10 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 10 Maggio 2021 alle 07:32:34

La Divina Commedia
La Divina Commedia

Anno scolastico 1961-62, Liceo Archita di Taran­to, classe 2°E. il prof. Paolo De Stefano, elegante come sempre, doppiopetto con camicia inamida­ta e polsini, capelli corvini, legge il canto V del Purgatorio. La sua voce calda e sonora attira l’at­tenzione degli alunni su uno dei canti più drammatici e musicali della Commedia. E’ una lectio magistralis di natura teologica e poetica: sulla grazia divina che soccorre chi ad essa si rivolge, sulla perfetta sintesi tra teologia e poesia, tra dottrina e creazione artistica.

A distanza di tanto tempo, un suo alunno, che non ha dimenticato l’emozione di quella mattina, ri­prende in mano la Commedia e commenta.

Il canto V del Purgatorio, uno dei più pittorici e drammatici canti della Commedia può avere una lettura teologica. Il messaggio che ci vuole dare Dante, va però esplicitato, bisogna leggere tra le righe, soprattutto per gli aspetti che riguardano il potere sacra­mentale della chiesa.

Per comprendere il significato della sequenza drammatica che si snoda sin dalle prime terzine bi­sogna esaminare cosa è avvenuto in precedenza: il finale del canto precedente. Dante e Virgilio sono ai piedi del colle del Purgatorio: dopo una dotta e complessa di­gressione astronomica di Virgilio sul movimento del sole nell’emi­sfero australe, che Dante mostra di aver capito dicendo che l’Equa­tore “sempre riman tra’l sole e’l verno”, Dante chiede a Virgilio quanto cammino ci sia per arriva­re sulla vetta. Virgilio gli risponde che la salita all’inizio è dura, poi degrada, arrivato in cima potrà lenire l’affanno “quivi di riposar l’affanno aspetta”. Inaspettata­mente compare Belacqua, uno spirito mattacchione e pigro, che se ne sta sornione all’ombra di un roccione in attesa sicura di essere portato in Purgatorio e poi in Pa­radiso. Ha sentito tutto il discorso che si è svolto tra i due poeti e can­zona : prima Dante, dicendo che vuol vedere bene se sarà capace di arrivare in cima senza fermar­si per la stanchezza:”che di sede­re in pria avrasi distretta”; e poi , indirettamente, anche Virgilio, facendo il verso alle complicate disquisizioni astronomiche :“hai ben veduto come il sole dall’ome­ro sinistro il carro mena?” Dante sorride alle parole e agli atti pigri di quello spirito accovacciato che appena alza il capo dalle ginoc­chia per parlare; conosce Belac­qua, sarà spesso passato dalla sua bottega di lutaio a vederlo pigra­mente seduto tutto il giorno; si compiace di vederlo in Purgato­rio. Segue uno sciatto sproloquio di Belacqua sulla inutilità di af­frettarsi al monte, tanto il suo de­stino è già segnato, basta aspettare il tempo stabilito. Virgilio, che ha assistito muto alla scena, ripren­de il cammino e sollecita Dante ad andargli dietro. Qui finisce il canto IV, prologo alle successive drammatizzazioni.

Dante, che abbiamo visto seguire le orme di Virgilio che lo precede nel cammino, all’udire alle spalle il grido di uno spirito che si è ac­corto dell’ombra proiettata dal suo corpo, fa per volgersi indietro “Li occhi rivolsi al suon di quel mot­to”. Immediata , incomprensibile se non si fa riferimento a quanto accaduto prima, l’ira di Virgilio. Nell’Inferno, di fronte agli ignavi, che pur erano spiriti dannati, si era limitato a dire: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, qui si rivolge aspramente a Virgilio: perché rallenta il passo? perché si interessa di quelle sciocchezze? Che ti fa ciò che quivi si pispi­glia? Piuttosto badi bene a seguire il suo maestro : “vieni dietro me, e lascia dir le genti” , e lasci stare quei pensieri che germogliano in­controllati nella mente: “ perché la foga l’un dell’altro insolla”.

Cosa sono questi pensieri affan­nosi, in foga, che passano per la mente di Virgilio? se non la rab­bia e lo sdegno represso alla vista di Belacqua. Un modello di egoi­stica ignavia, che Dante non deve seguire; un modello giustificabile solo alla luce di una teologia for­malistica, affidata a esteriori pra­tiche sacramentali, nel caso spe­cifico il battesimo, che assicura lo scempio Belacqua sulla ascesa in Paradiso.

Dopo la reprimenda e il rossore di Dante, il tono si abbassa ; si avvi­cina lentamente una processione che procede di traverso al cammi­no dei poeti cantando “ Miserere” a verso a verso”, il salmo peni­tenziale di Davide, cinquantesimo della raccolta biblica.

Questo Miserere, inserito prima della presentazione dei tre perso­naggi che appariranno successi­vamente sulla scena, ha un signi­ficato preciso.

Davide lo compose, benché già as­solto dal profeta Nathan, per chie­dere direttamente a Dio il perdono di un peccato orribile. Le cose si erano svolte in questo modo: Da­vide, che aveva spedito il suo eser­cito per porre l’assedio alla città di Rabba, era rimasto vigliaccamen­te a Gerusalemme. Una mattina, passeggiando sul tetto del suo terrazzo , vide Betsabea, la moglie di un suo soldato, che si lavava nel terrazzo di fronte. Invaghitosi della donna, approfittando dell’as­senza del marito, la fece venire a palazzo e giacque con lei. Quando Betsabea gli fece sapere di essere rimasta incinta, chiamò il capi­tano dell’esercito che assediava Rabba e gli comandò di mettere in prima fila sotto le mura il marito, Uria, per farlo morire colpito dai dardi nemici, cosa che puntual­mente avvenne. Morto il soldato si presentò al cospetto di Davide il profeta Nathan che gli pose que­sto quesito: vi era un uomo molto ricco, proprietario di molte greggi e ricchezze, vicino a questo vive­va un pover’uomo con alcuni figli che possedeva una sola pecorella, era la sua gioia, l’unica cosa che possedesse, gli dava da mangiare con le sue mani, la faceva dormire nel suo letto, la trattava come una figlioletta. Un giorno che il ricco doveva imbandire una cena per gli amici, invece di prendere una pecora del suo gregge, fece pren­dere ed uccidere l’unica pecora del poveretto. Tu che pensi che bi­sogna fare? disse Nathan. Sdegna­to Davide rispose che bisognava metterlo a morte. Ma sei tu quel peccatore, rispose Nathan, pro­fetizzando sciagure sulla casa e progenie di Davide; poi di fronte al pentimento di Davide lo aveva confortato rivelandogli il perdono divino:” il Signore ha perdonato il tuo peccato, non morirai”. Davide a questo punto non appagato da questo perdono si rivolge diretta­mente a Dio componendo il salmo di penitenza, Miserere mei Deus.

Antonio Martini, il primo volga­rizzatore della bibbia, commen­tando questo salmo osservava che lì Davide” piange l’adulterio com­messo con Bethsabea, e l’omicidio di Uria, e ne domanda il perdono non in virtù de’ sagrifici mosai­ci, ma pel sacrificio di Cristo … esempio grande pe’ penitenti Cri­stiani, affinchè non credano di po­tere con pochi sospiri, e con poche lacrime unite alla confessione sa­nare le profonde piaghe delle loro anime”.

La salvezza non avviene tramite il formalismo della assoluzio­ne, ma attraverso la carità divina che perdona i peccati di chi si pente e rivolge ad essa, come fa Davide. Quella stessa carità divi­na la vedremo ora operare in chi esprime pentimento ed è il caso di Buonconte, ed anche in coloro che pentimento non mostrano, o non è esplicitato nella narrazione dantesca, ed è il caso di Jacopo del Cassero e di Pia de’Tolomei.

Dal corteo delle anime, accortesi anche esse che il corpo di Dante proiettava l’ombra, si staccano al­cuni messaggeri per poter parlare con loro. Qui non solo Virgilio si ferma, li rassicura di esaudire il loro desiderio, ma sollecita anche Dante a parlare con loro. La situa­zione si è capovolta, dopo l’aspro rimbrotto perché Dante si attar­dava e dava retta a quei bisbigli, ora è lo stesso Virgilio a solleci­tare l’incontro, conferma evidente che era stata l’attenzione di Dante verso Belacqua a suscitare il suo sdegno.

Il primo personaggio del dramma che va in scena è Jacopo del Cas­sero. Uomo sanguigno, podestà e capitano di guerra di Bologna, divorato da odio per il suo rivale Azzo VIII di Este, che ha mire di impossessarsi della città, potendo anche contare in Bologna su ap­poggi politici interni. Quando Ja­copo viene invitato a Milano per assumere ivi la carica di podestà, e tenta di raggiungere la città lom­barda passando attraverso il terri­torio di Venezia, Azzo gli tende un agguato e lo fa uccidere a colpi di roncone nelle paludi di Oriaco, in territorio padovano. Il pentimento e la consapevolezza dei peccati in Jacopo avviene dopo la morte, quando prega Virgilio di recarsi in Fano per ottenere qualche pre­ghiera. Nella narrazione dei suoi ultimi istanti di vita c’è ira, ran­core per il tradimento, memoria della corsa affannosa nella palude, la caduta , gli assassini che lo rag­giungono e il sangue che scorre dalle profonde ferite. Non c’è re­ligiosità, è una morte da dispera­to, non ci sono sacramenti, ma la bontà divina , l’ imperscrutabile giudizio di Dio, salva comunque Jacopo.

Anche il secondo personaggio che si presenta sulla scena, Bonconte da Montefeltro, è persona assueta alle armi: comandante dei Ghi­bellini di Arezzo nella battaglia di Campaldino contro i Fiorenti­ni. Ma mentre Jacopo muore da disperato, Buonconte negli ultimi istanti della vita si raccoglie in una intima preghiera affidando a Maria la sua anima: “ Quivi per­dei la vista, e la parola/ nel nome di Maria fini’, e quivi/ caddi e rimase la mia carne sola”. Ma nella Bibbia, nel primo libro del­la Bibbia, è detto:“ il Signore Dio disse al serpente: perché tu hai fatto questo, maledetto sei tu tra tutti gli animali, e le bestie della terra… porrò inimicizia tra te e la donna, tra il seme tuo, ed il seme di lei. Ella schiaccerà la tua testa e tu tenderai insidie al calcagno di lei”. Nella lotta con l’angelo di Dio, l’angelo d’inferno non può prevalere su chi si è affidato a Ma­ria. L’anima di Bonconte è salva. Siamo nella perfetta aderenza al testo biblico, in una sacra rappre­sentazione nella quale l’uomo è lasciato solo con la sua coscienza a rapportarsi con Dio. Un rappor­to che si realizza, come per Dante, attraverso la mediazione della più alta figura femminile.

Poche righe, due terzine per de­scrivere il terzo personaggio: Pia, uccisa dall’uomo che si era unito a lei col sacramento del matrimo­nio. I commentatori antichi ci di­cono che fosse della famiglia dei Tolomei, sposata ad un certo Nello de’Pannocchieschi, che la rinchiu­se in un suo castello e la fece mori­re, forse defenestrata. Non sappia­mo i motivi, forse sposa infedele, forse uccisa innocente. Dante tace non svelando il mistero. Non c’è descrizione della morte, pensie­ri di Pia, pentimenti o preghiere. Nulla, imperscrutabile giudizio di Dio, che giudica, condanna o sal­va. In questo canto di Dante l’uo­mo è solo, senza intermediazione terrena e sacramentale, di fronte a Dio. Dante parla alle generazio­ni venture e si fa profeta per tutte le genti, cristiane e non cristiane, battezzate o non battezzate, assi­stite o non assistite dai riti e sacra­menti liturgici.

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