19 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Giugno 2021 alle 18:23:13

Cronaca News

Ex Ilva, quegli otto anni trascorsi invano

Dalla famiglia Riva ai Mittal, passando per lo Stato

Operai ex Ilva
Operai ex Ilva

Gli elicotteri in volo sulla fabbrica. Le indiscre­zioni – nei giorni precedenti – su cosa sarebbe accaduto. Irrituali visto che si parlava di una inchie­sta giudiziaria. I dubbi sulla pos­sibile concessione della facoltà d’uso in un sequestro ancora da effettuare. E poi gli arresti. Le migliaia di operai che escono dai cancelli, i blocchi stradali, i cor­tei sull’Appia, le tensioni. Sono passati otto anni. Nei quali, dal 26 luglio del 2012 ad oggi, quella che nacque Italsider, diventò Ilva, si trasformò in Arcelor Mittal, e chissà come (se?) continuerà, non ha mai smesso di produrre acciaio; anche se ha avuto ragio­ne chi aveva predetto che i seque­stri sarebbero stati senza facoltà d’uso. Fu il gip Patrizia Todisco a firmare il provvedimento relativo all’intera area a caldo dello stabi­limento: parchi minerali, cokerie, l’area agglomerazione, l’area al­tiforni, le acciaierie e la gestione materiali ferrosi. Proprio quel 26 luglio del 2012 – lo stesso giorno – l’allora presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola e il mini­stro dell’Ambiente del governo Monti, Corrado Clini, firmavano a Roma un protocollo d’intesa per la bonifica e la riqualifica­zione dell’area ionica. La notizia non ufficiale del sequestro, che sarebbe scattato nel pomeriggio, arrivò nel corso della conferen­za stampa. «Non può più essere consentita una politica imprendi­toriale che punta alla massimiz­zazione del risparmio sulle spese per le performances ambientali del siderurgico, i cui esiti per la comunità tarantina ed i lavoratori del siderurgico, in termini di di­sastro penalmente rilevante (…) sono davvero sotto gli occhi di tutti, soprattutto dopo i vari, qua­lificati e solidissimi contributi tecnico-scientifici ed investiga­tivi agli atti del procedimento» le parole del giudice Todisco in un passaggio tratto dalle seicen­to pagine dei due provvedimenti cautelari, uno per i sequestri ed uno per gli arresti di Emilio e Nicola Riva, e di altri sei dirigenti. «Momenti davvero drammatici e carichi di emozioni» li definì Bruno Ferrante, già prefetto di Milano, nominato presidente del cda dell’Ilva pochi giorni prima.

Otto anni dopo, Taranto è anco­ra “la città dell’Ilva”, nei ritratti spesso amari che se ne fanno sui media nazionali. Una città essen­zialmente irrisolta, come irrisolta è la questione che ruota attorno alla gigantesca acciaieria che le sta accanto. Cosa è cambiato, dal giorno del blitz e dei sigilli agli impianti? L’acciaieria non è sta­ta chiusa, neppure per un gior­no. Una dozzina di decreti-legge hanno permesso la prosecuzione dell’attività produttiva. Di certo, non era questo ciò che voleva chi sperava in una Taranto de-indu­strializzata, con l’ingombrante skyline delle ciminiere messo definitivamente allo spalle. Ma anche i fautori di una città anco­ra industriale, però diversa, forse semplicemente non più novecen­tesca, hanno visto deluse le loro aspettative. «La crisi di questa fabbrica è nei numeri: nel 2008, anno record, furono prodotte 9,6 milioni di tonnellate con circa 20mila lavoratori tra diretti e in­dotto, oggi siamo a 3,5 milioni di tonnellate con quattromila la­voratori» ha dichiarato a Taran­to Buonasera il coordinatore del sindacato Usb Franco Rizzo in una recente intervista. Certo, non c’è più la famiglia lombarda dei Riva, estromessa dalla proprie­tà dello stabilimento di Taranto e dei suoi ‘satelliti’ in Italia.

Da una famiglia capitalista ad un’al­tra, oggi la catena di comando dell’acciaieria più grande d’Euro­pa arriva sino a Lakshmi Mittal ed a suo figlio Aditya, magnati indiani che guardano dall’alto in basso un impero industriale enorme, sotto le insegne di Ar­celor Mittal, il primo produttore siderurgico al mondo. In mezzo, la parentesi dello Stato-impren­ditore: non più, è chiaro, quell’Iri che battezzò il 9 luglio del 1960 la posa della prima pietra, ma la gestione commissariale. Anzi, le gestioni: da Bondi e Ronchi a Gnudi, Carrubba e Laghi, prima dell’arrivo del ‘gestore’ Arcelor Mittal capace di aggiudicarsi la gara a cui ha partecipato anche la cordata italo-indiana AcciaiItalia (Jindal-Arvedi-Cdp-Delvecchio). I commissari, in realtà, ci sono ancora, perchè Mittal non è pro­prietario ma affittuario degli im­pianti. Francesco Ardito, Antonio Cattaneo e Antonio Lupo furono nominati dall’allora ministro dello Sviluppo Economico Lu­igi Di Maio nell’aprile del 2019. Alessandro Danovi ha poi preso il posto di Cattaneo. Otto anni dopo, resta incerto il futuro della fabbrica e, per inevitabile con­seguenza, della città. Si sono al­ternati sei governi (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II), tra tecnici, a guida Pd, gialloverdi, giallorossi. Un’ordalia cromatica. Oggi si parla di un futuro ad idro­geno, una transizione green che però, hanno spiegato gli esperti, se pure fosse praticabile non po­trebbe essere effettiva prima di vent’anni. Dal 26 luglio 2012 al 26 luglio 2040.

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