Cronaca News

La notte prima degli esami

L’esame di maturità 2020 si presenta con tante particolarità. Resterà indimenticabile

Dal film "Notte prima degli esami"
Dal film "Notte prima degli esami"

Molto, molto tem­po prima di essere banalizzata da canzonette e filmetti, che pure han contribuito a diffon­derne il mito anche presso chi non c’era passato (mica pochi, in Italia, purtroppo), la notte prima degli esami era come la veglia in armi del futuro cava­liere prima dell’investitura: un momento particolare, segnato da timori e tremori, da emozio­ni irripetibili.

Ai miei tempi era individuale; poi è diventata momento col­lettivo; comunque segnava la vigilia del rito di passaggio fon­damentale nella vita e nell’evo­luzione degli adolescenti, non solo d’Italia ma d’Europa (di quella continentale, perlomeno).

Era la notte prima della prima prova scritta, quella d’Italiano, che inaugurava gli Esami di Maturità, come si chiamavano allora, prima di una delle soli­te, ridicole ma quasi mai inno­centi riforme nominalistiche all’italiana (come aver soppres­so la specificazione “Pubblica” in quello che è ora il ministero dell’Istruzione). Esami che ri­manevano incisi a fuoco nella memoria, per tutta l’esistenza. A molti, addirittura, quando erano ancora più “duri”, prima della riforma Sullo, tornavano come incubi notturni, a molti anni di distanza.

Traghettavano dall’adolescenza alla giovinezza; segnavano la fine dell’età dell’irresponsabi­lità (a far data dal 1975 anche penale), il passaggio all’Uni­versità o al lavoro, mondi molto diversi dalla scuola, con altre responsabilità ed altra apparen­temente maggiore autonomia; più raramente tanto all’Univer­sità quanto al lavoro; oggi, trop­po spesso, né all’Università né al lavoro, ma comunque ad una età diversa, con diversi diritti e diversi doveri.

Quest’anno sono esami molto particolari: molto light, si svol­gono con soli orali, dinanzi ad una ristretta commissione inter­na col solo presidente esterno, a simulare quella terzietà che Gentile aveva posto a fonda­mento dell’esame; con il 60% del voto finale predetermina­to dai risultati degli ultimi tre anni di scuola; e senza che gli studenti si ritrovino tutti insie­me, come avveniva per gli scrit­ti: pochi ogni giorno, con un solo “accompagnatore” a testa (amico, fidanzata/o, parente…) per conservare una parvenza di “pubblicità”.

La notte prima degli esami quest’anno è quella di martedì 16 giugno; mercoledì 17 i primi studenti sosterranno il collo­quio. Poi, via via, toccherà agli altri.

Torna ad essere individuale, ma è pur sempre la notte prima de­gli esami, che fra venti, trenta, quarant’anni i ragazzi del 2020 ricorderanno come memorabile, come un unicum, anzi: l’esame al tempo della pandemia.

Il mio in bocca al lupo è gene­ralizzato, ma è rivolto soprat­tutto ai ragazzi della 5^F del Battaglini: in terzo e quarto li­ceo sono stati miei studenti nel corso di giornalismo dell’alter­nanza scuola/lavoro (in quarto alcuni di loro erano anche nel corso PON Giornalisti del Terzo Millennio); molti di loro hanno pubblicato a più riprese artico­li, interviste e persino inchieste su Taranto Buonasera; molti di loro, dalla fine del quarto liceo a questo quinto liceo ormai in chiusura, sono stati protagonisti della fondazione del Leo club Taranto Aragonese (11 soci su 13), un club service non solo giovanile ma liceale del qua­le sono stato il consigliere per conto del mio Lions club, aven­do come consigliere del liceo la preside Patrizia Arzeni in pri­ma persona.

Di molti di questi ragazzi (che, per fortuna, non dovevo in al­cun modo valutare) sono diven­tato amico; con tutti il rapporto è sempre stato paritario, nella distinzione dei ruoli (è il mio vecchio pallino della scuola avalutativa, che in un corso di alternanza, o di PCTO come si chiama adesso si può praticare tranquillamente).

Lasceranno Taranto, per correr miglior acque, per vivere espe­rienze di vita, di socialità, di cultura in altre città universita­rie; e molti di loro non torneran­no. La città ne rimarrà impove­rita, ma non possiamo chiedere loro di sacrificarsi oltre un certo limite; tutti porteranno nel cuo­re un fuoco di speranza, un fuo­co di amicizia divampato negli anni scolastici, nella patria Ta­ranto, nella quale troppo spesso non si può vivere, ma star lonta­ni dalla quale è un po’ morire.

La vita vi sorrida, amici miei; come il futuro che è vostro.

E se qualcuno di voi ritornerà, portando con sé un ricco baga­glio di esperienze, di cultura e di formazione acquisito ne­gli entusiasmanti anni e negli scambi che vi attendono, tutti ne saremo più ricchi, anche noi vecchi, rimbambiti reperti ar­cheologici.

Alle soglie del vostro passag­gio, vi dedico l’Inno che accom­pagna le nobili gesta, le cavola­te, gli studi, gli amori, gli ozi, le marachelle e le burle degli universitari da mezzo millennio all’incirca:

Gaudeamus igitur, juvenes dum sumus:

post jucundam juventutem, post molestam senectutem,

nos habebit humus.

Che la gioia sia con voi.

E che la molesta vecchiaia giun­ga il più tardi possibile.

 

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