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Cultura, la chiave per la rinascita

Pierfranco Bruni, candidato per la Fiamma Tricolore

Pierfranco Bruni
Pierfranco Bruni

Comincia oggi la carrellata di interviste ai candidati alla pre­sidenza della Regione Puglia. A inaugurare questa serie è Pierfranco Bruni, candidato per il Movimento Sociale-Fiamma Tricolore.

Bruni, lei ha sempre coniugato il suo impegno tra attività cul­turali e politica, è stato anche assessore provinciale proprio con delega alla cultura. Che ruolo crede che possa svolgere la cultura all’interno dell’impe­gno politico?
Cultura e politica devono spo­sarsi, interagire. Soprattutto in questo momento di sradicamento della politica, gli uomini di cul­tura devono impegnarsi e metter­si in gioco. Il mio obiettivo? Far rinascere la Puglia dalla cultura. Anche un piano sanitario ha biso­gno di cultura, di un pensiero che lo ispiri, di professionalità e com­petenze. La cultura serve a dare spessore alla politica contro l’im­provvisazione e l’inettitudine.

Taranto non riesce a superare il nodo Ilva. Come andrebbe affrontata a suo avviso questa vertenza?
La stessa questione Ilva è da af­frontare con una visione cultura­le-ambientale. Un presidente di Regione deve avere una idea del rapporto tra territorio e ambiente. Immagino un’Ilva co-gestita dai lavoratori, che vanno resi par­tecipi delle scelte su ambiente e lavoro partendo dalla conoscenza delle esigenze delle famiglie che vivono di questo lavoro. Non sal­viamo l’ambiente smantellando tutto. Negli anni ’60 cinquemila persone si mossero dalla Calabria per lavorare a Taranto. Questo per dire anche quanto sia centrale la questione del lavoro.

Questa candidatura più a de­stra della destra che candida Fitto ha sorpreso. Lei quale de­stra rappresenta?
Fitto è un democristiano che si è intromesso nella destra. Io credo in una destra sociale. Alleanza Nazionale nasce da una intuizio­ne del Sindacato Libero Scrittori insieme a personalità della sta­tura di Tatarella, Fisichella, Poli Bortone. Io, per la rappresentan­za culturale, ero uno dei cinquan­ta fondatori di An a Fiuggi.

Lei spesso ha avuto parole critiche nei confronti di papa Francesco, perché?
Noi siamo nel cattolicesimo tra­dizionalista di Benedetto XVI. Francesco è lontano dalla Chiesa Pietrina e da San Paolo, ha una visione progressista sui temi del­la famiglia.

Credere nella famiglia tradi­zionale equivale a discriminare chi ha altri orientamenti ses­suali?
No, assolutamente. Ognuno è li­bero di vivere come crede e non deve essere discriminato per le sue scelte, ma la convivenza tra persone dello stesso sesso non può essere suggellata dal matri­monio che per noi cattolici è il sacramento della famiglia tra­dizionale fondata sull’unione di marito e moglie. La Chiesa non può essere eretica su questi temi, a meno che non si voglia convo­care un nuovo concilio e stabilire nuovi modelli.

Come uomo di cultura di de­stra si è mai sentito emarginato dl mondo culturale?
No, mai. Ho sempre portato avanti le mie idee. Io ho studiato Giovanni Gentile, il cui pensiero è approfondito anche all’estero e il suo pensiero è il fondamento dell’identità nazionale. Oggi non si può fare a meno di Gentile.

Lei è sempre stato molto atten­to verso le culture delle mino­ranze etniche. Come può conci­liare questa sua sensibilità con il rigore auspicato dalla destra nei confronti dei flussi migrato­ri?
Fortunato Aloi (Msi) fu il primo firmatario della legge sulla tutela delle minoranze. Oggi quel che manca è una politica sulla cultura delle migrazioni. L’Italia è sem­pre stata etnica, aperta alle con­taminazioni del Mediterraneo. Il confronto con le altre culture è necessario, è un valore aggiunto, ma ciò che avviene oggi è qualco­sa di diverso, è migrazione senza controllo di persone che accoglia­mo senza sapere che fine faranno. Negli anni ’90 fui fautore dell’ac­coglienza degli albanesi, molti dei quali hanno creato imprese e sviluppo nelle regioni meridiona­li; oggi però siamo in un contesto completamente diverso che va affrontato attraverso rapporti con i Paesi della fascia mediterranea e adriatica. Bisogna costruire dei ponti culturali con questi paesi.

Torniamo a Taranto: di cosa ha bisogno per uscire dalla crisi?
Taranto, come tutta la Puglia, ha bisogno di un nuovo rinascimen­to culturale. Negli anni ’60 Di Crollalanza, Angiolillo e Carlo Belli combatterono una lotta con­tro l’insediamento del siderurgi­co. In quegli anni perdemmo la grande occasione dell’università. Taranto doveva essere la culla del Mediterraneo, oggi non è più ne­anche la culla del siderurgico.

A proposito di cultura: siamo reduci dal successo ottenuto dal Marta e dagli Ori dopo l’i­niziativa di Dior e la visita di Chiara Ferragni. È da qui che si può ripartire?
Taranto ha il più importante mu­seo al mondo della Magna Grecia e gli Ori negli anni ’80 furono un successo internazionale. Bisogna creare eventi per creare turismo. Oggi a Taranto manca la capacità politica di lavorare sulla cultura, non siamo stati capaci neppure di valorizzare la Concattedrale. Ecco perché dico che per rinasce­re Taranto ha bisogno di uomini di cultura. Ricordo che quando ero assessore alla cultura inven­tai il Magna Grecia festival, un evento che aveva un suo carattere di unicità: Albertazzi reinventò per noi le Memorie di Adriano, ospitammo la mostra di De Chiri­co legandola proprio alla Magna Grecia. C’era un progetto cultu­rale di fondo, poi negli anni non ci si è più interessati alla cultura e siamo riusciti a perdere persino il corso di laurea in beni culturali. Che una città come Taranto non abbia il corso in beni culturali è proprio il colmo.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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