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“La collana” nel racconto di Maupassant

Guy de Maupassant
Guy de Maupassant

“La collana” è un racconto del 1884 di Guy de Mau­passant.

Parigi, diciannovesimo secolo. Mathilde Loisel è una moglie in­felice e insoddisfatta, vorrebbe appartenere a un rango sociale su­periore, ma è la semplice moglie di un impiegato.

«Era una di quelle ragazze belle e seducenti che nascono, come per un errore del destino, in una fami­glia d’impiegati. Era senza dote, senza speranze, non aveva alcuna possibilità d’essere conosciuta, ca­pita, amata e sposata da un uomo ricco e raffinato; e lasciò che la sposassero a un impiegatuccio del ministero della Pubblica Istruzio­ne».

“La collana” racconta un suo pec­cato di vanità che non svelerò. L’apparire quella che non è sarà il suo errore inesorabile. Il pove­ro marito che l’ama, cerca di farla felice in tutti i modi e ne paghe­rà le conseguenze. Anch’egli sarà trascinato in una vita infernale. L’amore non sempre è un buon consigliere, ma si sa che sceglie il cuore e non la condizione.

Arriva finalmente e fatalmente l’effimero giorno di gloria.

«Venne la sera della festa. La si­gnora Loisel trionfò. Era la più bella di tutte, elegante, graziosa, sorridente, fuor di sé dalla gioia. Tutti gli uomini la guardavano, chiedevano chi fosse, cercavano d’esserle presentati. Tutti i segre­tari di gabinetto vollero ballare il valzer con lei. Il ministro la notò.

«Ballava, inebriata, con slancio, stordita dal piacere, senza pensare a nulla, nel trionfo della sua bel­lezza, nella gloria del successo, in una sorta d’aureola di felicità for­mata dagli omaggi, dall’ammira­zione, dai desideri suscitati, dalla sua vittoria così completa e così cara al suo cuore di donna».

La collana è l’ossessione, la pas­sione senza talento che divora e che rende ridicoli.

«Non c’è niente di più umilian­te che apparir poveri in mezzo a donne ricche».

Tutto falso! Di vero c’è la vita nuda e cruda, la fatica delle mani per stare al passo col proprio de­stino. Altro che inseguire i sogni. L’apparente felicità è sull’orlo di un precipizio e per non precipitare ci vuole fortuna. La fortuna non è vero che aiuta gli audaci. No, la fortuna aiuta i fortunati!

Non è detto che oltrepassarsi sia una scelta coraggiosa. Il più delle volte oltrepassarsi è da incoscienti se non si ha il senso della propria misura. «Quanto poco ci vuole per perdersi o salvarsi!». Possiamo tramutare l’affermazione in quesi­to come monito alle nostre scelte.

Del nostro più grande errore cosa rimane? Il ricordo della felicità sfiorata, assaporata, intuita, persa senza averla mai conquistata.

«Mathilde pareva una vecchia. Era diventata la donna forte, dura, rude, delle famiglie povere. Spet­tinata, con la gonnella di traver­so, le mani rosse, parlava a voce alta, lavava i pavimenti buttandoci l’acqua col secchio. Eppure, qual­che volta, quando suo marito era in ufficio, si sedeva accanto alla finestra e pensava a quella serata, a quel ballo in cui era stata tanto bella e tanto festeggiata».

Ha pagato il conto, un conto sala­tissimo e quello che resta è il so­gno, un sogno dolcissimo.

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