18 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Giugno 2021 alle 15:55:45

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La distanza che avvicina

Il mondo attuale, euforico e dai toni elevati, fa riscoprire i doni del distacco

La distanza che avvicina
La distanza che avvicina

Nel volume Le api e i ragni. La disputa degli antichi e dei mo­derni Marc Fumaroli ha eviden­ziato la frattura tra l’umano di oggi e l’umanesimo del passato, tra un erigere specchi per sé e un laborioso raccogliere e portare a unità per gli altri, con la se­guente metafora polarizzata: «Il ragno moderno che si nutre delle proprie viscere» e «l’ape virgi­liana, che elabora per gli altri il miele colto da mille fiori esterni e anteriori a lei» (Gallimard, Pa­ris 2001,tr.it.2005).

L’individuo odierno ha un “den­tro” che continua a rattrappire nel proprio patetico narcisismo, quantunque sappia (dall’espe­rienza) che si vive meglio grazie agli altri. Anzi: è proprio grazie alla distanza dagli altri che evita di confondere il proprio sé con gli altri.

Il termine distanza, che perde non poco della sua intensità se­mantica quando viene associato a un aggettivo (per es. nelle locu­zioni “distanza sociale”, “fisica”, “interpersonale”, ereditate dalle inglesi social distancing e so­cial distance), assume nei diver­si settori del sapere sfumature di significato di non secondaria rilevanza.

In sociologia (con non poche ingerenze politiche specie di matrice ideologica) e anche in psicologia, sono espressioni che descrivono il livello di interazio­ne tra individui appartenenti a gruppi sociali, economici e cul­turali diversi. In epistemologia suggerisce la distinzione dei sa­peri “caldi” (quelli attuali, di cui sappiamo poco) dai saperi “fred­di” (resi tali dal tempo e dagli studi) con i concomitanti “ana­litico”, “disciplinare”, “accade­mico”; in antropologia culturale Claude Lévi – Strauss afferma che la proibizione dell’incesto – o meglio, la creazione dell’idea di “incesto”, cioè di un rapporto possibile ma non da praticare, proibito tra gli umani – segna l’atto di nascita della cultura, ovvero quel ( particolare) modo umano di essere. Si traccia un confine che prima non esisteva: le donne (tutte, dal punto di vi­sta biologico, potenziali partner in un rapporto sessuale) vengo­no divise tra quelle con cui è proibito unirsi sessualmente, e le altre, con cui invece è permesso (Les Structures élémentaires de la parenté (1949).

In un mondo, l’attuale, dai toni elevati, euforico, segnato dal sel­vaggio fluire e dalla fervente cor­rente di vita che tutto pervade e connotato soprattutto dalla libe­razione dei sensi, dalle emozioni a più non posso per ogni vissuto, dall’ebrezza fino all’hybris, tra­ducibile non solo in tracotanza, ma anche in mascolinità, ben venga la distanza, il non stare sempre all’immediato, per risco­prire i doni del distacco, del de­contestualizzato, dell’apollineo rispetto al dionisiaco (G. Colli, , Adelphi, Milano 2010).

La distanza ci fa scoprire la bel­lezza del rinvio, del rimandare, della riscoperta della lentezza, dell’assaporare, non fisico, ma intellettuale, della nostra più vera umanità. È invito alla epo­ché, alla sospensione, alla messa fra parentesi: la capacità di ri­nunciare alla scarica immediata del bisogno e alla soddisfazione diretta del desiderio.

No allo sfogo, ma sì al suo con­trollo per capirne il senso. E qui di solito il maschio è perdente; la donna è vincente: è più congrua e meno diretta, è più secondariz­zante. La distanza ci fa cogliere la differenza, nonostante gesti di grande vicinanza fisica, dalla autentica prossimità sociale. Chi infatti può davvero decifrare i sentimenti e le autentiche inten­zioni che accompagnano le rela­zioni sociali anche le più belle,se non mediante una distanza so­ciale vera?

Ci fa rivolgere l’attenzione alla solitudine fisica che non è mai isolamento: è scelta per non ave­re interferenze su se stesso.

In breve: la “distanza che avvi­cina” nel senso che ci fa capire, e non solo sentire: ci prepara agli impegni futuri: ascolto, vi­cinanza come aiuto e non sol­tanto come mera fisicità; ci fa comprendere, non sbattere con­tro; ci fa essere non abitudinari, né superficiali, ma più congrui nell’incontro e nel saluto: nella (vera) stretta di mano e nell’ab­braccio (sincero).

Questi i principali guadagni in epoca Covid.

  1. La distanza come attenzione non già, o soltanto, a se stesso (si pensi alla funzione della ma­scherina chirurgica!), ma soprat­tutto all’altro e agli altri.
  2. Ci insegna a stare sulla so­glia della vita altrui.
  3. E infine: è premessa e condi­zione per scrivere. La distanza, come decontestualizzazione, è l’habitat della scrittura, che – si badi bene – non è la vita, ma è la sola che ci consente di dirla.

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