31 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 31 Luglio 2021 alle 14:03:00

Cultura News

Cento poesie dialettali per raccontare Taranto e il Coronavirus

Il lavoro del prof. Fornaro. La cronaca quotidiana di quei giorni in versi

Antonio Fornaro
Antonio Fornaro

Antonio Fornaro fa cento! Tante sono le poesie dialettali che il noto studioso di tarantinità ha dedicato al triste protagonista di quest’anno: il Coronavirus. L’ultima è stata in­titolata “Ha spicciàte!”, risalente al 26 giugno, in segno di buon augurio per l’auspicabile ritorno alla normalità.

Fornaro iniziò a scrivere que­ste poesie in una notte in cui si era svegliato di soprassalto per un brutto sogno. “Ero agitatis­simo – racconta – per quel ter­ribile Coronavirus che mieteva tante vittime e ci aveva tolto la libertà. Così mi alzai e sfogai la mia rabbia scrivendo alcuni ver­si dialettali che alla fine dettero vita a una bella composizione. Il giorno dopo l’ho inviata per whattsapp, declamandola perso­nalmente, ad amici ed estimatori E da allora (era il 28 marzo) non ho smesso più”. L’arrivo di quei versi, di buon mattino, ha costi­tuito un appuntamento imman­cabile per un numero crescente di tarantini che ne facevano ri­chiesta e effettuavano le condivi­sioni. Moltissimi i ringraziamen­ti pervenutigli per quelle poesie, che hanno avuto il merito di re­galare un po’ buonumore per af­frontare pesanti giornate di auto reclusione.

L’arrivo di quelle composizioni sui cellulari sono poi divenu­te parte integrante di una vero e proprio almanacco tarantino, “Chifra News”, con ogni sorta di notizie e curiosità e un pizzico di buonumore. Tutto questo, giusto per esorcizzare quell’atmosfera di angoscia che per lungo tem­po ha attanagliato la città (e non solo). “Chifra”, specifica l’autore, sono le iniziali di Chiara e Fran­cesco, figli di un suo caro amico, l’editore on line Matteo Schinaia

La prima composizione ha avu­to come titolo “Citte citte mbra de nuie” e racconta di come il Coronavirus si fosse introdotto in silenzio e in modo subdolo in mezzo all’umanità, facendo­si scambiare per una banale in­fluenza e poi colpire a tradimen­to a più non posso.

Non manca il ricorso a perso­naggi storici a noi particolar­mente cari, che si offrono per sconfiggere il temibile nemico. In “Paisille e Sant’Egidie”, per esempio, egli ne immagina il colloquio dalla discesa Vasto e da corso Umberto, dove s’innal­zano i monumenti che li ricorda­no. “I due commentano stupiti e addolorati il silenzio e la man­canza di persone tutt’intorno – racconta Fornaro – Constatato che l’uomo da solo non ce la fa, chiedono entrambi l’intervento di Gesù, affidandosi alla bontà del suo Sacratissimo Cuore”.

Spassosa è anche la poesia che vede protagonista l’indimentica­bile strillone tarantino: ’Marche Polle sfotte ‘u virus’. “Il nostro Amedeo Orlolla, appreso quanto sta avvenendo nella sua amata città – spiega Fornaro – chiede al Signore di lasciare per un po’ il Paradiso per vedere cosa fare. Così, con l’immancabile fascio di buste con le giocate della Si­sal, s’incammina in una deserta via D’Aquino, in cerca invano di chi gli offra una sigaretta e soprattutto sperando di incoc­ciare il Coronavirus, che non si fa aspettare. I due finalmente s’incrociano e Marche Polle, con il suo “A vuè mo?”, annuncia al nemico che gli avrebbe fatto un bel dono: una schedina… avve­lenata, per toglierlo per sempre dalla circolazione”.

E c’è spazio anche anche per Totò (“Totò, ‘a livella e ‘u virus”) e per San Francesco d’Assisi (‘U cante de le criatùre”).

Inoltre in “Le tre nemice taran­dine” l’autore se la prende, oltre che con il Coronavirus, anche con i fumi dello stabilimento si­derurgico e la Xylella, che fanno non meno vittime: “Tre nemice maledette ca ce l’azzeccame, nuje le facime nuève nuève”. “Li vogliamo tutti stesi – auspica – per poi ritrovarci quest’estate in riva al mare a farci una gran mangiata ‘de cozze allattemate’”.

Simpatica è anche “U Corona­virus a Tarde vecchie”, in cui si racconta di come il temibile virus si fosse introdotto fra i vi­coli e poi, scoperto, scaraventato a mare dal ponte girevole; quei versi hanno costituito occasione per raccntare delle bellezze per le quali è famoso il nostro centro storico.

Inoltre, in “Ce pèchere te face” Antonio Fornaro descrive il vi­rus che perde le forze e… “se stè consùme a on’a onze”, fino a scomparire del tutto.

Le composizioni in dialetto avrebbero dovuto essere inizial­mente quaranta, come appunto la quarantena cui ognuno è stato costretto a subire, ma poi, vista l’inarrestabile vena poetica, si sono più che raddoppiate.

“Mi piacerebbe . conclude il po­eta – che questa raccolta di poe­sie dialettali, una volta data alle stampe, fosse letta dai tarantini come una cronaca continuamen­te aggiornata di quei giorni, oc­casione per ricordare con sollie­vo il pericolo scampato”.

 

1 Commento
  1. Vincenzo 1 anno ago
    Reply

    sempre bravo il prof. Antonio. Da lui vorrei sapere qualcosa sulla frase (ce pèchere te face….. ) si scrive così oppure come in vernacolo si pronuncia e cioè: ” ce pech’r te fac u lup tt mang”. Grazie e saluti.

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