04 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 04 Dicembre 2021 alle 08:15:01

Cronaca News

Gli Ori e Tresoldi: due segnali per la rinascita

Uscire dalla mediocrità e aprirci a nuove visioni

I gioielli ispirati agli Ori di Taranto indossati nella sfilata di Dior a Lecce
I gioielli ispirati agli Ori di Taranto indossati nella sfilata di Dior a Lecce

Ci sono almeno due buone notizie per l’emancipazio­ne culturale di Taranto. La prima, non in ordine di importanza, è l’ormai consumatissima visita di Chiara Ferragni al Marta. A dire il vero, questa è solo la parte più appariscente che però torna utile per dare visibilità positiva al Mu­seo e, di conseguenza, alla città che si porta addosso – anche per deleterie esasperazioni media­tiche – uno stigma negativo non semplice da neutralizzare. Oltre la Ferragni, l’aspetto più profondo e interessante è la sfilata di Dior con i gioielli ispirati agli Ori di Taranto. Un evento che ha ricorda­to l’analoga iniziativa di Trussar­di negli anni ‘80, quando gli Ori furono promossi a stelle mondiali e Trussardi ne colse ispirazione per una collezione d’abiti di ri­chiamo ellenistico. Erano gli anni dell’amministrazione guidata da Mario Guadagnolo e dell’asses­sore alla cultura Franco De Feis. La partnership con la Mondadori fece volare gli Ori in tutto il Mon­do, da Tokyo a Parigi. Lo abbiamo scritto in altre occasioni, lo riba­diamo oggi: Taranto ha già negli Ori uno straordinario strumento per la sua valorizzazione culturale a favore di un turismo di qualità. Non abbiamo bisogno di inventar­ci posticci brand che lasciano il tempo che trovano. Gli Ori hanno un potenziale enorme. La sfilata della maison francese lo dimo­stra. Occorre però saper tessere partnership importanti, come fu allora con la Mondadori. Da soli, e restando nel recinto provincia­le, diventa difficile oltrepassare i confini di casa.

E in questa prospettiva è davve­ro una buona notizia (la seconda, appunto) il coinvolgimento per una possibile installazione con­temporanea di Edoardo Tresoldi, l’artista delle sculture con le reti metalliche che ha reinventato la basilica di Siponto e che il Comu­ne ha voluto portare qui a Taranto. È un importante segno di sprovin­cializzazione. Taranto ha bisogno di uscire culturalmente dai propri steccati, ben riassunti in quella fa­mosa canzoncina da stadio nella quale ci si compiace per la carat­teristica di bere la famosa birra e “niende cchiù”. Invece è pro­prio di quel “cchiù” che Taranto ha bisogno. C’è bisogno di “più”, di uscire dalla provincialissima logica dell’autarchia pseudoarti­stica che negli anni ha prodotto – giusto per fare qualche esempio eclatante – mosaici, sirenette e improbabili affreschi lasciati sui muri della Città Vecchia, esaltati a opere d’arte solo perché realiz­zati da asseriti e molto presunti talenti locali. Al contempo abbia­mo colpevolmente trascurato due monumenti dell’arte del Novecen­to come la Concattedrale di Gio Ponti, magnificata all’estero e vi­lipesa a Taranto, e la Piazza Fon­tana di Nicola Carrino, altra opera che qui non ha riscosso fortuna. Queste sono pagine di mediocrità che vanno lasciate alle spalle una volta per tutte. Abbiamo necessità di lasciarci contaminare da visio­ni nuove, contemporanee, capaci di aprirci ad orizzonti più ampi e di proiettarci in contesti culturali internazionali. Certo, serve una politica di sviluppo culturale che non può sicuramente esaurirsi nella presenza spot di un singolo artista.

Intanto abbiamo incassato due buone notizie, segnali importanti di quello che si potrebbe fare. Se questi segnali saranno adeguata­mente coltivati allora avremo im­boccato la strada giusta. E chissà se finalmente non saremo in grado di riscattarci persino da una del­le più grandi vergogne artistiche e culturali delle quali Taranto si è macchiata nell’ultimo secolo: la sconcertante bocciatura del monumento a Paisiello di Nino Franchina. Siamo nel pieno della riscoperta del grande composi­tore tarantino e presto avremo la sua casa-museo. Forse sarebbe il caso di riscoprire anche la scultu­ra, mai realizzata, che gli dedicò Franchina. Pensiamoci.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

1 Commento
  1. Vincenzo 1 anno ago
    Reply

    leggendo l’articolo mi sono ricordato anche della sparizione di un pezzo degli ori di Taranto nella trasgerta Taranto – Giappone e ritorno. Poi la querelle sugli abiti se dovevano rientrare a chi li costruì o restare a Taranto che li pagò. Come al solito in Italia il finale non si conosce mai.
    Cordiali saòluti

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