25 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 25 Ottobre 2020 alle 07:30:39

Cronaca News

Economia e lavoro, cambieremo così

L'intervista a Raffaele Bagnardi

Raffaele Bagnardi
Raffaele Bagnardi

Come cambieranno i nostri modelli economici e socia­li dopo lo shock della pandemia? E come risponderà l’economia di Taranto che lo studio Cerved, commissionatoe pubblicato dal nostro giornale, ha descritto come estremamente fragile, a prescinde­re dalla vicenda Ilva?

Lo abbiamo chiesto a Raffaele Ba­gnardi, sociologo del lavoro ed ex sindaco di Grottaglie. Questa è la prima di una serie di interviste che realizzeremo con gli attori econo­mici e politici del territorio sulla condizione economico-sociale di Taranto e della sua provincia.

Come vanno ripensati i nostri modelli di sviluppo dopo gli sconvolgimenti prodotti dalla pandemia?
Il viaggio verso la modernizzazio­ne è già cominciato. La pandemia ha rappresentato una rottura degli schemi, in qualche modo è la no­stra scoperta dell’America, che nel 1492 ci portò a scoprire e a con­frontarci con un nuovo mondo. Certo, nessuno conosce la rotta che seguiremo e l’approdo dove arriveremo. Però il cambiamento è già in atto. Eravamo immersi in organizzazioni obsolete, mentre la pandemia ci ha obbligati a esplo­rare parti del nostro essere che non avevamo mai esplorato e ora ci costringe a riflettere su come attrezzarci per il futuro.

C’è stata anche una riscoperta delle realtà locali. Anche questo è un aspetto col quale dovremo confrontarci?
Indubbiamente. I protagonisti di questo “neo rinascimento” do­vranno essere necessariamente i territori locali, ognuno con le sue distinte peculiarità. Riflettiamoci: il nostro simbolo è l’Italia turrita, cioè l’Italia dei territori, delle loro piccole e originali espressioni. Un suggerimento per la politica è quello di cogliere questo spirito territoriale, questa nostra antica tradizione culturale, perché de­vono essere proprio i territori a esprimere la modernizzazione.

Sta dicendo che siamo arrivati alla fine della globalizzazione?
No. Oggi il globalismo è detta­to dalle grandi potenze, domani invece una visione globale dovrà garantire il dialogo tra le diverse comunità, tra civiltà e mercati.

Sì, ma la sensazione che si ricava oggi è che per uscire dalla crisi si attenda sempre un intervento dall’alto.
Ecco, bisogna senz’altro evitare di restare imprigionati negli schemi negativi del passato e cioè del ri­sarcimento dovuto e dell’assisten­zialismo esteso, schemi che oggi si riflettono in un ampio spettro che va dal reddito di cittadinanza al maxi prestito Fca.

Come fare per uscire da questi schemi?
La parte migliore della nazione dovrà farsi carico della ripresa con onestà morale e intellettuale. Occorre subito mettere in campo una strategia socioeconomica pre­liminare, che dovrà riguardare le due primarie istituzioni di innova­zione e governo dei territori, cioè i sistemi educativi e i sistemi orga­nizzativi.

Cominciamo dai sistemi educa­tivi.
Sia la scuola che l’università de­vono saper coniugare la didattica pedagogica in presenza sia alla didattica andragogica, a distanza. Quella in presenza resta fonda­mentale per evitare che i ragazzi si disabituino al contatto fisico con l’altro, altrimenti c’è il rischio di crescere giovani misantropi e disadattati. Nelle università, in­vece, la didattica a distanza è più praticabile perché lo studente può personalizzare il proprio percorso e, in quest’ottica, si incentiva l’au­toeducazione, il senso di respon­sabilità.

Passiamo ai sistemi organizza­tivi
La modernità esige la demateria­lizzazione del lavoro di impresa, cioè della sua parte più intellet­tuale (la mentedopera), e l’au­tomazione del lavoro operativo, quello d’azienda in senso stretto (la manodopera). La pandemia ci ha già spinti verso queste nuove interpretazioni del lavoro.

Ma questo modello non rischia di avere ripercussioni sull’occu­pazione?
Faccio un esempio: il caporalato garantisce sicuramente lavoro, ma a quali condizioni? Meglio allora razionalizzare e dare un valore dignitoso e reale al lavoro. Una evoluzione di questo tipo finirà per dare un nuovo assetto anche alla famiglia: avremo il passaggio dall’attuale modello di famiglie plurireddito, ma comunque pove­re, alle famiglie con reddito qua­lificato.

Questo assetto influenzerà an­che le differenze generazionali e quelle di genere?
Lo svecchiamento pregiudiziale è un errore. Bisogna saper bilancia­re le risorse giovani, che offrono ardore ed energia, con le risorse più anziane che hanno la maturità per canalizzare le energie giovani in favore di un innalzamento della qualità. Quanto alla parità di ge­nere, è superata; oggi c’è bisogno di valorizzare le differenze: la cultura femminile è aggregante, quella maschile è selettiva e una organizzazione moderna ha biso­gno di entrambe.

Torniamo ai territori locali: a chi tocca trascinarli verso la modernizzazione?
Senza dubbio ai sindaci e agli amministratori civici. Diceva don Sturzo che chi fa politica deve ave­re esperienza di amministrazione locale. Il sindaco deve essere di parte, nel senso che deve difende­re il proprio territorio, deve essere educatore della sua gente, deve saper indicare una prospettiva, anche se impopolare. Un sindaco capisce i bisogni della sua comu­nità e la proietta senza demagogia verso il futuro. Per riuscire a farlo, però, la politica deve abbandonare le sue ipocrisie e le sue liturgie. La modernizzazione deve essere il suo obiettivo.

Per concludere, veniamo alla nostra nota dolente: il destino dello stabilimento siderurgico in rapporto alla fragilità del no­stro tessuto economico.
L’Italsider ha rappresentato l’uto­pia del benessere, dell’emancipa­zione economica e sociale. Abbia­mo pensato che potesse essere per tutti e per sempre. In realtà già nel 1989 il sogno era finito e si passò a parlare di reindustrializzazione. Ma anche quel disegno fallì per­ché non si riuscì mai a superare la dipendenza dallo stabilimento. In altri Paesi la reindustrializzazione ha avuto maggiore fortuna perché gli stabilimenti furono spacchet­tati in diversi segmenti produttivi che davano stimolo a nuove ini­ziative a più alto valore aggiunto. Oggi la deindustrializzazione è in atto. La siderurgia può continua­re, ma ridimensionata. Bisognerà pensare a come patrimonializzare le risorse in uscita. Non sarà un’o­perazione facile. Ci vorranno mol­ti anni per raggiungere un nuovo assetto sociale ed economico nel nostro territorio.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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