17 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Giugno 2021 alle 19:23:30

Cronaca News

L’economia circolare per rilanciare Taranto

Intervista a Eleonora Rizzuto, fondatrice Aisec

Eleonora Rizzuto, fondatrice Aisec
Eleonora Rizzuto, fondatrice Aisec

E se Taranto ri­partisse dall’economia circolare? Nel pieno della crisi dell’ex Ilva, con migliaia di esuberi dichiarati e l’assenza di un concreto piano alternativo, induce a interrogarci su quale modello di sviluppo inve­stire. In modo realistico, secondo una precisa visione di futuro. Una visione che potrebbe assumere proprio la forma dell’economia circolare.

Certa delle grandi possibilità che possono dischiudersi grazie a questo modello di sviluppo è Ele­onora Rizzuto, fondatrice dell’as­sociazione non profit AISEC (As­sociazione italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare), partner di ASviS – Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile.

«L’economia circolare – spiega la dottoressa Rizzuto a TarantoBuo­nasera – ha un approccio olistico ai problemi della produzione e dello sviluppo, perché prende in considerazione la società nel suo complesso, compresi i consumi, le finanze, il benessere. L’econo­mia circolare è dunque applicabile proprio ai sistemi complessi attra­verso un processo di dematerializ­zazione, per ottenere il massimo riducendo al minimo il consumo di risorse. C’è da dire che da anni l’Unione Europea promuove po­litiche per uno sviluppo alternati­vo».

Politiche, tuttavia, che in Italia sembrano essere recepite ancora troppo lentamente, nonostante la crisi occupazionale e le proble­matiche ambientali imporrebbero cambio di passo e di paradigma.

«Nell’economia circolare – dice sempre Eleonora Rizzuto, una autorità in materia, con una robu­sta esperienza internazionale sul tema – l’elemento sociale è fonda­mentale, perché muove dalla con­siderazione del tessuto territoriale nella sua complessità, un tessuto attivo dal quale possono nascere nuove professioni».

Prendiamo in esame proprio il caso Taranto: «Si riparte da zero, ma questa può essere l’occasione di rilancio dell’impianto proprio attraverso le modalità dell’econo­mia circolare. In uno stabilimento di quel tipo c’è materia sufficien­te per il recupero e il riciclo delle risorse e quindi per la creazione di attività alternative. A Taranto, inoltre, c’è una grande tradizione agricola che può essere rafforzata dalla filiera produttiva innescata dalla bonifica dei terreni».

Per realizzare un disegno di que­sto tipo non bastano tuttavia le sole idee, serve una efficace capa­cità di realizzarle. «Infatti è indi­spensabile un approccio sinergico, con gli enti locali che dialoghino fra loro e con gli attori del territo­rio. Lo strumento potrebbe essere quello di una società a capitale misto, una società benefit che ab­bia come mission l’integrazione dei profitti con l’impatto positivo sul territorio, con gli utili che ven­gono reinvestiti localmente secon­do una dinamica che vada oltre gli interessi stretti della proprietà e investa invece l’intero territorio. Ma questi processi, come detto, ri­chiedono la partecipazione di un numero alto di attori».

E le risorse finanziarie per rea­lizzare un piano così ambizioso? «Il New Green Deal permette di finanziare in tutto o in parte questi processi, ma ci sono altre possibi­lità dettate da una intelligente con­certazione di misure finanziarie e fiscali, penso ad esempio ad una Zes allargata. Il rilancio di Taran­to e dello stabilimento siderurgico può rappresentare il grande pro­getto italiano. Sarebbe il caso più importante al mondo di trasforma­zione di un territorio senza passa­re dalla dismissione ma attraverso una via meno traumatica con la possibilità di mantenere in vita ciò che di buono c’è, vale a dire la qualità dell’acciaio prodotto a Taranto. Sarebbe una rivoluzione. Bisogna imparare dagli errori, per non ripetere gli esiti infausti della dismissione di Bagnoli».

«In Italia – spiega ancora Eleonora Rizzuto – ci sono molti segmenti dove si può intervenire per attiva­re processi di economia circolare. Mancano, ad esempio, impianti per il trattamento dei rifiuti Raee (i rifiuti di materiale elettrico ed elettronico, ndr) che esportiamo all’estero dove vengono poi trat­tati. Ecco, perché non realizzare proprio a Taranto un impianto di questo tipo? Stesso discorso per le batterie delle automobili, che proseguono la loro storia fuori dall’Italia. Serve un ripensamento immediato delle nostre politiche di investimento. Le opportunità per ripartire ci sono tutte e sono ancora più interessanti in questa fase del dopo Covid, ora che la nostra economia è stata messa in ginocchio e ha urgente bisogno di ripensarsi».

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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