16 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Giugno 2021 alle 18:56:23

Cronaca News

Ex Ilva, Palombella boccia l’accordo di marzo

La vecchia intesa Arcelor Mittal-governo

Rocco Palombella
Rocco Palombella

ArcelorMittal «ci ha penaliz­zato, come Uilm perché, visto che siamo il primo sindacato in fabbrica, abbiamo una approfondita conoscenza dei problemi e le nostre denunce danno fastidio, ha messo più persone del nostro sindacato in cassa integrazione». Così il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, in una call conference dedicata al tema ArcelorMittal presenti in collegamento l’ex ministro alla Coesione territoriale, Claudio De Vincenti, i segretari di Uil Puglia, Franco Busto, e Taranto, Giancarlo Turi, e di Uilm Taranto, Antonio Talò. A coordinare il giornalista Domenico Palmiotti.

Sul cosiddetto “accordo di marzo” – ricon­fermato nella serata di domenica da fon­ti del Governo – Palombella ha detto che quella intesa significa «cinquemila esuberi e inadempienza contrattuale. E allora – ha aggiunto – meglio cercare un confronto con i migliori acciaieri italiani, puntare ad una nuova soluzione transitoria con lo Sta­to, risanare gli stabilimenti e poi metterli sul mercato. Difendere l’accordo di marzo 2020 e dire che vale quello può anche esse­re una tattica, perchè quell’intesa ha chiuso il contenzioso legale che si era aperto mesi addietro. Ma mi chiedo, con migliaia di la­voratori in cassa integrazione che prendono meno di 900 euro al mese, con le aziende che non ricevono i pagamenti da mesi, noi siamo ancora al tatticismo? È chiaro il di­segno di ArcelorMittal – ha aggiunto il se­gretario generale della Uilm – ma era chiaro gia da novembre, quando hanno presentato un piano di chiusura dello stabilimento en­tro gennaio 2020. Si fermava tutto allora e adesso stanno facendo la stessa cosa ma con una tempistica diversa».

Ancora, parlando di quell’intesa, Palombella ha ricordato il mancato coinvolgimento dei sindacati, sot­tolineando poi come si prevedano «cinque­mila esuberi e due forni elettrici», ma, si è chiesto subito dopo, «quanti forni elettrici installati negli ultimi 10 anni in Italia? Chi installa i forni elettrici, chi fa il preridot­to, dove prendiamo il gas, dove l’energia, quando si inizia? Noi non è che non siamo d’accordo sulla decarbonizzazione, ma qui si parla di sei anni per riattivare l’altoforno 5, eppoi non dimentichiamo che ad Arcelor­Mittal non sono stati in grado di rispettare l’accordo del 2018 dopo appena sei mesi». «Temo che il vero disegno che sta dietro sia quello di prendersi il mercato» ha concluso Palombella. «D’altra parte, perché produrre le bramme di acciaio a Taranto, meglio far arrivare i coils da altrove. Stessa cosa per Jindal a Piombino. Dopo due anni, abbiamo investimenti zero e i treni di laminazione si mettono in marcia solo per che lavorare il prodotto che arriva dall’India». Nel corso della interessante call conference, ha parlato anche l’ex ministro della Coesione territo­riale, Claudio De Vincenti (Pd): «Bisogna mettere ArcelorMittal difronte alle sue re­sponsabilità, prima di dare la libera uscita a Mittal, la società va sfidata su questo ter­reno.

O accetta si far parte di un progetto industriale per l’Italia, oppure paga e paga sul serio. Perché se ArcelorMittal non ci sta, viene meno ai suoi impegni e deve essere chiamata a fronteggiare i costi del mancato rispetto degli impegni. I contratti si rispetta­no. E nel contratto originario c’erano penali ben più salate di quelle di cui si parla ora». Rivolgendosi all’attuale esecutivo, l’ex mini­stro De Vincenti – che con l’esecutivo Gen­tiloni si è più volte occupato del dossier – ha detto che deve «essere capace di presentare un progetto e chiarire con Mittal se ci sta». E a proposito dell’osservazione per cui Mit­tal si sente «forte» verso il Governo perché consapevole che non ci sono alternative alla propria presenza, De Vincenti ha rilevato che «le alternative si costruiscono. Se non si costruiscono, non escono mai fuori. È quin­di importante lavorare con importanti istitu­zioni e soci industriali. Se non si costruisce, non vediamo nemmeno se ci sono alternati­ve. Su questo c’è molto, molto da lavorare. Se non ci fossero alternative, a maggior ragione – ha rilevato – non bisognava dare lo scosso­ne il quadro delle regole, è stato grave averlo fatto, ma al contrario tener fermo il quadro ed esigere il rispetto piano dell’accordo.

Mittal, con penali più pesanti, era tenuta a rispettare i propri impegni». Al contrario dell’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che ritiene l’abolizione dello scudo penale l’inizio del disimpegno di Ar­celorMittal, l’ex ministro De Vincenti pensa che tutto sia partito da quando si è aperto il capitolo della revisione dell’Autorizzazione integrata ambientale, licenziata con Dpcm a settembre 2017 dal Governo Gentiloni. «Il primo segnale é stato nel maggio 2019 – ha dichiarato -, con l’accoglimento da parte del ministero dell’Ambiente della richiesta di ri­mettere in discussione l’Aia». «Questo è un punto chiave – ha rilevato De Vincenti – per­ché rimettere in discussione l’Autorizzazio­ne integrata ambientale significa rimettere in discussione il piano industriale. Eppoi – ha aggiunto – la vicenda dello scudo penale: tolto, poi rimesso, poi di nuovo tolto. Tutti segnali di incertezza da parte dell’autorità». «È evidente che, in situazione che vede il mercato non in salute e con in’azienda che ha anche delle alternative, nel senso che non ha solo gli stabilimenti italiani, bisognava dare certezze. Invece – ha aggiunto De Vin­centi – questo non é accaduto, da prima e non solo dallo scudo penale, e così si è lasciato spazio al tentativo di ArcelorMittal di rive­dere i suoi impegni.

Non farei alcun sconto ad ArcelorMittal circa il disimpegno – ha dichiarato ancora l’ex ministro -. Le ricadu­te della crisi, lo stato dei settori a valle che utilizzano l’acciaio, avrebbero richiesto un ruolo molto attivo del Governo, mettendosi tutti intorno ad un tavolo, e riprendendo, da parte del Governo, il bandolo della matassa. Invece – ha sottolineato De Vincenti -, si è data a Mittal la possibilità di presentare il suo piano, dove tende a ridurre e chiede an­che molti finanziamenti dello Stato. La mia sensazione è che sin dall’inizio la forte de­terminazione del Governo, che era necessa­ria, non ci sia stata” ha evidenziato. “Adesso – ha concluso De Vincenti – la nuova Aia è pronta? Se lo è, perché non la si tira fuori? In quanto allo scudo penale, é una norma di buon senso, serve a chiarire ulteriormente che se applico l’Aia e rispetto la legge, non sono perseguibile».

1 Commento
  1. Vincenzo 12 mesi ago
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    Ne ha messo del tempo…….comunque: meglio tardi che mai.

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