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“Arianna a Nasso”: il sottile filo della resilienza

Dieci minuti di applausi per Carmela Remigio e Jessica Pratt a Martina Franca

Arianna a Nasso- Foto Clarissa Lapolla
Arianna a Nasso- Foto Clarissa Lapolla

MARTINA FRANCA – La 46ª edizione del Festival della Val­le d’Itria ha visto rappresentare martedì sera sul palcoscenico dell’atrio del Palazzo Ducale l’Arianna a Nasso di Richard Strauss nella rara edizione del 1912 su libretto di Hugo von Hofmannsthal.

Una scelta ragionata, in tempo del Covid 19 dal direttore arti­stico Alberto Triola d’accordo con Fabio Luisi, direttore musi­cale del Festival che genialmen­te hanno individuato un’opera che soddisfa i tre requisiti oggi necessari per poter rappresenta­re uno spettacolo all’aperto: la durata contenuta, non ecceden­do questa i 90 minuti, il ridot­to organico orchestrale, il non richiedere cantanti provenienti da altri paesi, trattandosi della nuova versione ritmica in italia­no curata da Quirino Principe con Valeria Zaurino.

L’argomento è di sfondo mito­logico e ruota intorno al mito di Arianna e Teseo. Arianna si innamorò di Teseo quando giunse sull’isola di Creta per uccidere in Minotauro nel labi­rinto, lo aiutò così dandogli un gomitolo che, una volta sdroto­lato, gli consentisse di trovare una agevole via d’uscita. Dopo però Teseo la fece addormenta­re per poi abbandonarla sull’i­sola di Naxos. L’abbandono sofferto da Arianna è proprio il tema di quest’opera intimista di uno Strauss erede naturale di Wagner. Se da un lato viene mostrato l’io sedotto e abbando­nato di Arianna, dall’altro fa da contraltare il raziocinio fondato sull’esperienza di Zerbinetta, che con lucido realismo riesce a svegliare Arianna dal suo tor­pore per traghettarla, insieme alle maschere della commedia dell’arte, verso quella nuova vita rappresentata da Bacco. L’opera si presenta come un cameo già dal suo esordio, ponendo con grazia la versione di Principe, un prologo e poi un epilogo nel quale Monsieur Jourdain assi­ste alla rappresentazione della stessa, un teatro nel teatro che recupera l’idea primigenia delle due opere che vennero rappre­sentate insieme al loro debutto. Principale elemento scenico di Gianni Carluccio al centro del­la scena una gabbia a forma di cubo in cui è posta l’alcova di Arianna, simbolo del suo io ma anche dell’angoscia di cui è pri­gioniera.

Se nella vicenda mitologica è Arianna che tende il filo a Te­seo per fargli trovare la via d’uscita qui è Bacco in finale d’opera che lo tende ad Arianna per farla uscire dal suo torpore e riportarla alla vita riaccen­dendone il desiderio e la gioia di vivere. Quella cella diven­ta così alcova d’amore.Vocal­mente e scenicamente Carmela Remigio ha saputo tratteggiare un’Arianna che convince nella drammaturgia del personaggio, Zerbinetta interpretata da una straordinaria Jessica Pratt si è misurata nella lunga e difficile aria di agilità (Potente princi­pessa, chi non intende) che resta tra le arie più difficili del reper­torio operistico, senza smaglia­tura alcuna, districandosi con disinvoltura tra trilli, gorgheggi e sovracuti di cui è disseminata, un’aria che da sola merita la vi­sione dell’opera.

Tra le maschere emerge Vitto­rio Prato (Arlecchino) dal tono sicuro e buona presenza sceni­ca. Barbara Massaro, Ana Vic­toria Pitts e Mariam Battistelli (Naiade, Driade, Eco) hanno interpretato un soavissimo coro delle Ninfe introduttivo di Bac­co (Piero Pretti) . Sontuosi i costumi di Giuseppe Palella. Orchestralmente molto diver­sa dalle altre opere di Strauss, Arianna presenta con i suoi trentasei elementi, un organico quasi cameristico erede del­le orchestre teatrali del XVIII secolo con cui Strauss riesce a ad ottenere ugualmente una densità sonora e una varietà espressiva inauspicabili per tale formazione. Magistrale la dire­zione di Fabio Luisi alla guida dell’orchestra del Teatro Petruz­zelli di Bari Fabio Luisi, che ha saputo valorizzare la sensibilità e la trasparenza della partitura straussiana, partendo dall’asso­lo iniziale del clarinetto per poi curare ognuno degli strumenti della sezione corde. A ben ve­dere tra le righe di questa scelta, l’opera da un chiaro segnale di resilienza. Prima le maschere della commedia dell’arte, poi Zerbinetta cercano di far capi­re ad Arianna che sono tante le isole deserte sulle quali spesso nella vita ci si ritrova ma l’indi­viduo deve trovare in se, quella capacità di fronteggiare le av­versità senza perdersi d’animo. A termine dello spettacolo il pubblico ha tributato dieci mi­nuti di applausi.

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