26 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Luglio 2021 alle 18:59:00

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Nino Buonocore: «Oggi faccio quello che mi va»

Intervista al cantautore ospite del Magna Grecia Festival

Nino Buonocoroe - foto Aurelio Castellaneta
Nino Buonocoroe - foto Aurelio Castellaneta

«Forse qualcuno non lo sa, ma l’autore dei miei testi è un tarantino, Michele De Vitis, che mi ha pregato di rivolgervi un saluto e dirvi che la sua Taranto la porta sempre nel cuore!».

Nino Buonocore, nei giorni scorsi nell’Arena Villa Peripato, ospite del Magna Grecia Festival, rasse­gna organizzata dall’Ico tarantina e dal Comune di Taranto, duran­te il suo concerto porta i saluti dell’autore dei testi di numerosi successi, in particolare quelli fir­mati con il cantautore napoleta­no con il quale nel corso di oltre trent’anni è entrato in perfetta sin­tonia.

È un bel successo, anche di pub­blico. Considerando le restrizioni dovute al Covid-19 e il distanzia­mento obbligatorio (per i prossimi eventi in programma, secondo l’ultimo Dpcm, le platee potranno accogliere un maggior numero di presenze), nell’Arena erano pre­senti quattrocento spettatori circa. Breve introduzione al concerto, con il vicesindaco Fabiano Marti che mantiene le deleghe a Cultu­ra e Sport, e il direttore artistico dell’Ico Magna Grecia, il maestro Piero Romano.

Applausi a scena aperta per brani inossidabili che hanno invogliato il pubblico a cantare insieme con il protagonista della serata, che non ha risparmiato il bis. Fra i brani, Rosanna, A chi tutto e a chi nien­te, I treni d’agosto, Così distratti e, naturalmente Scrivimi. Un picco­lo omaggio al pubblico tarantino, l’inedita L’amore è nudo.

Nino Buonocore con l’Orchestra della Magna Grecia, con cui com­pie un breve tour fra Puglia e Ba­silicata.

A proposito, parola di Buonoco­re, «Ho suonato di recente con la London Simphony e, vi assicuro, non è una sviolinata, l’Orchestra della Magna Grecia non è da meno, anzi…». Applausi anche per il maestro Gianluca Podio, dieci anni insieme con Ennio Morricone, e il pianista Antonio Fresa. Orchestra e arrangiamenti jazz. Galeotto fu l’incontro con Chet Baker.

«La mia scrittura è stata sempre molto vicina a questo mondo mu­sicale, tanto che si può accostare tranquillamente a una tessitura jazzistica; diciamo che era il mio sogno nel cassetto, anche perché spesso ripeto che le fasi artistiche si dividono sicuramente in tre pe­riodi, almeno questo è quanto ac­caduto a me: il primo, quando sei giovane, e vuoi “scassare” tutte cose, cominci da rock, un genera aggressivo; seconda fase, quella dello studio, cominci a moderare certi aspetti e pensare a un lin­guaggio e come rivolgerti al pub­blico; terzo periodo, il più bello: ti senti libero da costrizioni e condi­zionamenti, fai praticamente solo quello che ti balena per la testa».

Lusingato o meno dalla richiesta di successi come “Scrivimi”, “Ro­sanna”, “Una canzone d’amore”. «Mai rinnegare le canzoni, i suc­cessi, che sono poi gli strumenti che consentono, più avanti, di sce­gliere liberamente cosa fare: con­tinuare su quella strada o sterzare su altre strade; forse oggi le avrei riscritte diversamente, ma come a rinnegare capitoli che hanno contribuito alla mia cresci­ta, ma anche a rimediare a degli errori…».

Sentiamo quali errori sente di aver commesso, Buonocore. «Pensa­re, per esempio – dice Buonoco­re – che il Festival fosse un punto d’arrivo, e invece non è nemmeno un punto di partenza è una tra­smissione televisiva, una kermes­se, uno show come un altro, dove la canzone – che invece dovrebbe essere protagonista – viene messa all’angolo, perdendo quello che era il ruolo principale di una ma­nifestazione che non a caso era considerata “Festival della canzo­ne italiana”: la musica non richie­de di essere spettacolarizzata, la musica è già uno spettacolo di suo, anche chitarra e voce…».

Come e quanto è intervenuto, allo­ra, in chiave jazz nelle sue canzo­ni. «Non molto, la scrittura è assi­milabile, è stato un percorso quasi naturale, anche grazie ai musicisti che hanno quella cultura e che mi hanno affiancato in questo proget­to; credo sia stato un processo na­turale, un lavoro già semplificato».

Ma Chet Baker, un supergruppo con Rino Zurzolo. «Il passaggio allo stadio jazz è arrivato in modo naturale, anche se mi sono tornati utili certi passaggi; premesso che tengo alla mia integrità di pensie­ro, non certamente statica – quella appartiene agli sciocchi – volevo però mantenere le ragioni che mi hanno avvicinato alla musica, cosa che ho sempre tutelato; mai imposizioni, solo felici incontri, anche di esperienze diverse, tanto che credo di avere preso, ma an­che di avere dato negli incontri con i musicisti con i quali mi sono relazionato e mi riferisco a Rino, per esempio».

Non gli manca lo studio, chiudersi in sala di registrazione per scri­vere e realizzare album. «E’ un periodo che lo studio mi sta molto stretto – conclude Buonocore – io che fra quelle quattro mura ci ho vissuto a lungo, io che ho co­minciato a diciotto anni; mi sono stancato della musica autoreferen­ziale, oggi in qualche modo voglio dare, lanciare – se vogliamo – un boomerang perché mi faccia com­prendere come questo mio modo di intendere la musica, mi torni indietro…».

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