04 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 04 Dicembre 2021 alle 08:15:01

Cronaca News

«No tax area per superare l’Ilva. No progetti velleitari»

Franco Rizzo, coordinatore della Usb

Franco Rizzo
Franco Rizzo

Lo sciopero si è concluso martedì 21 luglio (secon­do fonti aziendali l’adesione si sa­rebbe limitata ad una cinquantina di lavoratori), il presidio davanti alle portinerie dello stabilimento invece continua. L’Usb ha una li­nea ferma: «Questa fabbrica – af­ferma il coordinatore provinciale Franco Rizzo – non ha futuro. Lo abbiamo detto e lo ribadiamo: ser­ve un accordo di programma sulla scorta di quanto fatto a Trieste».

La crisi morde l’appalto. «A prote­stare fuori dalla fabbrica – afferma ancora Rizzo – ci sono gli autotra­sportatori che avanzano milioni di euro di fatture non pagate. Ci sono imprenditori che hanno acquistato mezzi e oggi non vengono pagati dall’azienda».

Rizzo, avete ribadito il vostro no ad Arcelor Mittal. Perché?
Perché non ha rispettato gli im­pegni che aveva assunto in sede ministeriale quando fu sottoscrit­to l’accordo del settembre 2018. Ci dissero di avere fiducia e noi ponemmo l’esigenza di instaurare un rapporto corretto con le istitu­zioni locali per evitare il ripetersi del modello Riva. Inizialmente sembravano disponibili, poi il loro atteggiamento è cambiato.

Qual è stato il punto di rottura?
La selezione del personale tra chi doveva restare in fabbrica e chi in­vece passava in amministrazione straordinaria. Erano stati fissati dei criteri che a nostro avviso non sono stati rispettati

Perché secondo voi questa fab­brica non ha futuro?
Facciamo una premessa: fabbri­che di questo tipo in Europa ce ne sono, ma in altri paesi sono state fatte scelte diverse. In Austria hanno puntato sulla riconversione green, in Belgio gli insediamenti sono stati tenuti lontani dai centri abitati. Noi invece siamo rima­sti fermi per inadeguatezza della classe politica che non ha puntato né sulle nuove tecnologie né sulle possibili alternative di sviluppo. La crisi di questa fabbrica è nei numeri: nel 2008, anno record, fu­rono prodotte 9,6 milioni di ton­nellate con circa 20mila lavoratori tra diretti e indotto, oggi siamo a 3,5 milioni di tonnellate con quat­tromila lavoratori.

L’accordo di programma invece dove porterebbe?
Bisogna programmare il futuro, garantendo la copertura occupa­zionale, altrimenti qui si va in­contro ad un disastro sociale. Noi non abbiamo posizioni velleitarie, non diciamo di chiudere la fab­brica dall’oggi al domani perché sappiamo che questi sono proces­si lunghi. Ma bisogna finalmente mettere mano ad un percorso che col tempo porti l’economia della città a non essere più dipendente dalla grande industria.

Bene, come pensate di evitare il disastro sociale con l’accordo di programma?
Noi proponiamo l’istituzione di una no tax area per almeno die­ci anni per attrarre investimenti in settori vincolati che non siano impattanti dal punto di vista am­bientale: agricoltura biologica, rigenerazione urbana, logistica, artigianato, turismo. Del resto si tratta dei settori già individuati dai governi che si sono succeduti in questi anni.

Difficile però che questi sbocchi alternativi possano garantire piena occupazione, non crede?
Noi proponiamo misure di “ac­compagnamento” dei lavoratori: dalle misure per l’amianto e il la­voro usurante agli incentivi all’e­sodo magari legati a opportunità di investimento della no tax area.

Proprio ora che si parla di im­pianti ad idrogeno, con l’Euro­pa che caldeggia la svolta verde per l’ex Ilva, voi considerate chiusa l’esperienza della fabbri­ca?
Sulla fattibilità tecnica della con­versione a idrogeno ho molti dub­bi. Al mondo non ci sono impianti di questo tipo alimentati a idroge­no. La stessa Am sta sperimentan­do questa tecnologia in alcuni suoi stabilimenti, ma limitatamente ad una produzione di poche centina­ia di migliaia di tonnellate.

C’è un ultimo aspetto da consi­derare: il ruolo dello Stato.
Siano dell’idea che questo stabili­mento non possa essere fuori dal controllo pubblico. Un privato non può decidere le sorti di migliaia di lavoratori e di un intero territorio. La presenza dello Stato serve da garanzia e negli anni questa ga­ranzia è venuta meno.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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