21 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Giugno 2021 alle 19:30:12

Nikolaj Gogol'
Nikolaj Gogol'

“Il cappotto” è un rac­conto grottesco del 1842 del grande scrittore ucraino Nikolaj Gogol’. Un racconto importante, di quelli che lasciano il segno. Non a caso Do­stoevskij disse «siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’».

La storia è ambientata a Pietroburgo, nella Russia zarista. Il protagonista è Akàkij Akakièvic, un umile e timido impiegato. Vive una vita con i giorni che sono copie uno dell’altro. E lui, guarda caso, è un ricopiatore di testi.

«Per quanti direttori e superiori cam­biassero, videro sempre lui allo stes­so posto, nella stessa posizione, con le stesse funzioni, sempre lo stesso impiegato copista, tanto che poi si persuasero che, eventualmente, dove­va essere venuto al mondo così, già pronto con l’uniforme e con la calvi­zie sulla testa».

Nonostante la disistima dell’ambien­te che lo circonda, Akàkij è tutto la­voro e vita, vita e lavoro. Non riesce a fare altro, tant’è che si porta il la­voro a casa. «Sarebbe stato difficile trovare un uomo che vivesse così del suo lavoro. È poco dire che egli pre­stava servizio con zelo; no, prestava servizio con amore». I suoli colleghi lo prendono in giro. Lui subisce, è troppo buono per tener testa a quei farabutti.

A suo modo è un uomo controcor­rente. Fa il suo dovere. Un rivoluzio­nario con la testa a posto. I veri rivo­luzionari arriveranno dopo.

La sua vita ha bisogno di calore, fisi­co e psichico. Con grandi sacrifici si fa fare dal sarto un cappotto nuovo, quello che ha, ormai è inutilizzabile, difatti «era oggetto delle derisioni dei colleghi; gli avevano persino ne­gato il nobile nome di cappotto e lo chiamavano vestaglia». Col cappotto nuovo è un altro uomo.

«Da quel momento parve che la sua stessa esistenza si facesse in un certo senso più piena, come se si fosse spo­sato, come se qualche altra persona vivesse con lui, come se non fosse più solo, ma una gradita compagna avesse acconsentito a percorrere al suo fianco il cammino della vita, e quest’amica non era altri, appunto, che quel cappotto bene imbottito, con una robusta federa consumata. Egli diventò anche più vivace, pesi­no più fermo di carattere, come un uomo che s’è ormai stabilito e fissato uno scopo. Dalla sua faccia e dai suoi atti scomparvero il dubbio, l’indeci­sione, insomma tutti gli aspetti oscil­lanti e indeterminati».

Quanta tenerezza che suscita questo piccoletto. L’abito rende il monaco più credibile a se stesso e agli altri. A casa, da solo, lo guarda e ne gode. Addirittura i suoi colleghi lo invita­no a una festa. Incredibile. È iniziata l’ascesa sociale. Ora è un uomo che ha stoffa, dentro e fuori. Il cappotto sembra il mantello magico dei super eroi moderni. O è solo che da sem­pre l’immagine è sostanza. Fatto sta che Akàkij non sta nella pelle. Ha una pelle nuova, calda e che fa bella figura. Al ricevimento non sa come comportarsi, è impacciato, non è abi­tuato a stare con gli altri, soprattutto in situazioni mondane.

Tutte le belle storie non durano per sempre. Quella notte, mentre Akàkij torna a casa dalla festa, viene rapina­to del suo bel cappotto. È disperato. Il giorno dopo chiede giustizia, ma nessuno lo aiuta. Né il commissario distrettuale, né il misterioso e inquie­tante «personaggio importante».

Una vita per costruire la felicità e all’improvviso tutto va in fumo. Il freddo ha il sopravvento. Anche la disperazione, come la derisione dei suoi colleghi. Tira le cuoia.

«E Pietroburgo rimase senza Akàkij Akakièvič, come se mai fosse esisti­to. Scomparve e si dileguò un essere che nessuno aveva difeso, che a nes­suno era stato caro, per nessuno in­teressante, che non aveva attirato su di sè nemmeno l’attenzione del natu­ralista, il quale pure non disdegna di infilare uno spillo in una comunissi­ma mosca e di osservarla al micro­scopio, un essere che aveva soppor­tato docilmente tutte le irrisioni del suo ufficio ed era sceso nella tomba senza aver compiuto alcuna straor­dinaria impresa; però, verso la fine della vita, a questo essere era apparso un ospite luminoso sotto forma d’un cappotto, un cappotto che per un istante aveva ravvivato la sua povera esistenza, ma sul quale poi s’era ab­battuta implacabile la sciagura, così come si abbatte sugli imperatori e i sovrani del mondo…».

Vorrei parlare del finale, ma non mi sembra il caso. Toglierei il gusto a chi ancora non ha letto questo rac­conto imperdibile. La storia non fini­sce qui, non finisce così, ma finisce. Quello che però resta è l’eterno desi­derio e l’eterna domanda: «lasciate­mi stare, perché mi offendete?».

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