Cultura News

Via col vento del furore iconoclasta

Il razzismo e le polemiche sulla rimozione del film

Via col vento
Via col vento

La querelle su Via col vento ha quasi fatto venir no­stalgia dei tempi del monopolio televisivo di Stato, quando i film in prima serata erano introdotti dal monumentale Claudio G. Fava: cinque minuti per “spiegare” il film e accompagnarne il telespet­tatore alla visione. Un’offerta di utili chiavi di lettura. Nel caso della piattaforma che ha pensato di rimuovere temporaneamente dal suo catalogo quello che pro­babilmente è il più celebre film della storia del cinema, in attesa di uno spiegone d’accompagna­mento che non sappiamo quando e in quali forme arriverà, siamo molto lontani dalle istruttive note del celebre critico cinematografi­co della televisione italiana.

Il temporaneo oscuramento di quel colossale polpettone senti­mentale ha un senso profonda­mente diverso. È l’esempio di come una giusta causa possa fi­nire per essere rappresentata da un copione decisamente grotte­sco, col dubbio che non di rinsa­vimento storico-politico si tratti bensì di astuta mossa mediatica per cavalcare l’onda dell’indigna­zione politicamente corretta. Una indignazione che ora porta a dare l’assalto alle statue ritenute non conformi a certa ortodossia. Tra i tanti rischiano di pagarne le conseguenze nientemeno che Winston Churchill e persino il nostro Indro Montanelli, al quale gli iconoclasti della nuova inqui­sizione non perdonano il peccato di gioventù d’aver giaciuto con una fanciulla abissina ai tempi della guerra coloniale in Africa. Insomma, su alcune icone della nostra storia rischia di abbattersi una furia devastatrice non dissi­mile, nello spirito, da quella che animò i talebani nella distruzione di preziose opere d’arte patrimo­nio dell’intera umanità. Solo che ad Occidente non lo si fa per fa­natismo religioso, lo si fa perbene in nome del più laico politically correct.

Ora, una qualsiasi testa media­mente pensante arriva benissimo a comprendere – senza spiegoni di sorta – che Via col vento, come ogni opera, è un film figlio del suo tempo. Ne rappresenta visio­ni e contesti culturali. Il film di Fleming, a suo modo, è un docu­mento storico che andrebbe anzi studiato, non rimosso. Neppure temporaneamente. Perché sono proprio quelle testimonianze che danno il senso della evoluzione – o involuzione, a seconda dei casi – dei percorsi seguiti dall’umanità.

Seguendo questa ossessione del politicamente corretto dovremmo invece eliminare pressoché per intero, giusto per fare un esem­pio banale, la filmografia di John Wayne, benché oggi sia difficile trovare chi davvero possa ancora credere che gli indiani, i pelleros­sa, fossero i cattivi da sterminare al suono della tromba che intona­va la carica all’arrivo dei nostri.

Saltando sul fronte opposto, do­vremmo rimuovere dalle cine­teche capolavori come La co­razzata Potëmkin d i Ė jzenštejn, pellicola – al di là della parodia fantozziana – piegata all’esaltazio­ne del regime sovietico che non fu proprio una boccata d’ossigeno per la libertà e l’eguaglianza dei diritti. Tant’è che lo stesso regista ne fece poi le spese.

Non si salverebbero, come ha os­servato Severgnini sul Corriere della Sera, nemmeno le statue dei santi, perché qualche marachel­la la si può sempre scovare nella vita di certi uomini probi e pii. Persino il simulacro di qualche papa potrebbe rischiare. Come quello di Paolo VI al quartiere di Taranto che porta il suo nome. E già, perché proprio quando quella statua fu inaugurata, alcuni mesi fa, webeti indefessi non fecero mancare la propria disapprova­zione ricordando che a quel papa era associata la presenza dello stabilimento siderurgico. Omet­ chiusi nelle loro strettoie di pensiero, che proprio nella storica messa tra gli altiforni quel papa mise in guardia dal rischio che l’uomo fosse trasformato in una macchina al servizio del profitto.

E che dire allora dei resti dell’an­tica Roma? Andrebbero rasi al suolo, a cominciare dal Colosseo. E già che ci siamo dovremmo but­tare giù anche l’Eur.

Dalla letteratura italiana do­vremmo rimuovere D’Annunzio, Pirandello, Ungaretti, i futuristi, tanto per citarne alcuni. In Fran­cia andrebbe rimosso Céline, che si porta addosso il marchio d’es­sere stato antisemita. Finanche parecchie pagine della Bibbia non supererebbero l’esame dell’orto­dossia politicamente corretta.

Il pregiudizio razziale è un’offesa brutale alla civiltà e va combat­tuto con serietà e determinazio­ne. Far scadere questa battaglia nella farsa iconoclasta permeata dal perbenismo del politicamente corretto è un oltraggio alla gravità e alla complessità del problema. Purtroppo il furore ideologico, quello che anima certe iniziati­ve e quanti vorrebbero rimuove­re o manipolare pezzi di storia, piegarli e conformarli al proprio pensiero, è un virus insidioso. Un virus che ha fatto sicuramente più vittime del Covid, un virus – proprio la storia che si vorrebbe cancellare ce lo insegna – molto più letale di un innocuo bacio tra Clark Gable e Vivien Leigh.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche