17 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Ottobre 2021 alle 22:58:00

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“Nel mezzo del cammin…”: il Limbo nell’Inferno di Dante Alighieri

La Divina Commedia di Dante Alighieri
La Divina Commedia di Dante Alighieri

Dante intellettualmente precorre i suoi tempi ed apre ad una nuovo umanesimo.

Eppure tutto l’impalcato teologico della Commedia sembra immerso in una oscu­ra caligine medievale. sulla umanità con la venuta di Cristo è scesa una spada che la divide a metà: nati prima e nati dopo la sua venuta. La prima metà è condannata all’inferno. La seconda metà, quelli dei nati dopo, è divisa a sua volta tra battez­zati e non battezzati, destinati quest’ul­timi egualmente all’inferno. I battezzati, lavati dal peccato di Adamo, possono aspirare alla salvezza, se lavati dai pecca­ti commessi in vita dal sacramento della penitenza (confessione – assoluzione).

Le pene sono eterne, quelli all’inferno arrostiti nel fuoco o nel gelo, tormentati da sadici demoni. Quelli salvati dai due sacramenti della Chiesa, battesimo e as­soluzione , eternamente beati. Eventuali peccati residui sono scontati con una per­manenza in Purgatorio, breve, brevissima di fronte all’eterno della gioia senza fine.

Anche Belacqua (Purg. IV), un uomo da nulla, che se ne sta sornione all’ombra di un roccione in attesa dell’assunzione in cielo, avrà la vita eterna e la visione di Dio. Belacqua in Paradiso e Virgilio, Pla­tone, Omero all’inferno, privi della visio­ne di Dio, perché hanno avuto la sventura di essere nati prima di Cristo.

Dante avverte questa contraddizione, ma non può contestare apertamente i due dogmi fondamentali sui quali si regge il potere della Chiesa, i due sacramenti di salvezza che essa sola, e solo essa, am­ministra: il battesimo e l’assoluzione dai peccati, le sole strade che danno accesso al paradiso. Ma il diverso sentire di Dan­te trapela qua e là nella sua opera , più o meno nascostamente, o più apertamente quando non destava scandalo.

Il Limbo

Uno dei passi della Commedia, che si di­scosta sensibilmente dalla dottrina e dal dibattito teologico del tempo, riguarda la descrizione del Limbo. L’argomento si prestava a diverse ipotesi concettuali non essendo stata definita la questione dalla dottrina ufficiale della chiesa, né lo sarà mai malgrado 1600 anni di dibattito. Solo nel 2007 Benedetto XVI ha creduto di chiudere la controversia approvando la pubblicazione del rapporto della Com­missione teologica internazionale su: “La speranza di salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo”. Il limbo viene declassato ad “l’ipotesi teologica” da ac­cantonare: essendovi “ragioni teologiche e liturgiche per motivare la speranza che i bambini morti senza Battesimo possano essere salvati e introdotti nella beatitu­dine eterna, sebbene su questo problema non ci sia un insegnamento esplicito della Rivelazione” .

L’argomento non è di poco conto, perché riguarda il fondamento stesso del credo cristiano e il significato della venuta di Cristo sulla terra. A partire da S. Ago­stino i teologi si erano mostrati incapaci di chiarire come la misericordia divina potesse essere in accordo con la giustizia divina, ove un innocente morto improv­visamente o non battezzato, magari senza aver avuto nessuna nozione di Cristo, do­vesse essere condannato all’inferno senza colpa, perché macchiato dal peccato di Adamo. La condanna aveva anche risvolti sociali che minavano la stessa unità della famiglia nella fede, dovendosi procedere anche a sepolture separate, non accettan­dosi i non battezzati nei sepolcreti cristia­ni.

Dante dà del limbo una descrizione ardi­ta che pur inattaccabile dal punto di vista della dottrina, interrogava la coscienza dell’uomo sulla giustizia divina e sui li­miti concettuali del dibattito teologico del suo tempo .

Esaminiamo la sua descrizione. Coeren­temente con le ipotesi del suo tempo pone il Limbo nell’inferno, in un luogo separa­to, ma nell’inferno, al di là della terribile porta con la oscura scritta: “Per me si va nella città dolente, per me si va nell’etter­no dolore… lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. Un luogo dunque di condan­na, di reclusione senza appello e speranza di perdono o di miglior sorte; per l’eterni­tà. In una oscura caligine turbe di infanti, di donne, di uomini maturi si aggirano sospirando, in cerca di un Dio irrangiun­gibile, desiderio senza speranza. È lo stes­so Virgilio, che ne fa parte, a dire:“senza speme vivemo in disio”.

Dopo un passo enigmatico, che dà adito a qualche dubbio sulla eternità della con­danna , quando accenna ad una condi­zione di attesa di quelle anime: “però che gente di molto valore conobbi che in quel limbo eran sospesi”, rivolge a Virgilio una domanda diretta: “uscicci mai alcu­no, o per suo merto o per altrui, che poi fosse beato?”

Le parole adoperate da Virgilio in rispo­sta al quesito di Dante: “vidi venire un possente con segno di vittoria coronato”, sembrano riprese dal Vangelo di Nicode­mo: “Il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia. Questi è il re della gloria”. È il Cristo possente in battaglia che infrange le porte dell’inferno, libe­ra la stirpe di Adamo, e pianta nel mez­zo la sua croce affinché nessun innocente vi possa più essere trattenuto: “Il Signo­re pose la sua croce in mezzo all’inferno quale segno di vittoria, e vi rimarrà in eterno.”

Era quello un vangelo che si prestava ad una diversa interpretazione del messaggio di salvezza, era l’intera umanità dei giusti ad essere liberata dalle catene infernali: “il re della gloria stese la sua mano, af­ferrò e drizzò il primo padre Adamo; si rivolse poi a tutti gli altri e disse: “Dietro di me voi tutti che siete morti a causa del legno toccato da costui! Ecco, infatti, che io vi faccio risorgere tutti per mezzo del legno della croce”. È una umanità risorta, festante, di ogni popolo, che prima di re­carsi a celebrare la pasqua di resurrezione si reca al Giordano per il battesimo.

Il punto di rottura della Commedia con le dottrine correnti è dato dalla invenzione, a somiglianza dei virgiliani campi elisi, di un giardino terrestre posto nell’infer­no, all’interno del Limbo, per accogliere le anime dei grandi poeti e pensatori della umanità. Un nobile castello circondato da sette mura e da un “bel fiumicello” , dove su un “prato di fresca verzura” passeggia­no i sapienti in luogo aperto, luminoso ed alto. E chi erano questi sapienti che gode­vano di questa attenzione divina? Omero, ovviamente, lo stesso Virgilio, Platone, un ateo come Democrito, e cosa enorme a leggere, anche i musulmani. Avicenna il grande medico, Averroè commentatore di Aristotele, ed udite, udite, Il Saladino, Salah ad Din sultano d’Epiro che aveva strappato ai Cristiani la città di Gerusa­lemme conquistata con il sangue crociato.

Il Canto XIX del Paradiso

È in questo canto che Dante affronta aper­tamente la questione, adombrata nel Lim­bo. Di fronte all’aquila, che con una sola voce parla a nome di tutti i giusti della terra, chiede che gli venga risolto il dub­bio che lo tormenta da lungo tempo, e che non ha potuto trovare risposta nella scien­za umana: “che lungamente m’ha tenuto in fame/ non trovandoli in terra cibo alcu­no”. Se un uomo nasce alla riva dell’Indo, e lì non vi è nessuno che parli o scriva di Cristo; se questo muore non battezzato, senza peccato, perché viene condannato dalla giustizia divina, perché gli si adde­bita a colpa il non credere? Dalla schiera dei beati, che si abbandona alla volontà divina come stormo di uccelli ubbidisce di istinto alle leggi di natura, arriva chia­ra e nello stesso tempo problematica una risposta. Nel canto III Dante aveva detto: “state contenti, umana gente, al quia”: qui a somiglianza del fanciullo di Agostino intento svuotare il mare con il suo sec­chiello, invano si affatica a capire come la giustizia divina possa condannare i giu­sti che non conobbero Cristo.

La giustizia divina non può essere inda­gata, ciò che fa è giusto per il fatto stesso che lo faccia. La volontà di Dio è di per sé buona. Come l’occhio nell’alto mare non può arrivare a vedere il fondo, ma quel fondo esiste, così la mente umana non può penetrare nei segreti divini. Persino Sata­na, di mente angelica, che non ha voluto aspettare la rivelazione finale, ha fallito nel tentativo. La risposta dell’aquila è sco­raggiante per la ragione umana: è buono non ciò che pare all’uomo, ma ciò che pia­ce a Dio, la sentenza di condanna appare inappellabile: “A questo regno/ non salì mai chi non credette ‘n Cristo/ vel pria vel poi ch’el si chiavasse al legno”. Ma Dante che è uomo moderno non può accettare la fede di Tertulliano: “io lo credo tanto più perché sembra inconcepibile”.

La giustizia divina, anche se incommen­surabilmente più alta della mente umana, non può essere in contrasto con il pensiero umano, anche esso scintilla della infinita mente di Dio. Tutto sarò chiarito nel gior­no del giudizio, quando sarà aperto il gran libro dei giusti e dei reprobi. Non coloro che gridano “Cristo, Cristo” saranno vici­ni a Dio!, e L’Etiope condannerà il cristia­no quando sarà fatta la divisione finale tra salvati e dannati: “e tai Cristiani dannerà l’Etiope/ quando si partiranno i due colle­gi”.Ci sarà dunque una seconda scesa agli inferi, adombrata già nel IV dell’inferno, a redimere quelli “che in quel limbo eran sospesi”? Se questo avverrà potrà avve­nire in un tempo senza tempo, perché ad essere tratte in salvo saranno anime di coloro che hanno varcato la porta infera dove era scritto: “Dinanzi a me non fuor cose create/ se non etterne, ed io etterna duro./ Lasciate ogni speranza, voi ch’en­trate”. Si quel comandamento era eterno di fronte all’uomo e al creato che vivono nel tempo, ma Dio è al di là del tempo e dell’eternità, sue creature: è il non eterno.

La grazia di Dio, libera ed incondiziona­ta, valica i limiti del tempo terreno; è legge a sé stessa, inconoscibile, imperscrutabile come il fondo degli abissi cosmici. Tutta la costruzione di Dante, la Commedia,il suo poema, lo stesso inferno, ha un valore di fronte al tempo umano, il futuro, anzi il non futuro è imperscrutabile.

Nel canto XXXII del Paradiso, dinanzi all’ultimo dubbio di Dante, di fronte alla incomprensione logica del diverso trat­tamento riservato agli infanti battezzati, Bernardo dirà: dubita pure perché è con­dizione umana il dubitare, ma taci: “Or dubbi tu, e dubitando taci”.

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