28 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 28 Novembre 2021 alle 08:11:24

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Il mio incontro con Ungaretti

L’ex sindaco ricorda quando da studente fu ospite del grande poeta

Giuseppe Ungaretti
Giuseppe Ungaretti

Il primo giugno 1970 moriva Giuseppe Ungaretti, uno dei poeti più grandi del ‘900 e della storia letteraria italiana. Questo il mio ricordo personale.

Quando 50 anni fa se ne andò il mio “amico” Giuseppe Ungaret­ti fu come se se ne fosse andato un pezzo della mia vita. Correva l’anno 1968 il tempo della fine del mio corso di laurea in lettere moderne all’Università di Bari. Dovevo scegliere l’argomento della mia tesi di laurea con il mio docente di Letteratura moderna e contemporanea prof. Arcange­lo Leone De Castris. Avevo letto “Vita d’un uomo” di Ungaretti nell’edizione mondadoriana e Allegria di naufragi ed in parti­colare mi aveva colpito il titolo e le due parole chiave: “naufragio” “allegria”, un ossimoro. In auto­matico il mio pensiero va all’ulti­mo verso dell’”Infinito” “e il nau­fragar m’e dolce in questo mare” in cui la parola “naufragar” viene accostata a “dolce”. Un altro os­simoro. In Ungaretti il naufragio è “allegro” in Leopardi e “dolce”.

La suggestione del collegamento tra Leopardi e Ungaretti è irresi­stibile. Ne parlo con De Castris e gli chiedo di svolgere la mia tesi sull’argomento. De Castris mi dice che non c’è letteratura sull’argomento e che me la devo cavare da solo e comunque si ren­de necessario incontrare il diretto interessato, Ungaretti.

Grazie ad una telefonata di Anto­nio Rizzo al poeta di cui è amico fin dai tempi del Premio Taranto che mi procura un appuntamen­to incontro Ungaretti nella sua casa romana all’EUR in Via della Sierra Nevada. Busso al cancello di una villetta a due piani circon­data da magnolie, pini e fiori. Mi accoglie alla porta uno stupendo vecchio con i capelli bianchis­simi e lunghi, che sfuggono ad un copricapo a colbacco. Al col­lo una sciarpa color vinaccia su un maglione dolcevita blu. Due occhi azzurrissimi, limpidi, pro­fondi e taglienti come due lame accolgono e scrutano questo ra­gazzo spaurito che si accinge ad un’esperienza più grande di lui. Il viso rugoso di sughero è la quinta su cui si distende un sorriso inno­cente come sa essere solo quello dei poeti. Una voce roca e caver­nosa che scandisce con lentezza le parole mi prega di entrare. Saliamo le scale. Lo seguo nello studio. Si interessa a me, ai miei studi, alla mia vita privata. Cono­sco tutto di lui.

I suoi genitori toscani, Alessan­dria d’Egitto, la sua esperienza francese, le sue frequentazioni parigine: Picasso, Apollinaire, Braque, Max Jacob, Modigliani, Blaise Cendras. So del dolore irrisarcibile dell’Ungaretti padre che aveva perso suo figlio. Gira per casa Annina, una stupenda bimba dai capelli lunghi e bion­di e due occhi azzurri e profon­di identici a quelli del nonno. Si siede sulle sue ginocchia e gli ruba il cappello. La conversazio­ne entra nel vivo. Ungaretti parla dei suoi studi e del suo interesse per Leopardi. Avevo visto giusto. La mia era stata una intuizione giusta. L’Ungaretti di “Allegria di naufragi”, de “Il sentimento del tempo”, di “Vita di un uomo”, non solo aveva letto, studiato, vissuto, amato i classici Petrarca, Leopar­di, Manzoni ma addirittura li ave­va assunti come modelli, in par­ticolare Leopardi. Sono incantato da questo vecchio straordinario che parla del mio Leopardi con gli occhi semisocchiusi e quasi in trance. Non oso ovviamente in­terromperlo per le mille domande che mi si affollano tumultuosa­mente nella mente. Spezzerei un incanto. Questo grande vecchio dalle ciglia bianche, folte ed ispi­de parla, parla, parla, con gli oc­chi quasi socchiusi da cui filtrano due lame di celeste intenso.

Mi invita a pranzo. Accetto. A tavola annoto il suo modo lento e misurato di toccare il cibo ti­pico dei vecchi, le sue continue carezze alla piccola Annina, la freschezza di un uomo che mi confessa, scherzandoci sopra, di essersi innamorato a 82 anni di una donna di cinquantadue anni più giovane di lui (l’italo-brasi­liana Bruna Bianco conosciuta casualmente in un hotel di San Paolo, dove si trovava per una conferenza). L’eterna fanciullez­za dei poeti. Vorrei fissare nel­la mente tutti i particolari della giornata che sta passando troppo in fretta, trascorsa in compagnia di uno degli interpreti più lucidi e consapevoli del dramma esisten­ziale dell’uomo del nostro tempo.

Passiamo il pomeriggio ancora a parlare di Leopardi, di Petrarca di Manzoni.

L’incontro è terminato. Mi ac­compagna giù al cancello. Mi chiede di mandargli una copia della mia tesi di laurea. Un buf­fetto e “Auguri ragazzo mio per la tua vita, non per la tua lau­rea”. Ci lasciamo con una stret­ta di mano e un arrivederci. Gli prometto, e lui ne è felice, che gli avrei portato personalmente la mia tesi. Non farò in tempo. Il mio “amico” Ungaretti muore l’1 giugno 1970. Con lui se ne va un pezzo della mia vita e il ram­marico di non poter più rivedere quelle due straordinarie lame ce­lesti che erano i suoi occhi e quel suo sorriso innocente di poeta.

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