29 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 29 Luglio 2021 alle 22:09:00

Cronaca News

«Governo e Cinquestelle hanno tradito Taranto»

Intervista all’ex ministro Lorenzo Fioramonti

Lorenzo Fioramonti
Lorenzo Fioramonti

Doveva e voleva essere l’uomo della svol­ta green di Taranto. Lorenzo Fioramonti si era “inventato” il Tecnopolo del Mediterra­neo come fulcro di una nuova stagione di sviluppo. È andata diversamente: lui non è più ministro e ha rotto col suo ex partito, il M5S. Del Tecnopolo, intanto, si sono perse le tracce.

Onorevole, a distanza di otto anni dal sequestro degli impianti di quello che nel 2012 era ancora lo stabilimento del­la famiglia Riva, la situazione a Taran­to è peggiorata. Non solo non si hanno certezze neppure sul futuro prossimo dell’Ilva, ma di tutti gli sbandierati piani di riconversione si è visto ben poco. Un elemento chiave avrebbe dovuto essere il Tecnopolo del Mediterraneo. Fu una sua idea, giusto?
Sì. L’idea del Tecnopolo nasce in campagna elettorale quando ero il candidato in pectore a rivestire la carica di ministro dello svilup­po economico. Nella mia idea l’Ilva avrebbe dovuto essere un laboratorio nazionale. Ero per la chiusura a fronte di un investimen­to ingente da parte dello Stato e dei privati per costruire un nuovo modello economico per Taranto, sulla scorta di quanto già fatto nella Ruhr, a Pittsburgh, a Bilbao. L’obietti­vo era quello di fare di Taranto una Silicon Valley delle energie rinnovabili.

E il Tecnopolo che funzione avrebbe do­vuto svolgere?
Avrebbe dovuto essere un centro di ricerca di altissimo livello. In Basilicata, ad esem­pio, l’Enea e il Cnr studiano come cattu­rare l’anidride carbonica e trasformarla in combustibile sostenibile. Ecco a Taranto si sarebbe potuto portare questa ricerca per fare di questo territorio un’area di grande innovazione.

Bene, questa era l’idea di partenza. Poi cosa è successo?
È successo che si vincono le elezioni e si fa il governo con la Lega. Il Ministero dello Sviluppo se lo prende Di Maio che fa l’ac­cordo con Arcelor Mittal. Io sono vicemi­nistro dell’Istruzione, è una delusione ma recupero l’idea del Tecnopolo e la porto avanti anche dopo, da ministro, nel Conte 2. Per me il Tecnopolo era una speranza di cambiamento che non poteva morire con le scelte del Conte 1.

Si arriva così alla legge di bilancio.
Dopo aver litigato nel governo per afferma­re la mia idea, riuscii a far mettere in bilan­cio 9 milioni di euro, tre per ciascun anno, per sostenere il Tecnopolo. Intendiamoci, è una cifra ridicola, perché di milioni ce ne sarebbero voluti 9 all’anno. Però mi fu posta una condizione.

Quale?
Che il Tecnopolo dovesse essere sotto l’ala del Mise. Il problema è proprio lì: il Mise ha fatto melina e ancora oggi, nonostante siamo già a metà del triennio, il Tecnopolo non esiste.

Era stata persino individuata la sede: nello storico palazzo Frisini, ora cadente e persino transennato perché è un peri­colo per la pubblica incolumità.
Mi dispiace davvero. Quando sono stato a Taranto facemmo un lungo giro con il sindaco Melucci e con il presidente della Provincia, Gugliotti. Come sede del Tecno­polo individuammo il Frisini, ma visitam­mo anche la sede della Banca d’Italia e il Politecnico come possibili alternative. An­che perché per rimettere a posto il palazzo Frisini ci sarebbero voluti anni e quindi ne­cessariamente si doveva pensare a una sede temporanea per il Tecnopolo.

Più di recente si è pensato ad un’altra sede: la scuola Acanfora dove, però, si fa lezione e non si saprebbe dove mandare a studiare i ragazzi che oggi studiano lì.
Ah, ecco. Questo passaggio mi mancava

In ogni caso le sue critiche vanno al Con­te 1 con Di Maio ministro dello sviluppo, ma ora c’è un altro governo e il ministro è cambiato.
Sì, ma anche con Patuanelli l’impostazio­ne è rimasta sempre la stessa. Il presidente Conte nel frattempo è andato a fare scena allo stabilimento quando Arcelor Mittal minacciava di andarsene. Lo ricordo seduto sul banco in mezzo ai lavoratori. Una buf­fonata. Rientrato a Roma mi disse che do­vevamo fare qualcosa per Taranto e io gli rilanciai il Tecnopolo; il ministro Gualtieri disse che andava bene, ma nei fatti siamo a niente.

Perché?
Credo che sia una forma di dispetto nei miei confronti; in realtà il danno lo stanno facen­do a Taranto. C’è disinteresse e si procede molto a rilento.

Otto anni dopo il sequestro degli impian­ti la sensazione è che siamo peggio che al punto di partenza. Perché, secondo lei?
Perché per troppo tempo si è pensato di cu­rare l’Ilva con i cerotti. Non c’è stata visione e al M5S è mancato il coraggio. Purtroppo il M5S ha un limite storico: non program­ma. Promette tutto ma non realizza niente o addirittura, come nel caso di Taranto, fa il contrario di quanto ha promesso.

Però lei ne ha fatto parte.
Quando fui chiamato mi dissero: vai a Ta­ranto e trasforma l’Ilva. Ero entusiasta, pen­savo alla possibilità di scrivere un passaggio epocale. Credevo però che il M5S avesse qualche studio di fattibilità, che avessero compiuto qualche ricerca, invece mi accorsi che non c’era assolutamente nulla, solo pro­messe elettorali. Mi dispiace sinceramente per Taranto, una grande bellezza per l’uma­nità vittima di uno sviluppo sbagliato. Io alla possibilità di aiutare Taranto ci ho cre­duto davvero e non solo per il Tecnopolo.

Vale a dire?
Ho stanziato soldi per salvare il Paisiello, sono stato a Paolo Vi e ai Tamburi per valu­tare la situazione delle scuole in quei quar­tieri, insomma avevo davvero in animo di fare qualcosa di utile per i tarantini. Ricor­do che quando il sindaco Melucci mi disse che si rischiava di perdere il Paisiello non ci pensai due volte per stanziare i fondi e metterlo in salvo.

La sua idea di conversione e la nascita del Tecnopolo sono dunque sogni infranti?
Spero di no e spero che il Tecnopolo sia sol­tanto congelato. In fondo sarebbe il minimo sindacale rispetto alle grandi problematiche di Taranto. Resto convinto che quel centro di ricerca sia l’incubatore ideale per rendere più fattibile la riconversione.

Lei è un ecologista, ma sa perfettamente che per un serio piano di riconversione ci vogliono anni, che l’Ilva non si può spe­gnere dall’oggi al domani.
Certo. Non sono tra quelli che pensano di poter chiudere lo stabilimento in un attimo. Ci vogliono i percorsi e i percorsi vanno co­struiti. Purtroppo non vedo la costruzione di una prospettiva e temo che l’Ilva morirà di suo e poi saremo costretti a rincorrere l’e­mergenza e a mettere le toppe. Le industrie vanno salvate prima che scoppino. Ho una visione ambientale ma senza dimenticare lo sviluppo economico.

Cosa farà Arcelor Mittal?
Prima o poi chiuderà bottega e in assenza di un intervento programmatico dello Stato avremo perso soltanto del tempo e fatto ul­teriore male alla città.

Che giudizio dà, più in generale, dei go­verni Conte 1 e Conte 2 rispetto ai temi dello sviluppo?
Vedo una sostanziale continuità: al di là de­gli ecobonus manca una visione industriale e l’Ilva resta la questione centrale irrisolta.

I fondi europei possono essere la medici­na giusta per rimettere in sesto il Paese e risolvere la questione Taranto?
Se sbagliamo a utilizzare i soldi del Reco­very Fund per l’Italia è finita. Spero che ci sia il coraggio di sviluppare una visione e assumersene anche il rischio.

Lei ha rotto con il M5S. Oggi quale opi­nione ha di quel partito?
Troppo populista. Taglare i vitalizi e le pol­trone è populismo, non è visione di futuro. Nel concreto, poi, confermano il quadro di­rigente dell’Eni e voltano le spalle a Taranto con decisioni contrarie all’anima ecologista del movimento. Ecco, il M5S dovrebbe ri­cordarsi da dove proviene, qual era la sua origine. Oggi è altra cosa.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche