Sergio Mattarella
Sergio Mattarella

Caro Direttore,

ho letto, pensosamente, il tuo “Commento” intorno alla vita della politica, oggi, come ieri, pubblicato su “Taranto buona sera” del 5 giugno n. 1. Nel tuo intervento si pone in chiara evidenza che la politica, che non è etica politica, che il Governo svolge, rende non solo incerto lo stesso lavoro governa­tivo, ma incertezza produce, sul come e sul quando, nello stesso cittadino che non sa quale avvenire lo attenda, passata la pan­demia.

Tu, direttore, onestamente scrivi che, in his rebus, non si immagina quale possi­bile “contratto di sviluppo” possa esserci nel futuro prossimo di Italia, e, in tale im­provvida incertezza, lo stesso popolo non si svolge, ma si contrae in una penosa acquie­scenza o, meglio, stolido conformismo.

Ma, come già scrisse Tacito, millenni or sono, caro direttore, ogni effetto, nella sto­ria quotidiana o epocale che sia, nasce da giusta causa, che essi chiamano “spirito della Storia” o avvenimento.

E la causa della ondivaga, incerta, acco­modante politica odierna, quando non pretestuosa, viene alla luce da preciso “fat­tore”: quello che manca in molti politici, è la così chiamata “gavetta” politica che il grande Einaudi voleva che fosse necessa­ria in ogni cittadino teso alla visione poli­tica da futuro militante. La “gavetta” era esperienza di lavoro, di studio in partiti di appartenenza, era contatto con quei politi­ci che avevano anni ed anni di segreterie di partito e di contatti di viva preparazione al salto di qualità. Una attività preparatoria e propiziatoria. Oggi entra in politica attiva gente non preparata, da improvvisatori; si arriva al “solio” ministeriale per oppor­tunismo fazioso e, a volte, inconcludente. Dalla “gavetta alla “gavotta”; vale a dire ad un giro di danza e di danza nel destino della Nazione.

Di qui il distacco del cittadino dalla vita politica ed anche dal punto di vista politico, mediante l’astensione. Di qui un mancanza di un “programma di sviluppo”, ma vivere senza avvenire concreto; di qui un continuo dire, parlare, promettere; verbi di parole e fiato, ma non di operosità come certezza di “cose da fare”. La lettura, caro direttore, del tuo “Commento” mi ha prodotto code­ste amare riflessioni.

E nel momento in cui il Presidente Matta­rella chiede agli italiani di essere uniti; gli italiani vedono amaramente che i partiti o chi per loro, sono uniti solo dall’intento di continuare a sopravvivere. Così è l’opinio­ne generale.

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