19 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Giugno 2021 alle 18:23:13

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Festival più forte del Covid

Valle d’Itria: trionfo per la 46a edizione dell’evento organizzato tra dubbi e timori

La mascherina con il logo del Festival della Valle d’Itria
La mascherina con il logo del Festival della Valle d’Itria

MARTINA FRANCA – Dai ti­mori, ai dubbi, al trionfo. Sta per calare il sipario su un’edizione del Festival della Valle d’Itria diver­sa da tutte le altre per l’atmosfera che l’ha caratterizzata e per quella che l’ha preceduta. Un’edizione, la 46esima, prima rimasta appesa al dilemma “si farà o non si farà?”, come tante manifestazioni nel pe­riodo del lockdown, poi rivista per renderla compatibile con le norme anti contagio e garantire il distan­ziamento con ogni altra forma di tutela sanitaria. Infine impostasi all’attenzione del pubblico e della critica come una delle più interes­santi della storia della rassegna li­rica pugliese.

Il piano b varato a tempo di re­cord si è rivelato un successo, un po’ come quei brani dei vecchi 45 giri che, a sorpresa, surclassavano il lato a. La rivisitazione in chiave Covid dei temi è stata l’asso nella manica calato dal direttore arti­stico Alberto Triola, dal direttore musicale Fabio Luisi e dall’intero team dell’organizzazione. Il filo di Arianna, che ha legato idealmente opera e concerti, è stato partico­larmente apprezzato da critica e pubblico. Il mito della principessa abbandonata sulla spiaggia, tradita dal suo Teseo dopo averlo aiuta­to ad uscire dal labirinto col suo provvidenziale filo, ha fatto presa. Storia d’amore e di abbandono, in cui l’amore vince grazie al dio del teatro Dioniso, “Arianna a Nasso” di Richard Strauss ha conquistato italiani e stranieri. Complice la so­litudine del periodo del lockdown, improvvisa e impensabile, che per qualche tempo ha reso un po’ tutti come Arianna svegliatasi tutta sola di fronte all’ignoto rappresentato dal mare che poi diventa simbolo di salvezza. Un mito universale, con un finale di buon auspicio in questo periodo storico, fatto rivive­re dal Festival in luoghi suggestivi, gli ulivi e il mare, che rievocano la Grecia ma celebrano la bellezza della Puglia.

La 46esima edizione non solo non ha deluso le attese ma ha riservato un consenso di pubblico forse in­sperato nei mesi scorsi. La quar­ta rappresentazione dell’opera di punta del 2020, che domani sera chiuderà il Festival, come le pre­cedenti ha fatto il pieno ed è sold out da oltre una settimana. Verso il tutto esaurito viaggiava ieri (pochi i biglietti disponibili) anche “Il bor­ghese gentiluomo” in scena questa sera a Palazzo Ducale.

Il bilancio non può che essere posi­tivo per il direttore artistico Triola, già direttore generale del Maggio Fiorentino: “La soddisfazione è doppia quando le cose non solo non sono scontate ma sono state frutto di una scommessa, di una conquista, di un coraggio condi­viso da tutta la squadra. Vedere Palazzo Ducale e tutte le sedi dei concerti sempre piene, che tutte le sere hanno offerto al pubblico un livello altissimo di qualità, per noi è stata una grande soddisfazione. Il Festival quest’anno ha assolto il suo compito e onorato la sua tra­dizione malgrado sia stato com­pletamente ripensato nei contenuti e nella formula ma non per questo ridimensionato. Molti – ha sottoli­neato Triola – hanno notato che è stato un Festival al cubo, nel sen­so che la qualità e i nomi espressi erano fino ad alcuni mesi fa inim­maginabili. Abbiamo trasformato un potenziale rischio in una grande opportunità. A metà aprile il foglio era ancora bianco. In un mese ab­biamo messo su tutto. Timori?

Quando ci si rivolge ad artisti di questa levatura, a professionisti di primissimo livello, non ci sono timori se non quelli di tutte le circostanze. A volte dobbiamo fare i conti con l’imprevisto come un temporale improvviso o un ab­bassamento di voce che possono compromettere una serata. Devo ammettere che è un timore che quest’anno abbiamo sentito più de­gli altri anni, evidentemente per il periodo particolare che stiamo vi­vendo tutti”.

Non sono mancati gli stranieri, come si pensava nelle scorse set­timane. “Abbiamo registrato meno stranieri che in passato ma per for­tuna non sono mancati e anche gli ascolti della stampa internazionale ci danno un ottimo riscontro. Sullo storico quotidiano britannico The Times è stato pubblicato un artico­lo molto importante, che ci riem­pie di orgoglio poiché segnalava il Valle d’Itria come il primo dei festival più interessanti da vedere in Italia. Da qualche anno l’ufficio stampa sta investendo molto per ri­chiamare l’attenzione di voci auto­revoli della stampa internazionale qualificata e consentire al Festival di puntare su un target di pubblico di altri Paesi come il Regno Unito e anche il Giappone. Con la nascita del Bel Canto Festival a Tokyo ci stiamo rivolgendo anche al pubbli­co del Sol Levante con l’auspicio che il Festival possa attingere an­che da quel bacino che ha numeri enormi”.

Unico cruccio: “Mi è dispiaciuto che non sia stato possibile accon­tentare tutte le richieste del pub­blico che voleva assistere all’ope­ra Arianna a Nasso”. E intanto si pensa al futuro: “Stiamo parlando col maestro Luisi dei prossimi due anni. I titoli dello scorso anno sa­ranno recuperati ma non tutti insie­me”.

Quest’anno fra i libri di sala e le brochure è spuntato un articolo inedito, la mascherina, nera e col logo della Fondazione Paolo Gras­si, è diventata non solo un articolo da indossare ma per tanti anche un cimelio da conservare in ricordo del Valle d’Itria ai tempi del Covid.

Con l’auspicio di non doverla ri­prendere il prossimo anno”.

 

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