18 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Giugno 2021 alle 17:01:06

Cronaca News

Ex Ilva, le acque della discordia

Legambiente, Amati e Pagano contro Turco. Presentata interrogazione parlamentare

L'ex Ilva
L'ex Ilva

«Abbiamo affron­tato l’annoso progetto di riutilizzo delle acque reflue per uso indu­striale. Dopo anni di mancate in­terlocuzioni tra le parti interessate, siamo giunti alla consapevolezza che il progetto così concepito non può essere destinato a soddisfare le esigenze industriali. Arcelor Mit­tal ha definitivamente chiarito che le acque reflue, seppur conforme al Dm 183/2003, non presentano caratteristiche idonee all’utilizzo siderurgico, nonostante la paven­tata prescrizione Aia. Segue che per quanto di competenza del Cis, il progetto in corso di ultimazione sarà destinato al settore agricolo o ad altri usi diversi da quello side­rurgico». Hanno suscitato polemi­ca queste parole pronunciate dal sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Mario Turco.

«La­scia basiti l’annuncio che il Gover­no avrebbe preso atto della volontà di ArcelorMittal di continuare ad utilizzare per il funzionamento dell’impianto siderurgico tarantino l’acqua del Sinni invece di quella, affinata, proveniente dal depu­ratore Gennarini» ha dichiarato Legambiente a proposito dell’ac­cantonamento – emerso venerdì scorso in un vertice in Prefettura a Taranto, presente il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Ma­rio Turco – del progetto che preve­de l’uso delle acque depurate dei depuratori di Taranto per gli scopi produttivi dell’acciaieria liberando così 500 litri al secondo del Sinni, che oggi ArcelorMittal preleva at­traverso Acquedotto pugliese. Per Legambiente, «con un rapido col­po di spugna, si vogliono cancel­lare anni di battaglie giudiziarie, di prescrizioni Aia, di impegni as­sunti, di progetti targati Contratto istituzionale di sviluppo. Insomma – sostiene Legambiente – si procede come i gamberi, come in un eterno gioco dell’oca in cui si torni sem­pre al punto di partenza».

«Così facendo – rileva Legambiente – una eventuale crisi idrica riproporrà il paradosso di dover utilizzare in un processo industriale acqua che potrebbe essere destinata a disseta­re le persone o ad irrigare i campi. Una assurdità – si evidenzia -, specie in tempi di crisi climatica e di guerre per l’acqua che insan­guinano il pianeta». «Si rendano note e consultabili le motivazioni tecniche fornite da ArcelorMittal e i pareri addotti in merito da chi, per conto del Governo, le ha esa­minate – chiede Legambiente -. Vogliamo leggerle per capire come sia possibile essere tornati indietro di anni ed anni, ai tempi dei Riva”. “Ci ricordiamo bene la loro oppo­sizione all’uso delle acque reflue del depuratore Gennarini: faceva il paio con la volontà di non procede­re in nessun caso alla copertura dei parchi minerali – afferma ancora Legambiente a proposito della vec­chia proprietà della fabbrica -. Ora i parchi sono parzialmente coperti, a dimostrazione che non c’erano problemi tecnici, ma solo economi­ci. Per far cessare l’uso industriale dell’acqua del Sinni cosa sarà ne­cessario? Attendiamo da tempo – sostiene Legambiente – che il Go­verno dica parole chiare sul futuro dell’ex Ilva, traduca in fatti concreti gli impegni più volte sbandierati ad una svolta green nel modo di produrre acciaio, si decida ad effet­tuare una valutazione dell’impatto sanitario dello stabilimento che costituisca la base scientifica cui attenersi a salvaguardia del diritto alla salute di cittadini e lavorato­ri». Per Legambiente, «la rinuncia ad affrontare l’impatto idrico del­lo stabilimento va nella direzione opposta: un segnale inquietante».

Legambiente rammenta che «l’ ex Ilva, oggi ArcelorMittal, per il raffreddamento dei suoi impianti e per necessità di processo, utilizza ingenti quantità di acque prelevate da varie fonti: Mar Piccolo, Tara, Sinni, Fiumicello, ma anche da 32 pozzi». «Di contro – sostiene Le­gambiente – le acque reflue trattate dei depuratori Gennarini e Bella­vista vengono scaricate a mare. E nella regione, come sottolineato dall’Arpa Puglia, il fenomeno del depauperamento delle risorse idri­che sotterranee assume proporzio­ni preoccupanti: occorre quindi mirare ad una generale riduzione del prelievo da ogni fonte». Legam­biente conclude sostenendo che «le acque dei fiumi Tara, Sinni e Fiu­micello, prelevate in ingenti quan­tità dall’Ilva, risultano sempre più strategiche per garantire l’approv­vigionamento idrico per uso civile e agricolo in particolare durante l’estate». «Dal Sottosegretario Tur­co ci aspettiamo serietà e confron­to su tutti i dossier che riguardano il benessere di Taranto, non dichia­razioni unilaterali che si scontrano con la realtà dei fatti e con le esi­genze del territorio» commenta Ubaldo Pagano, parlamentare Pd e membro della Commissione Bilancio della Camera. «Il progetto per consentire all’ex-Ilva l’utilizzo dei reflui al posto dell’acqua del Sinni ha quasi dieci anni di vita. Se al principio era osteggiato dai Riva, ora è stato inspiegabilmente ferma­to dal Sottosegretario 5S Turco, un tarantino che è stato eletto con le promesse di rendere gli stabili­menti siderurgici compatibili con l’ambiente e non più dannosi per la città. Quanto dichiarato da Tur­co venerdì scorso all’incontro in Prefettura a Taranto va contro ogni posizione di buon senso e contro le stesse promesse grazie alle quali è stato eletto in Parlamento. Su que­sti temi non ci si può esprimere con leggerezza, né ignorare totalmente la voce dei territori. Per questo ho presentato un’interrogazione parla­mentare per chiedere al Governo di fare quanto prima chiarezza sulla questione».

«È una balla clamorosa che le ac­que ultra-affinate non siano idonee alle esigenze industriali dell’ex Ilva. Sono costretto a dirlo perché quella decisione, tecnicamente ap­profondita dai dirigenti del Mini­stero dell’ambiente, della Regione, dell’Autorità di bacino e di Aqp, mi costò una battaglia quasi solitaria contro la riluttanza dei Riva e dei loro rappresentanti. Abbandonarla ora senza ragioni significherebbe un ritorno a quei tempi bui, in cui i dirigenti Ilva dettavano legge» dichiara il consigliere regionale Fabiano Amati, presidente della Commissione Bilancio, con riferi­mento alle dichiarazioni rilasciate dal sottosegretario Mario Turco. «La questione è grandiosa e riguar­da la tutela dell’ambiente e l’ap­provigionamento idrico e irriguo delle province di Brindisi, Lecce e Taranto. Non si può perciò far pas­sare sotto silenzio questa notizia, oppure relegarla nei fatti di crona­ca della città di Taranto», prosegue Amati.

«Si tratta – spiega – di risparmiare le acque del Sinni, che attualmente vengono utilizzate per scopi indu­striali nell’ex Ilva, per poi convo­gliarle nell’invaso Papadai e desti­narle alle esigenze irrigue e potabili di milioni di persone. Il progetto, oggetto di prescrizione Aia, preve­de di sostituire le acque del Sinni con quelle ultra-affinate dei depu­ratori Gennarini-Bellavista. Il pro­getto di ultra-affinamento, che va ben aldilà del dm 185 del 2003 (e non 183, come dice Turco), produ­ce acque addirittura più idonee agli scopi industriali, da immettere nei circuiti di raffreddamento (o altri usi) dello stabilimento. Mi piace­rebbe peraltro conoscere – conclu­de – la corrispondenza con cui Am ha fatto presente la sua volontà di disattendere l’Aia».

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