17 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Giugno 2021 alle 19:23:30

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Cataldo Foresio, un sacerdote risorgimentale

I suoi versi in un volume pubblicato nel 1880

Il Risorgimento italiano
Il Risorgimento italiano

Trovo, presso un antiquario, un libro stampato a Taranto per i tipi della tipografia dei fratelli Latronico che reca la data del 1880. L’autore è Cataldo Foresio (Taranto 1824 – ivi 1891) che poco conosco. È un volume di prose e poesie ed è dedicato a Car­melo Pignatelli, canonico teologo della chiesa di Grottaglie. C’è una presentazione-dedica che, affettuo­samente, chiama il suo Amico reli­gioso “Carmelo mio”.

L’opera è il terzo libro di un divi­sato corpo di poesie e prose; corpo che ha visto la luce nel 1860 a Na­poli col titolo “Alba”; poi è seguito l’ “Aurora”; quindi il “Meriggio”, quindi doveva seguire il “Tramon­to”. Il “Tramonto” avverte Foresio, desidererebbe dedicarlo alla città di Taranto. Terra, scrive, che mi vide nascere perché spero che le mie ossa riposeranno in quel cimi­tero. Quindi l’affettuosa chiusura della dedica. Confesso di saper nulla di questo sacerdote e teologo tarantino e poco del canonico Car­melo Pignatelli. E allora mi sono rivolto ai due Dioscuri di Grotta­glie: il preside Rosario Quaranta e Silvano Trevisani.

Ho le risposte dovute e le indica­zioni biografiche e bibliografiche; che terrò utilissime, nonché neces­sarie per il saggio sul poeta Fore­sio.

Quello che mi ha subito colpito non è tanto il verseggiare risorgi­mentale e patriottico del Foresio, quanto l’ardire di questo coltissi­mo teologo che, nel volume in mio possesso, il “Meriggio”, reca pagi­ne o in poesia o in prosa a uomini illustri della Taranto del tempo: un tempo che va dal 1849 al 1874 e oltre; e traccia profili e discorsi di personalità egregie e storicamente avvincenti, quali Giuseppe De Ce­sare, e Vito Giovinazzi, e Luigi De Beaumont, e don Michele De Sin­no e Ciro Giovinazzi. Sono questi ultimi elogi funebri, ma sono atti della loro esistenza patriottica, reli­giosa o professionale; insomma un panorama di uomini che fecero, in certo qual modo, la storia civile di Taranto.

Non mancano al “Meriggio” pagi­ne sacre in lingua latina, un latino orchestrato soprattutto sul modello ciceroniano. Eleganza e fluidità di pensiero. Ma ora è mia intenzione dire due parole sulla poesia risor­gimentale di Foresio; su quelle due liriche dedicate “All’Italia” che sono rispettivamente del 1850 e del 1860. Poesie, dunque, in piena lotta indipendentistica, in pieno regime ancora Borbonico e sotto la piena autorità papale, del suo potere tem­porale contro il quale la illuminata e laica e colta intelligenza italiana tirava i suoi “Giambi ed epodi”.

Ma ancora più mi suscita interes­se politico la lirica dedicata alla “Patria” che è del giugno 1849. All’epoca della Repubblica romana garibaldina mazziniana, Foresio è uno di quei sacerdoti alla Ugo Bas­si, che furono con Garibaldi con spirito interventista. È una lirica di dodici sestine a rima alternata sull’esempio berchettiano e tutta la poesia risente del clima di quel primo romantico patriottico spirito che, dal Foscolo al Manzoni, attra­verso i minori, fece una letteratura che si definì appunto risorgimenta­le. “Un saluto di liberi carmi / della Patria fu sacro vessillo / Maledet­to!… Chi al riguardo del nemico / di viltà mostri bianca la fronte!… Pugnerem della gloria sui campi! / è pur bella onorata la morte!… Là solenne il loro giuro daranno / “O la patria far salva, o morir”. Ora chi non avverte in queste rime se­stine l’onda delle “Romanze” del Borchet, chi non sente, nel ritmo incalzante, la “copia” del fluire po­etico del Fusinato, del poeta primo Manzoni, quello del “Marzo 1821.”

C’è un trasporto di entusiasmo pa­triottico che non teme il rigore del nemico o la vendetta dell’avversa­rio.

Foresio è un uomo prima di essere un teologo; e la missione mazzinia­na, unita all’ardore garibaldino, lo conquista e lo protende alla missio­ne poetica. Non diversamente nella seconda lirica dedicata all’Italia, che è di dieci anni dopo.

Dieci impetuose strofe di ottave di decasillabi con la tenuta ritmi­ca dell’accento sulla terza, sesta e nona, proprio come nella lirica manzoniana accennata; il ritmo così è veloce, militaresco, guerre­sco.

Sentite: “Oh mirate… dell’Italia i guerrieri / che morirono per dell’I­talia i guerrieri che morirono per l’Italia: han giurato!… Nella destra hanno il brando snudato / nell’ira dai volti traspar!…”.

Strofe di pura intonazione berchet­tiana in quel “L’han giurato” che anche ricorda il Manzoni del Mar­zo 1821.

“La patria far salva o morir“.

C’è tutto l’impeto patrio di chi vuole l’Italia libera dai tiranni; c’è quella che De Sanctis poi definì “la poesia popolare del nostro Risorgi­mento”, ma poesia casta di ardore risorgimentale.

Del 1863 è la lirica dedicata a Ta­ranto nella ricorrenza della Festa nazionale dello Statuto che è un grido gioioso sulla sua città final­mente libera dallo straniero, Taran­to non da meno delle altre “sorel­le”. Del 1872 e del 1873 sono due componimenti in ottave dedicati rispettivamente alla morte di Maz­zini e Manzoni.

E di queste due testimonianze di amor di Patria e di fede in Dio par­lerò ad altro debito tempo.

Una opera poetica tipicamente ri­sorgimentale per un’Italia mazzi­niana e repubblicana; poi la Storia prese la piega monarchica.

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