21 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Ottobre 2021 alle 16:57:00

Cronaca News

Processo Feudo, confermate altre tre condanne

Pene pesanti in Appello per i vertici dell’organizzazione

Il blitz Feudo
Il blitz Feudo

Confermate dalla Corte d’Appello le pene pesanti inflitte ai presunti capi del clan giudicato nel processo antimafia “Feudo”. I giudici di secondo grado hanno condannato Cosimo Bello a ventitrè anni e sei mesi (in primo grado era stato condannato a ventiquattro anni) e Carlo Mastrochicco a ventitrè anni e quattro mesi (in primo grado era stato condannato a ventitrè anni). Per i giudici Bello e Mastrocchicco sarebbero stati gli esponenti di spicco del gruppo mafioso che avrebbe dettato legge a Statte. La sentenza di secondo grado ha confermato quindi l’associazione mafiosa. Sconto di pena in Appello per Carmelo Dimauro. In primo grado era stato condannato a undici anni in Appello, invece, a otto anni e sei mesi.

Per l’imputato, difeso dagli avvocati Davide De Santis e Michele Fino, è caduta l’accusa di associazione mafiosa. L’operazione “Feudo” era scattata nel 2016. Carabinieri e Guardia di Finanza avevano eseguito una raffica di ordinanze di custodia cautelare. I provvedimenti erano stati emessi dal gip del Tribunale di Lecce su richiesta della Procura da presso la DirezioneDistrettuale Antimafia. Arresti perquisizioni e sequestri tra Statte, Massafra e Taranto, precisamente in Città Vecchia e nei quartieri Tamburi e Paolo VI. L’operazione era stata denominata “Feudo” in quanto le attività investigative avevano evidenziato come il territorio di Statte fosse stato assimilato ad un vero e proprio feudo del gruppo criminale. L’attività d’indagine, durata tre anni, era nata da un controllo eseguito nei confronti di un professionista titolare di uno studio contabile. L’organizzazione, secondo l’accusa, era capeggiata dal boss Giuseppe Cesario, detto Pelè (morto nel marzo del 2014) e operava in contatto con altre consorterie, attive a Taranto e in Calabria. Dopo il decesso del capoclan la gestione degli affari illeciti sarebbe passata nelle mani dei suoi luogotenenti. I reati sarebbero stati commessi dal novembre del 2012 fino all’esecuzione delle misure cautelari. L’organizzazione, secondo l’accusa, era dedita al traffico di sostanze stupefacenti, all’usura, alle estorsioni, al porto e alla detenzione di armi, al contrabbando di sigarette, “non disdegnando il ricorso a condotte violente e minacciose al fine di realizzare profitti e vantaggi ingiusti ed allo scopo di acquisire il controllo diretto o indiretto di attività economiche, e la gestione di appalti e servizi pubblici”.

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