Cronaca News

Così i Sambito controllavano il “loro” territorio

Anche la produzione del film di Sergio Rubini si sarebbe rivolta al gruppo malavitoso

Una scena del film ‘Il Grande Spirito"
Una scena del film ‘Il Grande Spirito"

“Non facevamo toccare i cristiani buoni! Non facevamo toccare i cristiani. Il quartiere deve stare pulito, i cri­stiani buoni non devono essere toccati…non li devono toccare! Il quartiere deve stare sempre… poi mò…Eh… mò le nuove gene­razioni… cioè uno dice va bene, ma chi me la fa fare. E uno si ritira, e uno si ritira, però dico­no quelli l’importante è che non ci pestano i piedi…”. Parole di Antonio Sambito.

Una ‘visione’ da capo del territorio, quella che emerge dall’ordinanza di custo­dia cautelare alla base dell’ope­razione Tabula Rasa. Come si legge nelle oltre trecento pagine dell’ordinanza, Antonio Sam­bito faceva riferimento al grup­po di uomini che capeggiava come “la paranza mia” e tra i suoi grattacapi c’erano anche i cosiddetti “cani sciolti”, “gua­gliuncelli” non legati a consor­terie strutturate, che conosceva­no i boss del territorio solo per la loro fama, ma non ‘de visu’, e che però quando, trovandosi al loro cospetto, apprendevano chi fossero, subito rientravano nei ranghi. Che i Sambito fossero “punto di riferimento” nel terri­torio dei Tamburi gli inquiren­ti lo argomentano raccontando anche un episodio, quello rela­tivo alla “guardiania per una casa di produzione cinemato­grafica impegnata a Taranto”. Siamo nel 2017, il film è quel­lo diretto da Sergio Rubini, ‘Il Grande Spirito’.

Secondo quan­to ricostruito dagli investigatori e riportato dall’ordinanza: “La casa di produzione si rivolgeva direttamente ad Antonio Sanbi­to sia per un servizio di guar­diania delle attrezzature di scena che per ottenere la dispo­nibilità di taluni spazi pubblici cittadini aggirando le dovute autorizzazioni comunali”. Ri­cordando quanto accaduto anni addietro in Città Vecchia, con il famoso episodio di tentata estorsione ai danni della troupe di Lina Wertmuller, è sempre il gip D’Ambrosio a scrivere che, a seguito di quella vicenda “emergeva come fosse prassi consolidata da parte delle Case di Produzione rivolgersi a per­sone in grado di poter fornire loro una ‘sorta di copertura’ in taluni quartieri ad alto tas­so criminale”.

E Sambito “era stato indicato – verosimilmente da terze persone, allo stato non individuate – come persona in grado di ‘fornire assistenza’ sia per la ricerca di siti idonei alle riprese da effettuare, che per poter contattare le persone (proprietari, capi condòmini ed amministratori di immobili di zona) allo scopo di consentire l’accesso ai lastrici solari degli immobili dai quali poi sarebbe­ro state girate le scene”. Sam­bito stesso avrebbe ‘delegato’ il suo braccio destro Claudio Pu­gliese che in una intercettazio­ne dice “…loro mi pagano per la sicurezza loro, sui Tamburi, eh! [] io devo stare con loro per tutta la girata del film… questo è scontato”. Proprio ‘l’indotto’ del film sarebbe uno tra gli epi­sodi che “avrebbero fomentato l’astio tra il clan Sambito ed il gruppo di Nicola De Vitis” an­nota il gip che poi rileva come “allorquando nascevano delle criticità gli uomini della Pro­duzione si rivolgevano al clan, in persona di Claudio Puglie­se”. Il gruppo criminale – scrive ancora il giudice D’Ambrosio – avrebbe provveduto “a sgom­brare e transennare tratti di strada, allo scopo di consentire ai mezzi della produzione di po­ter parcheggiare ed allestire il set per le riprese sostituendosi molto spesso alla locale Am­ministrazione comunale che, in tale modo, non veniva per nulla interessata per la richie­sta – pur obbligatoria – dei vari permessi ed autorizzazioni che potessero consentire la chiusu­ra temporanea di tratti di stra­da, e la deviazione dei flussi di traffico veicolare”. “Appariva quindi evidente come, nel caso di specie, il gruppo Sambito si sia sostituito alle Amministra­zioni statali nella gestione di attività ad esse istituzionalmen­te demandate e la cui surroga­zione costituisce certamente un atto di abuso ma allo stesso tempo un’affermazione di pote­re soprattutto agli occhi della popolazione residente che così ne può riconoscere l’autorevo­lezza” scrive il gip.

La casa di produzione del film non è oggetto di indagine.

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