13 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Giugno 2021 alle 08:02:35

Cronaca News

Tempo scaduto, il Covid-19 e l’economia jonica


Il Covid-19 e l’economia jonica

La pubblicazione di questo inserto, per amara ironia del destino, viene a coincidere con lo tsunami che si sta abbattendo sulla sorte del siderurgico: migliaia di esuberi, incertezza sul futuro, assenza di una chiara idea su quello che potrà essere lo scenario prossimo venturo e sugli interventi concreti da fare per evitare la catastrofe.

Una situazione che spinge ancora una volta ad interrogarci sul controverso rapporto tra territorio e stabilimento e su come questo rapporto sia cambiato quando il più grande centro siderurgico d’Europa ha esaurito la sua spinta propulsiva che si era propagata, in termini di reddito e di sviluppo, dagli anni ’60 fino alla metà degli anni ’80, prima cioè che gli affanni del colosso dell’acciaio rendessero necessario il ridimensionamento delle ambizioni e del suo impatto sul territorio, fino ad arrivare alla privatizzazione conseguente alle difficoltà della gestione parastatale. Otto anni dopo l’esplosione della più grande vertenza ambientale e industriale della storia italiana, non è ancora possibile leggere un disegno chiaro su quali possano essere le soluzioni per salvare la fabbrica, l’indotto, i redditi prodotti.

Una crisi che va ad aggravare la condizione di emergenza innescata dall’impatto della pandemia sulle attività produttive. Una crisi che, per quanto attiene la sfera siderurgica, non può che essere risolta attraverso il decisivo intervento del livello governativo nazionale, anche alla luce delle prospettive aperte proprio in queste ore dalla Commissione Europea per voce del suo vice presidente Frans Timmermans. Per realizzare una qualsiasi prospettiva è però chiaro che il Paese debba dotarsi innanzitutto di una politica industriale, oggi assente, e di una strategia di più largo respiro per quanto attiene proprio la siderurgia. Altra cosa è invece la lettura dell’economia locale, che oggi appare legata alla industria siderurgica più per la circolazione dei redditi prodotti dallo stabilimento che per autentici meccanismi di sviluppo indotti. I dati che leggiamo in queste pagine ci fanno scoprire quanto fragile sia il tessuto produttivo di Taranto e della sua provincia, un tessuto fatto in gran parte di microimprese che rischiano di essere spazzate via come effetto del blocco delle attività imposto dalla pandemia.

In entrambi gli scenari prefigurati, quello più cauto e quello più estremo, risulta evidente la debolezza del nostro sistema e la necessità non più derogabile di intervenire con vigore e attraverso modalità in grado di innescare quelle connessioni capaci di dare vita a imprese economiche propulsive di reddito e sviluppo, lontane dagli schemi parassitari – va detto con onestà intellettuale – che per troppo tempo hanno legato le attività imprenditoriali alla committenza pubblica. Lo studio che oggi TarantoBuonasera mette a disposizione degli attori economici e politici non è solo una preziosa banca dati. È soprattutto un sonoro campanello d’allarme, ma anche una importante chiave di lettura sulla quale si può lavorare per elaborare interventi che, senza ulteriori indugi o rallentamenti burocratici, devono essere attivati sul territorio per evitare un impoverimento che potrebbe rivelarsi davvero esiziale. La pre condizione è che tutti gli attori istituzionali superino contrasti e veti incrociati per costruire un percorso condiviso e non velleitario. Forse è proprio questo l’ostacolo culturale più arduo da superare.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

 

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