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La retorica della “buona quarantena”

L’atteggiamento dei media durante i mesi di lockdown

La copertina del libro di Marc Augè, “Rovine e macerie”,
La copertina del libro di Marc Augè, “Rovine e macerie”

L’atteggiamento dei media duran­te i dolorosi (a causa Covid-19) mesi primaverili del 2020 è stato davvero sconcertante anzitutto perché, più che focalizzare l’at­tenzione sulle fasi della ricerca scientifica che, se è tale, avanza per prove ed errori, per ipotesi e verifiche e, conseguentemnte, soggette ad affermazioni ma an­che a smentite (che avrebbe, tra l’altro, evitato la “incultura della confusione”), ha scelto il sensa­zionalismo radio-televisivo inter­vistando esperti, virologi, infet­tivologi, immunologi, in aperto contrasto l’uno con l’altro. Of­frendo il solito prodotto trash che arreda le menti con idee “tutto pancia” di tanti individui, vessati da problemi economici e apparte­nenti a strati sociali di margine.

Eppoi perché ha insistito, fino all’enfatizzazione, sugli aspetti positivi (da “Domenica in” a “Che tempo che fa”) dello stare in casa, del “bello nel ritrovarsi” fino ad addirittura a ritrovare se stessi, il proprio sé perduto.

Quasi un egoismo generale, que­sta specie di ripiegamento genera­le su se stessi! Marc Augè avrebbe parlato di “vocazione pedagogica del Covid-19”, come ha fatto nel libro Rovine e macerie (tr.it, Bol­latti Boringhieri 2004).

Mentre, se c’era qualcosa da co­municare, era piuttosto quello di far riflettere sul tema della pan­demia che ha incrinato la pro­spettiva del progresso-senza-fine. Sollecitando un esame critico dei nostri pregressi comportamenti di terrestri. E infine, ma non l’ultimo, far apri­re gli occhi su un grave problema sociale.

Il settimanale francese “L’Obs” durante la Quarantena ha chie­sto agli scrittori contemporanei di immedesimarsi in un autore del passato, e di scrivere, a modo di siffatto autore scelto, un testo sull’epidemia e sulle sue conse­guenze. Merita di essere citato lo scritto La mia rabbia come Céli­ne (tr.it.in “La lettura”, domenica 12 luglio 2020) di Régis Jauffret che evoca appunto il modo in cui avrebbe scritto Luis-Ferdinad Céline, noto scrittore per le sue intemperanze e per il suo dissa­crante e spiazzante humour nero, carico di ellissi e di iperboli. Nel pastiche di Jauffret si rimarca il silenzio su tanti lavoratori invi­sibili che non hanno fruito dello smart working, della “capanna”, e hanno, purtroppo, dovuto af­frontare le insidie di questa fase difficilissima della storia globale. Si tratta di tutti quei (e non sono pochi) cittadini che fanno un la­voro non gratificante: il personale addetto alle pulizie, i netturbini, gli autisti dei bus, i fattorini, i po­stini, gli altri addetti ai trasporti. Ed ancora le cassiere dei super­mercati, esposte a folle di acqui­renti rispetto al “bello dello stare in casa”.

È sulla disuguaglianza sociale che dobbiamo riflettere, capirla fuori dalle perverse culture ide­ologizzate. Di solito volutamente occulte. Ovviamente sperando che alla comprensione segua l’an­nullamento di siffatte disparità. Gratificandole almeno economi­camente.

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