26 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 26 Ottobre 2020 alle 06:19:08

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La “Lettera al padre” di Franz Kafka

Franz Kafka
Franz Kafka

Con gli “Amici del libro” di Cri­spiano l’altro ieri abbiamo condi­viso la lettura di un riferimento della letteratura mondiale: “Let­tera al padre” di Franz Kafka. Per me è stata l’occasione per rileggerlo e per riformulare e rin­novare pensieri e impressioni.

Ognuno ha detto la sua. Un libro che segna e insegna. Un libro che affascina e un libro che indispet­tisce. Qualcuno lo ha ritenuto a tratti esagerato, qualcun altro invece si è ritrovato. Comunque è stata un’altra bella serata di let­teratura, fatta di persone attorno a un grande scrittore assente-presente. Un piccolo miracolo. Vivaddio! Nel 1919 Franz Kafka scrive una lunghissima “Lettera al padre”, pubblicata postuma nel 1952, che comincia così: «Caris­simo padre, di recente mi hai do­mandato perché mai sostengo di aver paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti nien­te, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché que­sta paura si fonda su una quan­tità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché an­che nello scrivere mi sono d’osta­colo la paura che ho di te e le con­seguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto».

La paura detta le regole della re­lazione padre-figlio. Il primo la incute, il secondo la subisce.

Come uscirne? La paura fa nasce­re in Franz un senso di colpa pe­renne. Colpa per cosa? Non si sa! Forse sì. Inadeguatezza alla vita. A lungo andare Franz si convince di questa inidoneità. Tutte le sue scelte ne saranno influenzate.

«Franz era un fanciullo debole e delicato; per lo più serio, ma di­sposto talvolta a fare chiasso; un fanciullo che leggeva molto e non voleva fare ginnastica» dice di lui la madre. Il verdetto del padre invece è categorico e terribile: «Non sei idoneo alla vita!».

Il padre è un ricco commerciante ebreo, un «pezzo d’uomo» alto, dalle spalle larghe, tenace, un gran lavoratore, espansivo, im­pulsivo e «tirannico».

Franz è un visionario, privo di senso pratico, non gli piace il commercio, non ha smanie di sta­tus e, per questo, il padre non ca­pirà mai le «stranezze» del figlio e non ne intuirà mai la genialità. Nonostante il rifiuto, Kafka vede nel padre un modello di vita col quale misurarsi. Si vede perden­te al suo confronto e per tutta la vita sarà oppresso da un senso di assoluta manchevolezza e inet­titudine a vivere. L’adolescenza di Kafka è impregnata di questa drammatica tendenza all’auto­svalutazione. Franz si vede brutto e inetto. «Mi accorgevo… ch’ero vestito malissimo e notavo se al­tri erano vestiti bene…

Già allora ero avviato… ad avere poca stima di me, ero convinto che gli abiti assumessero soltanto addosso a me quell’aspetto dap­prima rigido come una tavola, poi cascante a pieghe. Non chiedevo abiti nuovi perché, se proprio dovevo essere brutto, volevo al­meno star comodo… Asseconda­vo gli abiti brutti anche col mio portamento, camminavo con la schiena curva, le spalle sbilen­che, braccia e mani impacciate: avevo paura degli specchi perché mi mostravano in una bruttezza, secondo me, inevitabile».

Kafka è consapevole della sua vocazione letteraria, ma per pia­cere al padre – e anche perché ne è sottomesso –, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, anche se gli studi giuridici non eserci­tano alcuna attrazione su di lui. Il senso rigoroso del dovere gli consente di laurearsi a un prez­zo alto, definito efficacemente nei Diari: «un paio di mesi pri­ma degli esami, con abbondante sciupio di nervi, il mio spirito si nutrì di segatura che inoltre era già masticata in precedenza da mille bocche». Attraverso la let­tera Franz cerca di analizzare il contradditorio e conflittuale rap­porto col padre.

Vuole, per quello che si può, met­tersi in pace col passato e rag­giungere «qualcosa di talmente vicino alla verità da permettere a entrambi di essere un po’ più sereni e da renderci più facile il vivere e il morire».

Chi non ha conti da regolare col suo passato e con suo padre? Ser­ve? Non è meglio lasciare le cose come stanno senza indagare più di tanto?

Una risposta definitiva non c’è. Siamo cause ed effetti. Tutto è passato. Castelli di sabbia, sta­gioni, rimproveri, paure. Resta quello che resta. Onora tuo pa­dre e tua madre per quanto tuo padre e tua madre ti onorano, e anche di più. Il resto è letteratu­ra. Da questa grande “Lettera al padre” ho avuto la sfrontatezza di trarne una canzone. Con rispetto parlando. Libera ispirazione in libera lettera. Ecco i versi: «MI MANCHI PA’ – testo e musi­ca Leo Tenneriello – Dicevi che ho paura di te/che ti eri fatto in quattro per me/testardo forse solo un po’/non ero il tuo robot/Io ti volevo come amico/nonno, zio, ma padre no!/tu eri troppo forte ti dico/io un asino/Dalla tua se­dia governavi/il mondo e quello che mi urlavi/era un ordine dal cielo/da eseguire al volo/Com’era bello però quando la sera/guar­davi il cielo con me e ancora/su quel dondolo nell’anima/piango di gioia pa’/Il tuo passato anche se duro/non è mai stato il mio fu­turo/misura tu di tutte le cose/di tutte le mie scuse/Ma non capivo che soffrivi/a modo tuo ci spera­vi/che arrivasse il meglio per me/addirittura di te/Com’era bello però vederti dormire/col gomito sul tavolo e poi inseguire/me il tuo piccolo nell’anima/quanto mi manchi pa’/E’ una vita che la vita è una colpa/una vita che non è una scelta/m’ingombra la tua om­bra perché/non sono in pace con me/Com’era bello ma sì se tu fos­si qui/vorrei solo dirti che dentro me/io non fuggo più da te nell’a­nima/quanto mi manchi pa’».

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