14 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Maggio 2021 alle 19:15:24

Cronaca News

«Sull’ex Ilva parole non vere»

Per l’ad Lucia Morselli «è il più bell’impianto d’Europa»

Lucia Morselli
Lucia Morselli

Riuscire a far pra­ticamente coincidere le reazioni di un autorevole esponente del sindacato e del leader degli indu­striali tarantini.

A riuscirci è stata Lucia Morselli, amministratore delegato di Arce­lor Mittal Italia.

Ospite del salotto televisivo di Bruno Vespa, “Porta a Porta”, Morselli ha parlato dell’ex Ilva di Taranto come del «più bell’im­pianto siderurgico d’Europa» e dichiarato che la fabbrica non è da salvare, perchè «è già salva».

Parole che hanno lasciato più di qualche perplessità tanto in Roc­co Palombella, leader nazionale della Uilm, quanto in Antonio Marinaro, presidente di Confin­dustria Taranto. Concordi nel giu­dicare distanti dalla realtà quanto detto dall’ad di Arcelor Mittal Italia. «Gli accordi di marzo ci tengo a dire che per noi sono vin­colanti e che intendiamo rispet­tarli. Così come abbiamo accet­tato, ed è previsto dall’accordo, che nel capitale di ArcelorMittal entri un investitore istituzionale. E siamo contenti di questo», ha detto Morselli sulla possibilità dell’ingresso di capitale pubblico su cui ha avuto un primo incontro con Francesco Colao che guida la task force per il governo, e Do­menico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, che sarà il braccio dello Stato nell’ex Ilva. «Una riunione che si è svolta in un clima buono», per Morselli.

«Posso confermare che nell’Ac­cordo di marzo si prevede che Arcelor Mittal resti in Italia, an­che con una partecipazione pub­blica e l’ingresso di Invitalia in Ami è assolutamente compatibile con la presenta di Mittal in Italia, anzi è di sostegno a questa pre­senza», ha proseguito Morselli. Arcelor non esclude di restare in Italia in un ruolo di minoranza: «E’ una cosa da valutare e da decidere, non è stata ancora defi­nita. Qualche volta succede» che la multinazionale francoindiana «sia presente con posizione mi­noritaria».

«È stata presentata una raffigu­razione che non c’entra nulla con la realtà. Ilva è in una situazione diversa, il piano industriale è una farsa, non si regge. L’ambientalizzazione è ferma. Ed è un’eresia dire che quella fabbrica oggi pro­duce» replica Rocco Palombella. «Nella trasmissione è mancato il contraddittorio. L’impressione è che sia stata una una trasmissione quasi per calmare gli animi, per arrivare a novembre» quando, pagando una penale, come è noto Am potrebbe sganciarsi dall’I­talia. «La mia preoccupazione» dice amaro Palombella «è che ci consegneranno macerie».

Avrebbe voluto «un contraddito­rio» anche Antonio Marinaro, «lo avremmo gradito, noi industriali di Taranto, che conosciamo il territorio e lo stabilimento». Una fabbrica, il grande siderurgico che incombe alle porte della cit­tà, «che è in una fase di vetustà avanzata» nota il presidente di Confindustria Taranto. «L’ex Ilva è sì il più importante stabilimen­to europeo, ma da anni non viene adeguatamente manutenuto. Non posso condividere quanto detto in trasmissione». Proprio Mari­naro ricorda che gli investimenti per l’Aia, l’Autorizzazione Inte­grata Ambientale, vengono «dai fondi dei commissari».

Anche dal Governo è arrivata una risposta a Morselli, tramite un tweet del vice ministro all’E­conomia, Antonio Misiani: «La dottoressa Morselli dichiara che il Governo saprebbe da marzo di eventuali esuberi all’Ilva, ma in quell’accordo non era previsto al­cun esubero. Il Governo – prose­gue – vuole portare avanti l’intesa del 4 marzo senza arretrare sul fronte della tutela dell’occupazio­ne».

Per Lucia Morselli, «dobbiamo essere tutti orgogliosi di questo impianto (quello tarantino, ndr), il più bell’impianto d’Europa, il più moderno, il più potente, tut­ti ce lo invidiano». In una nota Franco Rizzo, coordinatore pro­vinciale Usb, scrive: «Morselli ha parlato di impianti dotati di tec­nologie avanzate. La verità è sot­to i nostri occhi ogni giorno con tutti i suoi effetti che si traducono in incidenti in diversi reparti. Lo stabilimento è vetusto e sta ca­dendo a pezzi. Anche questa in­tervista trasmessa dalla Rai è uno schiaffo a lavoratori e comunità. Ancora menzogne di fronte alle quali rispondiamo chiedendo an­cora l’allontanamento della mul­tinazionale».

Intanto, Alessandro D’Amone, (Esecutivo Usb) e Vincenzo Mer­curio (Rls Usb) denunciano l’as­senza di Dispositivi Individuali di Protezione. «Mancano tute, scarpe antinfortunistiche, oc­chiali e maschere antipolvere in tutti i reparti della fabbrica. Cosa altrettanto significativa: l’acqua da bere viene letteralmente cen­tellinata, con tanto di firma da parte di coloro che la ritirano e indicazione del numero di botti­gliette; scarseggia anche la carta nei bagni. Ciò accade soprattut­to nelle zone maggiormente fre­quentate da lavoratori, e quindi Acciaieria 2 Colate Continue, Al­toforni, Agglomerati e Cokerie».

Dal versante ambientalista, si ri­volgono invece al premier Giu­seppe Conte diverse associazioni e cittadini. In una lettera al presi­dente del Consiglio si legge che «Purtroppo, è convinzione comu­ne, tra i politici, che solo grazie all’industria pesante una nazione può ottenere dal resto del mondo rispetto ed attenzione. Bisogna essere tra i paesi più industria­lizzati, se si vuole partecipare ad incontri a numero ristretto. Non interessa quale danno economico questa idea produrrà, ci si butta a capofitto nell’avventura che già si sa perdente, perché perdente è ormai da decenni, incorniciando­la in definizioni atte a toccare lo spirito dei connazionali: ‘produ­zione strategica per l’Italia’ (…) Quanto, fino ad oggi, lo Stato italiano ha pagato in stipendi e benefit i commissari governativi? Quanti miliardi di euro ha messo in campo per l’attuazione dell’Aia e quali risultati sono stati ottenu­ti, se non qualcosa molto vicino allo zero? Il fatto è che, quando si parla di acciaieria con produzio­ne a caldo, si deve mediare tra sa­lute e lavoro; si arriva addirittura a dichiarare che ‘i tarantini devo­no scegliere tra salute e lavoro’, quando sappiamo benissimo tutti che mai è stata concessa tale scel­ta. Quando si parla di produzione a caldo (quella altamente inqui­nante), si sceglie di chiuderla a Genova e a Trieste per tutelare la salute di lavoratori e cittadini. A Taranto, quindi, non ci sono lavoratori né ci sono cittadini. In 8 anni, da un sequestro senza fa­coltà d’uso degli impianti dell’a­rea a caldo, prima con la gestione statale e dopo con quella del più grande produttore mondiale di acciaio, il governo non è riuscito a risolvere né i gravissimi proble­mi d’inquinamento né quelli oc­cupazionali».

1 Commento
  1. Claudio Monteduro 11 mesi ago
    Reply

    Concordo e non potrebbe essere diversamente quanto da chi come parte in causa conosce e non può certo dire che non lo sia che la situazione generale della fabbrica è al limite della sopravvivenza per produzione e per occupazione. Chi se non coloro che vivono l’attuale condizione di lavoro può dare una testimonianza fattuale di come questo in tale fabbrica abbia limiti di sicurezza insopportabili. Lo Stato con la esse maiuscola deve prendesi carico di far rispettare gli impegni che “l’affittuaria Arcelor Mittal ” ha assunto sottoscrivendo un contratto dal quale sembra e, non è del tutto inconcepibile, che stia operando per trovare il modo di risolvere nella migliore condizione a suo vantaggio. Intanto i cittadini di Taranto continuano ad essere penalizzati dall’ininterrotto inquinamento che è stato causa di affezioni patologiche in particolare dei più piccoli abitanti del quartiere adiacente all’impianto “più grande d’Europa” che dovrebbe essere un vanto per la nazione. Altre considerazioni di diverso tenore non si possono trarre e questo è solo un aspetto di questo solo nostro “GRANDE PROBLEMA”.

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