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21 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 21 Maggio 2022 alle 00:12:00

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Il Discorso sulla poesia di Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo
Salvatore Quasimodo

Quasimodo pubblicò nel 1956 le poche pagi­ne che costituiscono il Discorso sulla poesia e si può dire che fra i poeti legati all’ermeti­smo egli è stato quello che, con sincera pas­sione e forte impegno, ha tentato di rinnovare

la sua poetica e di dare al suo linguaggio ar­tistico nuova dimensione e valore, con oppor­tune scelte morali ed estetiche. Il tempo entro il quale il suo motivo innovatore si è svolto è soprattutto quello che va dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla Resistenza partigiana al 1956. Il Discorso sulla poesia è la conclusione di altri saggi sul valore dell’ar­te e sulla lingua, che sono documenti operati­vi di un pensiero estetico in nuce ed anche un campionario di scelte artistiche che, nel men­tre offrono al lettore la base di un certo gusto poetico, pongono in evidenza i limiti della teoria. Comunque, il Discorso quasimodiano dà l’impressione più di una giustificazione dell’entroterra etico-culturale del poeta e dei suoi atteggiamenti ed equilibri politici che di uno sviluppo crescente di idee fresche ed ori­ginali; cioè, più che una apertura verso

un’estetica nuova sul valore dell’arte, esso appare allo studioso un insieme di frasi già costruite di pensieri e concetti per altra via conosciuti ed espressi; insomma ha tutta l’a­ria di essere un centone di luoghi comuni, che trovano il loro modo di essere nella realtà bibliografica dell’artista.

Già il primo periodo del saggio è discutibile.

Scrive Quasimodo: «I filosofi, i nemici na­turali dei poeti, e gli schedatori fissi del pensiero critico, affermano che la poesia (e tutte le arti), come le opere della natura, non subiscono mutamenti né attraverso né dopo una guerra. Illusione; perché la guerra muta la vita morale d’un popolo, e l’uomo, al suo ritorno, non trova più misure di certezza in un modus di vita interno, dimenticato o iro­nizzato durante le sue prove con la morte».

E’ facile poter chiarire il concetto e vederne l’errata impostazione.

Quasimodo pone il valore della poesia (o dell’arte) su di un piano di contingenza sto­rica, laddove la poesia (e l’arte) va interpre­tata in un preciso intendimento categoriale, cioè universale. È vero che le guerre, come ogni altra calamità umana, possono cambia­re negli uomini il gusto della vita e, quindi, dell’arte, ma è pur vero che ogni vera arte sa cogliere l’essenza dei valori umani al di là del tempo e dello spazio e parlare agli uomini con il linguaggio di sempre.

Ed inoltre c’è da aggiungere che, molte vol­te, proprio dopo lutti e distruzioni e pianti, l’umanità, che ha smarrito il senso della vita, si ritrova nelle voci del passato e da quelle attinge forze e virtù per ricostruire il cam­mino dell’esistenza. Quasimodo è decisa­mente polemico quando toglie di mezzo, con poche parole, la poesia dei crepuscolari, dei futuristi o la letteratura dei vociani: «Qui i crepuscolari, là i futuristi, e l’ha ancora i vo­ciani: una cronaca che non sa distinguere la poesia dalla letteratura. I poeti, infatti, fanno la loro apparizione come motivi accertabili di un movimento letterario, continuano una fase interrotta in precedenza dall’ “ombra” Corazzini, dal simulacro Campana, dal le­mure Sbarbaro». Ma giudicare in tal modo significa sottrarsi al valore, se non poetico, storico di quella poesia e di quei poeti. I qua­li ebbero una loro funzione nella storia delle nostre lettere, espressero un gusto di vita, o un movimento di pensieri, o di opinioni. Ol­tretutto quel ritorno alla distinzione tra po­esia e letteratura è decisamente crociano, e, ancor meglio, dal primo Croce, e Quasimodo qui mostra di non ricordare lo sforzo di tutta la critica moderna per uscire dall’ambito di quella cruda caratterizzazione crociana e su­perarla nel concetto di “generazione lirica“, per il quale ogni opera d’arte, pur nascendo dalla storia e pur essendo segno dei suoi, tempi, nel suo valore interiore, supera ogni contingenza storica, e diventa “metastorica”.

E se è vero che “la guerra ha interrotto una cultura” e ne ha fatto nascere “un’altra”, è discutibile che “la guerra ha proposto nuovi valori dell’uomo” e, in quanto “se la poesia è verità e libertà”, come lo stesso Quasimodo scrive, non si comprende come, anche prima della guerra, in altre epoche prive di guerre, la poesia non possa essere stata “verità e li­bertà”.

È vero che in alcuni momenti storici, in con­seguenza di grandi catastrofi, l’uomo, me­diante la poesia o l’arte, ha potuto ritrovare alcuni valori della vita, tuttavia essi “sembra­no” nuovi alle “generazioni” del tempo, ma non lo sono nell’essenza etica umana che li compone e li esprime nel corso dei secoli.

Quasimodo scrive che il poeta non può esse­re “passivo” nella società.

E conclude “la poesia italiana, dopo il ‘45, è di natura corale, nella sua specie; scorre per larghi ritmi, parla del mondo reale con parole comuni; talvolta presume all’epica”.

Ed è questa per lui la poesia nuova con la quale il poeta non parla solo per sé o di sè, ma dialoga con gli altri; una poesia che il cri­tico definisce (ma la definizione è già di altri) “sociale”, non “sociologica”.

«Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi, hanno scritto poesie sociali, poesie necessarie in un dato momento della civiltà». Il poeta sa, oggi, che non può scrivere «idilli o oroscopi lirici».

Sono definizioni queste che hanno scarsa validità estetica, perché con esse Quasimo­do resta implicato in un giro vizioso di im­magini, che hanno una radice politicamente polemica.

Chi non sa che ogni poeta è poeta del suo tempo? Che Dante o Foscolo abbiano scritto poesie sociali, come egli afferma, in un dato momento della civiltà, non autorizza noi, in quelle liriche, a riconoscere a priori un valo­re eterno di poesia. D’altra parte poco prima lo stesso Quasimodo aveva affermato che il «poeta non “dice”, ma riassume la propria anima e la propria conoscenza e fa “esistere” questi suoi segreti costringendoli dall’anoni­mo alla persona». E allora la contraddizio­ne è patente. Da una parte si crede al poeta calato nella società, che dialoga con gli altri uomini; dall’altra si ammette, in ultima ana­lisi, che ogni poeta è poeta di se stesso, cioè una monade che può parlare degli altri, ma sempre in prima persona. Ciò che lo stesso Quasimodo poi ha fatto con la sua migliore poesia, che è un solitario ritorno ai miti della Sicilia, rivissuti attraverso le sacre memorie della famiglia; e più che essere poesia corale è poesia di un uomo solo che vive un momen­to storico della sua vita. Manca al Discorso quasimodiano la parola nuova; il pensie­ro che vorrebbe teorizzare diventa sforzo e poggia su basi poco solide. La presenza della componente socio-politica fa da velo al con­cetto e trascina lo scrittore verso un porto non sicuro.Penso che lo stesso Quasimodo si sia accorto della frattura delle sue idee, che, poco amalgamate, girano nell’ambito di tanti interessi culturali, che non illuminano il let­tore sul reale valore della poesia e dell’arte. Lo sforzo per costruire una poetica, a nostro avviso, è rimasto inutile. Indubbiamente come ragionatore d’arte Quasimodo è di gran lunga inferiore allo scrittore di poesie e al va­lido traduttore.

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