Grecia.

“La Marina è il sostegno e insieme la croce di Taranto. La città vive soprattutto di essa; le zone e gli edifici militari però la stringono, ostacolando l’ espansione e la vista del mare. Tolte le industrie agricole e la produzione dei vini per cui Taranto non cede a Bari, l’eco­nomia della città si fonda sulle industrie me­talmeccaniche formate intorno alla marina”.

Vengono quindi citati i cantieri navali Tosi, per la produzione dei sommergibili e i can­tieri minori, San Giorgio e Galileo.

“Taranto marinara giunse in tempo di guerra ad impiegare 15.000 operai. Con un’attività ridotta, con l’arsenale declinante, la disoccu­pazione si presenta grave.

Tutti quelli con cui ho parlato ritengono che esista un solo modo per risolverla almeno in parte: condurre a termine il bacino di care­naggio, giunto a tre quarti nell’anteguerra e poi abbandonato, anche per l’opposizione di altre città marinare […].

Il bacino di carenaggio, al completamente del quale l’America si è interessata, è il gran­de desiderio della città. Taranto occupa infat­ti un punto strategico, per le navi da guerra di passaggio nel Mediterraneo, e anche sulla via del petrolio: il bacino di carenaggio, che sa­rebbe il più grande d’ Europa ,potrebbe ospi­tare una grande portaerei ed alcune super-petroliere insieme. Taranto vede qui il mezzo per risollevarsi e per uscire dalla crisi”.

Un’industria più umile, che però dà colo­re a Taranto… è quella dei molluschi. Oltre che dell’economia cittadina essa fa parte del costume locale; i tarantini d’ogni ceto sono altrettanto ghiotti di frutti di mare che i pie­montesi di bollito e i lombardi di panna”. Attrattiva turistica è il Ponte girevole su un canale per cui passano giornalmente le navi andando tra il Mar Piccolo e il Mar Grande.

“Mi dicono che Taranto vecchia sarà sven­trata per motivi di igiene. […] Ma è un mo­numento per se stessa… unica in tutta Italia. La città interna è chiusa come in un guscio d’uovo. Sventrandola si distruggerebbe un tipo di città marittima di cui non ricordo al­tri esempi… Negozi piccoli espongono tra l’altro figurine sacre di gesso, che ripetono i modelli tradizionali, rappresentando le figure della famosa processione del Venerdì Santo, religiosi, crociferi e pellegrini incappucciati. Benché tirate a stampo e di poco prezzo, que­ste figure conservano una nobiltà che altrove hanno perduto.

Ma il meglio della vita di Taranto vecchia è all’aperto, sulla banchina, tra la muraglia delle case e il Mar Piccolo. È uno dei posti più vivaci dell’Italia del Sud, e non saprei trovarne di paragonabili; sembra illustrare una novella orientale, di quelle dove i pesci parlano e sputano anelli preziosi… I frutti di mare, le ostriche, le cozze, i datteri, le noci che soffiano acqua, le noci reali da cui spunta la lingua di corallo, ed i pesci, gli scorfani, le sogliole, le orate, alcuni altri affusolati, ver­di smeraldo con fiammate rubino, e con un nome popolare che non può ripetersi, si uma­nizzano, diventano personali, prendono luci e colori preziosi: è il contenuto di una grotta d’ Aladino diventato vivo. Pesci e frutti di mare, percorsi pochi metri, entrano nei ristoranti­ni affacciati sul porto e rimandano indietro dalla padella un odore di fritto. Questo por­ticciolo orientale, questa popolazione, questa popolazione di pesci e di molluschi, è uno dei miei migliori ricordi italiani; e così nell’ in­sieme il ricordo di Taranto, città di mare tersa e lieve, tanto che passeggiandovi sembra di respirare a tempo di musica”.

La Taranto descritta da Piovene e in parte vagheggiata per il futuro trova pochi riscon­tri nella città attuale. Questa realtà però va discussa in altre sedi. Ora, in questo mo­mento di difficoltà, ci consolino i colori, le luci, i profumi, i sapori di Taranto che Guido Piovene ci consegnò nelle memorie del suo viaggio in Italia, che riecheggiano, per certi aspetti, l’incanto delle Deliciae Tarentinae dell’elegante poeta umanista Tommaso Ni­colò d’Aquino.

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