22 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 22 Ottobre 2020 alle 20:15:26

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La forza dell’oblio per il futuro

Finalmente liberi di abbandonare la casa e riscoprire le cose che ci erano state negate

Taranto al tempo del covid-19 – Foto Fabrizio Pastore
Taranto al tempo del covid-19 – Foto Fabrizio Pastore

Siamo finalmente liberi: possia­mo abbandonare la casa e uscire. Riscoprire la fisicità di noi stessi e delle cose della realtà nonché l’ampiezza spaziale che ci erano state negate.

Siamo fuori, non dentro.

Quasi una sorta di hybris senza controlli e impedimenti che ci esalta.

Eppure non pochi di noi sono colti, talora aggrediti, da uno spaesamento indistinto, appa­iono smarriti: sono colpiti dal­la “sindrome della capanna” o “della tana”, che dir si voglia. A casa si sentivano più sicuri. E non solo perché, bombardati come siamo tutti dalle ininter­rotte notizie circa l’andamento della pandemia (le note Rt) e dagli spot che ci manda la Pre­sidenza del Consiglio, siamo avvolti in un’infosfera a cui ci siamo assuefatti, ma anche per più di una ragione.

Per Martin Heidegger “abitare la casa” esprime l’egemonia dell’uomo sul mondo, e ha avuto, da sempre, una valenza socia­le, in quanto spazio fisico-sen­timentale, sede delle relazioni familiari e economiche, che gli inglesi distinguono ( questa volta con intelligenza semantica!) con il termine home da house, quale struttura materiale.

Il mondo domestico è, poi, una seconda grande mediazione sia del fare sia del sapere; vive con noi, attorno a noi, e per mezzo di noi: soprattutto non è mate­ria inerte, né passiva. Quando diciamo che il mondo domestico ci interpella vogliamo prestare attenzione alle interazioni che abbiamo con gli oggetti viventi ( cane,gatto, piante, fiori), eppoi anche con quegli oggetti di ogni giorno, che impieghiamo o con cui abbiamo a che fare, quando ci prendiamo cura di noi stessi e di ciò che ci sta intorno: tenendo in ordine la casa, facendo puli­zia, rimuovendo il superfluo, cu­cinando, apparecchiando la tavo­la per il pranzo o preparandoci il caffè o il tè il pomeriggio.

La casa è, inoltre, l’archetipo della memoria sentimentale.

Ci abbraccia con i nostri ri­cordi. Ha le tracce di presenze fisiche,di eventi condivisi, di affetti vissuti,Percezioni che ri­tornano. Immagini che si mol­tiplicano.Pensieri che vagano.Sguardi che ci prendono.Parole che ci sostengono.

E soprattutto cose.

Uomini e donne hanno sempre cercato di avere più cose, se ne sono appassionati, le hanno riu­nite in collezioni, scelte alcune non altre per esprimere se stessi: avere è anche un modo di essere.

Mobili, sedie, poltrone, libri, lumi, ninnoli, giocattoli di quan­do eravamo bambini, e tante piccole cose sparse che esercita­no un potere su di noi, che ci confermano e riportano i segni di chi siamo, di chi siamo stati. Sono parte della nostra identità, contribuiscono a profilarla: ci di­cono chi siamo. E chi vogliamo che gli altri pensino che siamo. Le vicende delle une s’intreccia­no in quelle delle altre.  Archivio dei ricordi, la casa è il luogo che più si oppone al loro dissolvimento, all’incalzare im­placabile della loro cancellazio­ne.

La sua scomparsa ci fa smarrire le tracce del nostro esistere.

Finisce un mondo vitale.

Il rapporto con la casa, con quello che la costituisce, è così intenso ma, e non rare volte, si fa ambivalente. Da un lato si può finire ( emotivamente) prigionie­ri di presenze reali ( talora finan­che feticistiche) e, soprattutto, simboliche; dall’altro, per la loro insopportabilità, si può essere indotti a distruggere qualche impronta del passato o addirit­tura ogni sua traccia se si vuole guardare avanti.

Come Bertolt Brecht, nell’elogio della dimenticanza, puntual­mente ci avverte:

«Come si alzerebbe l’uomo al mattino

senza l’oblio della notte che can­cella le tracce?

[…]

La fragilità della memoria dà forza agli uomini» .

Tra le tante riflessioni (Che sarà di noi?; quando finirà? E così via) e tanti propositi (abbracciarci; badare all’essenziale; valoriz­zare il semplice; e via dicendo.) che ciascuno ha fatto, nei mesi costretti a restare a casa per la pandemia, non è certo mancata la densa rilevanza della conse­gna all’oblio di quei giorni pro­prio perché indubbiamente pro­pedeutico a una nuova esistenza da ridefinire e da progettare. Il passato è importante, ma non dobbiamo rimanerne prigionie­ri. Né viverlo come una zavorra.

Una esistenza nuova – dicevo- che postula – si badi bene – di­sponibilità al rischio, impegno continuo, assunzione di respon­sabilità, rimodulazione dell’in­contro con gli altri, di tutti gli al­tri che compongono l’ecosistema terrestre. E ancora: senso forte della solidarietà. Tutte compo­nenti imprescindibili per conti­nuare a vivere comprendendo e riconoscendo le infinite poten­zialità del nostro essere umani.

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