22 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Giugno 2021 alle 16:09:36

Cronaca News

Caso ex Ilva, «A rischio c’è la tenuta sociale»

Confronto tra il prefetto e le sigle sindacali Fim, Fiom e Uilm

L'ex Ilva
L'ex Ilva

Da Taranto a Villa Pamphilj e ritorno, passando per Bari. La vicenda Ilva è approda­ta lunedì sera agli Stati Generali dell’Economia, con il premier Giuseppe Conte che ha bocciato il piano industriale di Arcelor Mit­tal: «Inaccettabile», come i 3.200 esuberi ed i 1.700 mancati rientri a lavoro per chi è rimasto nell’am­ministrazione straordinaria. Ma il punto è capire quale futuro – se c’è – attende la grande vecchia fab­brica. E come reggere l’onda d’urto di una crisi sociale dal potenziale enorme. Ieri si è tenuta una call conference tra il prefetto Deme­trio Martino e le sigle Fim, Fiom e Uilm, dopo quella di lunedì pome­riggio con il governatore pugliese Michele Emiliano. «Il pericolo serio e reale è che la tenuta sociale salti a fronte di questa grave situa­zione esistente in ArcelorMittal e quindi abbiamo chiesto al prefetto di Taranto di trasferire al Governo questa preoccupazione. C’è infatti una esasperazione reale, profonda, a fronte della quale non bisogna perdere più tempo, quindi o si in­chioda ArcelorMittal alle proprie responsabilità oppure la si manda via, a casa, e anche velocemente» ha dichiarato, all’agenzia Agi, il se­gretario Uilm Taranto, Antonio Talò, per il quale «il punto criti­co ora è l’emergenza sociale, dei lavoratori, delle famiglie. Ci sono migliaia di persone che, in cassa integrazione, stanno prendendo meno di 800 euro al mese e ci sono quelli che aspettano ancora la cas­sa dall’Inps. Con queste somme è complicato gestire una famiglia, le spese, i mutui. Un prima avvisaglia l’abbiamo avuta martedì scorso, nel giorno dello sciopero, quando ci sono stati momenti di tensione all’esterno della direzione di stabi­limento. Ed era qualche centinaio di persone, e quando rischiamo di avere migliaia di persone, se non corriamo alla svelta ai ripari, che accadrà? Con gente legittimamente esasperata, sarà impossibile parla­re o qualcuno pensa forse di poterla calmare in qualche modo?».

Anche il segretario Fim Cisl Ta­ranto, Biagio Prisciano ha posto l’accento sul «grande disagio so­ciale» che «a causa di ArcelorMit­tal, è sotto gli occhi di tutti; la gente ormai non ce la fa più, i lavoratori sono stremati e adesso il Governo deve fare il Governo. Da qualsiasi lato prendi la situazione è messa in uno stato davvero drammati­co – commenta Prisciano -. Dalle manutenzioni degli impianti che non si fanno, ed è un aspetto mol­to importante per la sicurezza, alle comunicazioni relative alla ripar­tenza di impianti che sono state poi disattese dall’azienda, dall’elevata cassa integrazione allo stop dei lavori per il miglioramento am­bientale. Abbiamo detto al prefetto che ci deve essere l’attenzione di tutte le istituzioni, anche rispetto alle dichiarazioni rese dal premier Giuseppe Conte che ha bocciato il nuovo piano di Arcelor Mittal. Ci deve essere un’attenzione massima ma bisogna anche procedere mol­to velocemente». «Il prefetto ci ha ascoltato e gli abbiamo chiesto di produrre un documento, che si è impegnato a redigere e che invie­rà ai ministeri evidenziando anche il grande disagio sociale che que­sta situazione di ArcelorMittal sta determinando» afferma Priscia­no. «Qui – aggiunge – le uniche cose che si vedono sono continue procedure di cassa integrazione. Nell’indotto-appalto c’è una situa­zione drammatica, altro che le cose si stanno normalizzando e i paga­menti sono in corso. Ma che rilan­cio può mai essere – quello che si basa solo sulla cassa integrazione? Qui le richieste non finiscono mai, ne giungono a getto continuo ed è molto fondato il timore, tra noi e i lavoratori, che, concluso il ricorso alla cassa integrazione, le aziende possono ricorrere anche ad altro» conclude Prisciano evidenziando «l’indotto-appalto sta ancora usan­do la cassa integrazione Covid e che altrettanto sta facendo per ora ArcelorMittal per poi passare, dal 6 luglio, ad altre 9 settimane di cas­sa integrazione ordinaria già chie­sta per circa 8100 unità». Proprio Fim Cisl e Uilm hanno poi scritto all’azienda segnalando che «da di­versi giorni, causa della riduzione dei mezzi di trasporto costretti alla fermata per mancanza di pezzi di ricambio, molti lavoratori sono co­stretti a protrarre la loro permanen­za all’interno dello stabilimento in attesa che il bus effettui la seconda corsa. Il problema si associa al fat­to che sui mezzi, a causa dei proto­colli di contrasto alla diffusione del virus, non possono salire più di un certo numero di lavoratori». I sin­dacati attendono «soluzioni celeri» e si riservano di avanzare denuncia agli enti ispettivi.

Ma, oltre alla questione sociale, c’è la vicenda ambientale; ed è su que­sta che si focalizza Giustizia per Taranto: «Mittal vuole licenziare metà della forza lavoro e rilevare gratis gli impianti, praticamente non si poteva fare altro che rispe­dire il piano al mittente. Sul piano ambientale e le sue decennali dero­ghe non una parola, ma sugli sconti alla vendita e i licenziamenti si al­zano le barricate, almeno fin quan­do terranno. I licenziamenti sono una questione elettorale, niente di più: Conte e la sua compagine di governo vedrebbero indebolirsi la loro posizione di fronte all’elettora­to e devono scongiurarli alla meno peggio, senza alcuna visione di me­dio periodo. Dunque la soluzione migliore resta quella che prospet­tiamo da sempre, ossia chiudere la fabbrica e riconvertire il territorio riqualificando e impiegando la for­za lavoro di Ilva, facendo leva sui fondi europei a disposizione. Con meno soldi di quanti se ne stiano spendendo per questo assurdo sal­vataggio, si farebbe ripartire l’eco­nomia, l’occupazione e l’ambiente, ma niente! Lo Stato come piano B ha unicamente l’idea di entrare nel capitale sociale di Ilva attraverso la controllata del Ministero dell’Eco­nomia, Invitalia, sperando che gli si affianchi un altro colosso dell’ac­ciaio. Nessun privato terrebbe in marcia quella fabbrica con 10.000 occupati e così la presenza dello Stato servirebbe a gonfiare l’occu­pazione e produrre più acciaio di ciò che realmente serve, con tutte le implicazioni sanitarie ed am­bientali di cui, però, non importa assolutamente nulla. Insomma la soluzione prospettata è una bolla pronta a scoppiare un po’ più in là, contro ogni legge dell’economia e del mercato. Ma è così che ragiona la politica in Italia: basta scaricare il problema sul Governo che verrà dopo».

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