30 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 30 Luglio 2021 alle 05:47:00

1952: Ungaretti (a sinistra) su una barca, a Mar Piccolo
1952: Ungaretti (a sinistra) su una barca, a Mar Piccolo

“Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde // Di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesauribile segreto” . Questi versi bellissimi di “Porto sepolto”, il primo libro di poesie di Ungaretti, dicono immediatamente perché la presenza di un poeta sia così amata dalle comunità. Il “por­to sepolto è quanto di intimo resta in noi di indecifrabile”, lo conferma egli stesso in una nota. C’era nella realtà il Porto sepolto? Sì. Era un porto antichissimo, precedeva di mol­to l’epoca di Alessandro Magno ed era torna­to visibile nel mare della città di Alessandria d’Egitto. La poesia è talvolta il reale, per una scoperta, una “rivelazione”. In principio fu Ungaretti: il suo ingresso nella nostra lette­ratura provocò un rinnovamento, cosicché la modernità passa attraverso le sue liriche. Pu­rificherà il verso italiano, la parola ritrovata nella sua essenzialità.

In principio fu Ungaretti, questo vale anche per la nostra città. Tanti luoghi vantano “un giorno con Ungaretti”. Ma Taranto fu forte­mente nel suo cuore, le dedicò molti giorni, e i loro destini si incrociarono. Ungaretti co­nosceva Taranto; vi era stato nel 1933 per un servizio giornalistico sulla Puglia. Tornò qui a poco più di un anno dalla fine della secon­da guerra mondiale. L’Italia era stremata. Lo stato faticava a ricostruirsi, la debolezza dell’economia faceva vacillare le coscien­ze. Per Taranto, quando vi giunse Ungaretti (1947) valeva lo stesso discorso. Le truppe (inglesi) di occupazione sono appena andate via. C’era sì la Marina Militare, il suo Arse­nale, i cantieri Tosi, la pesca, la cultura dei mitili e le celebri ostriche. C’è l’agricoltura le produzioni di vino ed olio. Ma la guerra ha tutto compromesso, distrutto. C’è ancora il mercato nero. Le strutture democratiche si riorganizzano con grandi difficoltà. Tuttavia c’è una gran voglia di rilancio, di ripresa, di ritorno alla civiltà. Sono i giovani soprattutto in grandi difficoltà: avevano vinto la guerra ma, come aveva scritto Roland Dorgelès nel romanzo “Les Croix de bois”, solo perché ne erano usciti vivi. Taranto aveva il suo giorna­le, il settimanale la “Voce del Popolo”, antico e glorioso, che copriva la provincia e rag­giungeva la Basilicata. Nato dalla famiglia Rizzo nel lontano 1884.

Tornano i prigionieri; c’è fra loro Antonio Rizzo, giovane guardiamarina, ch’era stato imbarcato sul sommergibile Uarsciek, af­fondato dagli inglesi: è figlio del direttore della “Voce”, Giuseppe, scomparso da poco. Ha patito due anni di prigionia in Palestina. Il giovane assume – 1945 – la direzione del giornale “di famiglia” in tempi ardui (non c’era neppure la carta per stampare i gior­nali!). Il ritorno di Antonio è un imprevisto per la città. Infatti, allievo di Enrico Fermi e Levi-Civita della celebre scuola romana di via Panisperna, il suo destino era Roma e la fisica nucleare. Ma a Taranto trova il giornale e la famiglia in grande difficoltà perché l’e­purazione si è ingiustamente scagliata contro il più anziano fratello, Dino. Questo elemen­to, unito ad un suo ritrovato amore, stabilirà il suo destino.

Il Poeta parlerà di “Ragioni di una poesia”. È il maggio del 1947. I giovani accorrono all’incontro: “Conduce la memoria alla po­esia, perché essa porta l’uomo e porta la pa­rola a quell’atto di desiderio di rinnovamento dell’universo per il quale l’umanità fa sulla terra il suo lungo viaggio di espiazione”. Nel­la sala, al Circolo Unione, le parole si perce­piscono appena; soffiate. Il pubblico è con­quistato, immobile, commosso.

Come un fiammifero su un covone di paglia l’incontro accende l’animo dei giovani. Pen­sano di proseguire con la sezione tarantina della “Dante” ma incontrano una forte resi­stenza. Non vogliono perdere tempo e creano una nuova associazione culturale, il Circolo di Cultura. La carta d’intenti non è uno sta­tuto ma è la stessa Costituzione italiana. Ol­tre Rizzo c’è Temistocle Scalinci compagno di scuola, come Carmen Luzzi; e fra i soci Nicola Resta, Angelo Raffaele Pissacroja, Francesco Scarnera, Carlo d’Alessio; quando può, il cardiologo (e stimato poeta) Michele Pierri, ed il tarantino in trasferta, Giacinto Spagnoletti, impegnato con successo nella letteratura italiana. In quei difficili anni del dopoguerra il rapporto di simpatia del Poe­ta con Rizzo, si trasformò in vera amicizia. Dopo una prima ondata di conferenze, nate dai contatti di Rizzo con il mondo universi­tario romano (Giuseppe Armellini, Enrico Tucci, Alfredo Petrucci), l’amicizia con Un­garetti consente che a Taranto si realizzi un “Panorama della cultura contemporanea”: scrittori e letterati ch’erano i vertici della no­stra nuova letteratura, Gianna Manzini, Sibil­la Aleramo, Carlo Bo, Francesco Flora, Enri­co Falqui, Adolfo Oxilia, Carlo Scarfoglio. E torna Ungaretti. La parola ritorno appartiene anche al titolo della stessa conferenza taran­tina “Petrarca poeta del ritorno”, è quasi una promessa. Sono gli anni della ricerca del Po­eta verso il sentimento del tempo. Il “ritorno” ha a che fare con il dolore e con la nostalgia, e la lontananza nel tempo. La distanza conse­gna tuttavia la possibilità della memoria, dei sedimenti di quello che è il limo della civiltà, del pensiero.

Quella conferenza sul Petrarca fa nascere un sogno, creare un premio letterario di alto li­vello, “quaggiù” a Taranto, tentare “una cosa grande”. Un premio letterario conta a secon­da del valore dei componenti della giuria. Chi risolve il problema? Ungaretti: e Unga­retti accetta. Nasce il Premio Taranto “per un racconto inedito che abbia come ambiente o clima o sfondo il mare”: letteratura. Grande successo. Dal secondo anno si aggiunge un premio per la pittura, sul mare, corredato da una mostra dei quadri degli artisti.

Ungaretti è il nume tutelare dei quattro ma­gnifici anni del Premio. Sarà il miglior bi­glietto da visita per l’iniziativa. E per la pittu­ra verrà Felice Casorati. Il “Taranto” diventa da subito la più grande manifestazione del genere nel Mezzogiorno e la terza d’Italia, dopo la Biennale di Venezia e la Quadrien­nale romana. Si trasferiscono qui oltre cento personalità della cultura italiana, fra le mag­giori e la città diventa d’un colpo nota in tutta la nazione. Decine e decine di grandi articoli e servizi speciali dei maggiori giornali italia­ni saranno dedicati al Premio.

La prima giuria, con Ungaretti presidente, fu composta da Gianna Manzini, Enrico Falqui, Giuseppe Fioravanzo e Rizzo. Negli anni vide Carlo Scarfoglio, Leone Piccioni, Aldo Palazzeschi, Giovan Battista Angiolet­ti, Carlo Bo. Giunsero a Taranto i migliori giovani scrittori, e alcuni “non giovani”. Per la pittura, l’intero universo artistico italiano, quasi senza eccezioni. In quei quattro anni il premio andò due volte a Raffaello Brignetti, che in seguito si confermò il più grande scrit­tore di mare italiano, a Gaetano Arcangeli e a Carlo Emilio Gadda. Fra i segnalati troviamo Pier Paolo Pasolini, Teresa Carpinteri, Vitto­rio Sereni, Dolores Prato, Giorgio Caproni. Giunge la RAI con trasmissioni nazionali e regionali; e La Settimana Incom. Nella pittu­ra, una rivoluzione: Alberto Savinio, Umbro Apollonio, Mezio, ed i premiati Fausto Pi­randello, Gino Meloni, Renato Birolli, Bruno Cassinari, Raffaele Spizzico ecc.. Giornalisti come Attilio Bertolucci (un formidabile po­eta!), Marise Ferro, Giorgio Zampa, Mar­co Valsecchi, Antonello Trombadori, Elio Treccani, Raffaello Uboldi racconteranno le vicende. Non c’è da meravigliarsi se i vi­sitatori della mostra di pittura arrivarono ad ottantamila. Ma tutto era nato da Unga’, che quanti sacrifici fece per Taranto! A parte il lavoro gratuito: non percepì mai una lira per il Premio.

Quegli anni furono anche quelli nei quali vive una formidabile stagione di Poeta. Gli anni iniziali sono molto amari per il tentati­vo di sottoporre il Poeta a procedimenti di “epurazione”, per il tentativo di togliergli la cattedra universitaria. Per fortuna tutto si fer­mò e le giuste ragioni del Poeta furono rico­nosciute. Nel 1948, si dedica alle traduzioni: esce il bellissimo volume “Da Gongora e da Mallarmé”. Sono gli anni della pubblicazio­ne de “Il Dolore”; de “La Terra promessa”, di “Gridasti: Soffoco …”, di “Un grido e Paesaggi”, pubblicato dall’editore Schwarz e con illustrazioni di Giorgio Morandi. Di Mondadori e del suo grande amico-disce­polo-biografo Leone Piccioni. Sono gli anni delle prose bellissime, poi riprese in seguito, “Il povero nella città”, ed “Il Deserto e dopo”. 1949. Riceve l’importante Premio Roma (per la poesia). Fialmente arriva la consacrazio­ne. Riceve un importante premio letterario: il premio, in Belgio, di poesia Knokke-Le-Zoute (1956).

Per i settant’anni, la rivista “Letteratura” gli dedica un numero di omaggio (1958) con interventi di un vastissimo panorama di let­terati scrittori, poeti (di 370 pagine). Proprio quell’anno purtroppo scompare la sua amata moglie Jeanne. La critica letteraria più av­vertita dichiara che con “Il Dolore”, con “Un grido e paesaggi”, con “La Terra promessa” ed “Il taccuino del vecchio” siamo di fron­te ad una terza fase della sua poesia, quella che inizia con le strazianti liriche per la mor­te del figlio e in una rete sempre più fitta di riflessioni sulla vita dell’uomo. Finiranno su due versanti: una rimeditazione dello stile e dell’indirizzarsi verso strumenti già collau­dati ma volutamente “perfezionati”.

L’altro di carattere tematico: ora guarda alla sua vita ed alla vita dell’umanità con un di­stacco talvolta intriso di malinconia, con quell’ironia della saggezza alla soglie della vecchiaia che gli permette una meditazione sul sentimento del vivere.

Il suo contatto con Taranto diventa nostalgia: il Premio Taranto, com’è noto, era scompar­so nel 1952, dopo la quarta e meravigliosa edizione. Ucciso dal malanimo della classe politica dell’epoca. Nel 1956 Rizzo tentò di riorganizzare il Premio ma non ci riuscì. Un­garetti mandò allora un biglietto che resterà nella storia della letteratura italiana e della nostra Città. “Caro Rizzo, il Premio Taranto è tramontato per sempre. Fu il più bel premio d’Italia. / Mille auguri e un abbraccio dal Suo / Ungaretti”.

Era il 2 gennaio 1956. Venne poi il terribile momento a cavallo tra il 1968 ed il 1969. Il mondo politico tarantino cerca di radere al suolo Taranto vecchia: sarebbe un delitto senza eguali. Rizzo ed altri (io tra questi, legato da anni in un impegno civile con Antonio Rizzo) tentarono di bloccare l’infa­mia. Per aiutarci Ungaretti inviò una lettera, subito fu seguita da quelle di altri splendidi uomini della cultura italiana. Questa lettera (25 novembre 1969), bella come una poesia, contribuì fortemente alla vittoria insperata. Il Comune si arrese e votò all’unanimità il Pia­no di Risanamento e Restauro.

Il 1 gennaio 1970 Ungaretti scrisse l’ultima poesia che, come sanno i suoi biografi, fu “L’impietrito e il velluto”, datata nella notte tra il 31 dicembre 1969 e la mattina seguen­te. È bellissima, ma forse le è pari la nostra “poesia” ungarettiana su Città vecchia, “La Taranto più giovane”: “Sono stato per tanti anni spesso ospite di Taranto / ed uno degli aspetti più sorprendenti e commoventi e nel­lo stesso tempo familiari della città / era la sua zona più popolare, più antica, / la Taranto che dicono la ‘Taranto vecchia’. / Era forse, e spero che rimanga ancora, / la Taranto più giovane”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche