Cronaca News

Arcelor Mittal: «Il periodo più difficile per noi»

Presentati i risultati dei primi sei mesi del 2020

Lakshmi N. Mittal, presidente e ceo di ArcelorMittal
Lakshmi N. Mittal, presidente e ceo di ArcelorMittal

“I primi sei mesi dell’anno, e in particolare il secon­do trimestre, sono stati uno dei pe­riodo più difficili nella storia della società, con la domanda di acciaio impattata in maniera considerevo­le dalla pandemia di Covid-19”, ha dichiarato Lakshmi N. Mittal, presidente e ceo di ArcelorMittal.

Il numero uno del gruppo ha volu­to ringraziare “i nostri dipendenti nel mondo, che hanno dimostrato una grande resilienza e forza di carattere primo per essersi presi cura l’uno dell’altro e poi per aver mantenuto l’attività per rispondere alle richieste dei clienti in questa situazione complicata”. Secondo Lakshmi N. Mittal, “anche il re­sto dell’anno continuerà a essere impegnativo e e credo che noi sia­mo ben preparati per aumentare la produzione e intercettare l’aumen­to della domanda quando ripar­tirà”. Tornando ai risultati, il free cash flow del primo semestre 2020 ammonta a 400 milioni di dollari compresi investimenti in working capital per 500 milioni. Al 30 giu­gno 2020 il debito lordo ammonta a 13,5 miliardi di dollari e quello netto a 7,8 miliardi, in calo di 2,3 miliardi rispetto al 30 giugno 2019, il livello più basso per il gruppo dalla fusione tra Arcelor e Mittal. Il gruppo alla fine del primo trime­stre ha liquidità per 11,2 miliardi di dollari, di cui 5,5 miliardi in linee di credito disponibili. Il raggiungi­mento di un indebitamento netto di 7 miliardi di dollari resta una pri­orità del gruppo e quando questo obiettivo sarà raggiunto, il focus passerà dalla riduzione del debito al ritorno di valore agli azionisti. Intanto prosegue il programma da 2 miliardi di dollari di ottimiz­zazione del portafoglio asset e il gruppo conta di implementarlo per la metà del 2021. “La domanda (di acciaio) nel medio termine si nor­malizzerà” e troverà sostegno “nei piani di stimolo” messi in campo dai vari Paesi per far fronte all’e­mergenza Covid-19 in particolare negli Stati Uniti e in Europa con il Recovery Fund e quindi “al mo­mento non prevediamo” di chiu­dere stabilimenti ha detto Aditya Mittal, presidente e direttore finan­ziario ArcelorMittal, risponden­do a chi gli chiedeva se il gruppo pensa a chiusure di stabilimenti nel mondo nei prossimi mesi, durante la presentazione dei risultati del primo semestre 2020.

Con partico­lare riferimento all’Europa, Aditya Mittal ha posto l’accento sul fatto che il Recovery Fund dell’Unione europea e il nuovo Green deal su cui punta Bruxelles “potrà sostene­re la domanda di acciaio”. Infatti, le aree di intervento del Green deal includono infrastrutture, energia rinnovabile e mobilità, che sono tutte ad “alta intensità di acciaio”. Anche la transizione verso vetture ad alimentazione elettrica, aiutata dagli incentivi all’acquisto, puo’ essere un driver di crescita per la domanda di acciaio. ArcelorMittal ha chiuso il secondo trimestre con una perdita netta di 600 milioni di euro, che nell’insieme del primo semestre raggiunge 1,7 miliardi. La performance operativa, si legge in una nota, nel trimestre “riflette l’effetto negativo della pandemia di Covid-19 in primis sul mercato dell’acciaio, con il calo della do­manda che ha portato a una ridu­zione del 23,7% delle spedizioni”. La perdita operativa del gruppo Arcelor Mittal, che in Italia è a capo dell’ex Ilva, è di 300 milioni nel secondo trimestre, inclusi 300 milioni di poste straordinaria e sale a 600 milioni nei primi sei mesi dell’anno, incluse e poste straordi­narie e svalutazioni. ArcelorMittal include gli investimenti in Italia per l’ex Ilva tra i tre progetti che “con­tinuano”, mentre “tutte le spese in conto capitale non essenziali sono stati sospese”. Gli altri investimen­ti che vanno avanti sono quelli per un laminatoio a caldo in Messico e per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. L’azienda, nella nota sui risultati trimestra­li, ripercorre gli ultimi passaggi dell’operazione italiana, con il nuo­vo accordo con il governo firmato il 4 marzo, che prevede l’ingresso nel capitale di un soggetto pubbli­co e l’indicazione e di Invitalia per la trattativa. “In caso l’accordo di investimento non sia sottoscritto entro il 30 novembre – sottolinea il testo – Am InvestCo ha il diritto di ritirarsi, a fronte di un pagamento concordato. La chiusura dell’ac­cordo di affitto e vendita è ora pro­grammata entro maggio 2022”.

Sullo stabilimento di Taranto ar­riva un duro comunicato del sin­dacato Usb: “Stop anche per Tre­no Lamiere, dopo Laminatoio a freddo; 70% della fabbrica fermo. Più di 4.000 lavoratori in cassa integrazione. Crescono i dubbi sul fatto che, col blocco ormai conso­lidato dei Tubifici e con Acciaieria 1 smontata per recuperare pezzi di ricambio per Acciaieria 2, Treno Lamiere possa rientrare nel piano di Arcelor Mittal, nel caso in cui il gruppo franco-indiano dovesse continuare ad operare nello stabili­mento tarantino. Questo con i pre­vedibili riflessi negativi sul piano occupazionale. Aumentano intan­to i lavoratori in cassa integrazione, circa 4.000 al momento. Non supe­ra le 2.700 unità invece il numero dei dipendenti che si avvicendano sui tre turni nella fabbrica. Al mo­mento lo stabilimento è fermo per il 70% dei suoi impianti. Torniamo a chiedere un tempestivo interven­to del Governo perché si proceda con un accordo di programma”.

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