26 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Gennaio 2021 alle 15:19:23

Cronaca News

Recuperiamo il nostro orgoglio

L'intervista a Eva Degl’Innocenti, direttrice del MArTA

Eva Degl’Innocenti, direttrice del MArTA
Eva Degl’Innocenti, direttrice del MArTA

È a Taranto ormai da cinque anni (si è insediata l’1 dicembre 2015). Con l’arrivo di Eva Degl’Innocenti è cambiato l’ap­proccio degli stessi tarantini al Mu­seo archeologico. Il blitz di Chiara Ferragni e la sfilata di Dior con i gioielli ispirati agli Ori di Taranto hanno dimostrato, una volta di più, quanto enormi siano ancora le po­tenzialità culturali e turistiche di questa città.

Direttrice, con l’accoppiata Fer­ragni-Dior al Museo sono au­mentate soprattutto le presenze dei più giovani.
Sì, abbiamo registrato un aumento del 148% di presenze dei giovani. Parliamo di alcune centinaia.

Questo significa che è importante adeguare il linguaggio a quello delle nuove generazioni.
Sicuramente. Ma questo fa parte della mission del Marta, ci rivolgia­mo anche a bambini e adolescenti. Tutta la nostra politica culturale è rivolta all’inclusione, all’accessibili­tà, al recupero del legame identita­rio. Abbiamo creato molti progetti scientifico-culturali e pedagogico-didattici per un pubblico di giovani.

Un esempio?
Le mappe di comunità: siamo il primo e al momento unico museo italiano ad aver fatto questo tipo di lavoro e abbiamo scelto come comunità proprio i giovani taran­tini all’interno di un percorso di alternanza scuola-lavoro. Abbiamo creato mappe interattive: si è partiti dalla Taranto di oggi per immagi­nare una Taranto avveniristica e i ragazzi l’hanno fatto con i loro co­dici di rappresentazione.

Qual è ora la loro visione di città?
Inizialmente era molto negativa, poi hanno compreso il valore di questo grande patrimonio culturale e si sono sentiti orgogliosi di apparte­nere a questo territorio. Hanno ma­turato propositi di progettualità per creare nuove attività. Il loro obietti­vo non è stato più quello di scappa­re via da Taranto. Un altro progetto che abbiamo portato avanti è stato il Neet, rivolto a giovani privi di la­voro e di formazione. Li abbiamo accolti nei laboratori e hanno ab­bracciato dei percorsi fatti di svilup­po sostenibile, riqualificazione non solo urbana ma sociale, educazione al bene comune e all’innovazione e, soprattutto, all’industria culturale e creativa. E poi ci sono stati i proget­ti con le case famiglia.

Ce ne parli.
Parliamo di iniziative rivolte a gio­vani provenienti da contesti disa­giati. Sono i progetti che danno più soddisfazione.

Perché?
Dopo questi percorsi i ragazzi si appassionano al museo e diventa­no degli ambasciatori importanti. Ricorderò sempre che al termine di questi percorsi multisensoriali ci chiesero: possiamo tornarci con i nostri genitori o i nostri amici? Capimmo di aver raggiunto un grande risultato, questo era il nostro obiettivo. I ragazzi diventavano gli ambasciatori di questo patrimonio e sarebbero stati loro stessi ad acco­gliere parenti e amici al museo.

A Taranto i programmi di rige­nerazione urbana, soprattutto in Città Vecchia, sono finora falliti perché si è pensato alla riqualifi­cazione degli edifici e mai al recu­pero sociale, all’elemento umano. Questi progetti dimostrano in­vece quanto sia fondamentale la rigenerazione sociale.
Sono d’accordo. Non ci può essere rigenerazione urbana se prima non si passa da una rigenerazione socio-culturale.

Torniamo ai social. Il Marta ha lanciato molte iniziative.
Infatti. Nel lockdown abbiamo lanciato il contest per la mascotte del Marta: siamo stati inondati dai disegni dei ragazzi. In questi anni abbiamo creato una serie di conte­nuti digitali basati sull’aspetto più ludico, anche sul legame tra anti­co e contemporaneo, proprio per aprirci ai più giovani. Il pubblico più difficile rimane quello dell’ado­lescenza: bisogna conoscere meglio il loro mondo e interagire col loro linguaggio. Non ci si può rivolgere agli adolescenti con codici di comu­nicazione ormai obsoleti. Questo non significa banalizzare la comu­nicazione, ma fare un uso più edu­cativo dei social.

Il digitale per “catturare” i più giovani?
Sicuramente. A maggio abbiamo presentato online la nostra piatta­forma: non un semplice sito inter­net, ma contenuti per i diversi target di pubblico. Il FabLab, ad esempio, è un laboratorio digitale creativo con scanner e stampante 3d. Abbia­mo fatto attività a distanza, hanno partecipato da tutta Italia, sia scuole che singoli ragazzi. Parliamo di mi­gliaia di ragazzi, che hanno avuto la possibilità di riprodurre l’oggetto che avevano imparato a creare con il software libero. Insieme al Museo di Napoli, inoltre, siamo stati i primi in Europa a creare un videogame, scaricabile gratuitamente. E non dimentichiamo il fumetto sull’atle­ta di Taranto. È un modo diverso di vedere il patrimonio culturale e di coniugare innovazione e tradizione, perché comunque si parte dal patri­monio archeologico.

Quella di Dior resta una iniziati­va fine a se stessa?
No, non è una iniziativa isolata. Si possono sviluppare progetti con­giunti di ricerca con l’industria della moda e del design, si può fare un la­voro di reinterpretazione di questo enorme patrimonio che abbiamo. L’auspicio è che ci sia contintuità con progetti che possano diventa­re sempre più internazionali e che possano portare il Marta nel mon­do, come fu con la mostra degli Ori di Taranto negli anni ‘80. Natural­mente l’obiettivo è creare incoming, far venire i visitatori qui a Taranto.

E il digitale può darci una mano?
Certo. Il digitale permette di garan­tire la tutela del patrimonio. Alcuni reperti, infatti, sono molto fragili e preferiamo non movimentarli. Cre­are contenuti digitali, scientifici, che possano essere divulgati è una finalità del nostro progetto di digi­talizzazione. Abbiamo digitalizzato 40mila opere open data con 5000 immagini stereoscopiche e 200 modelli 3d. Questo favorirà anche rapporti di ricerca internazionali perché uno studioso, che sia giap­ponese o americano, potrà accedere a distanza alle nostre opere.

Quanto il lockdown ha favorito la diffusione della cultura?
Il lockdown ci ha insegnato tante cose e bisogna far tesoro di questa esperienza. Pensiamo alla sosteni­bilità economica: le mostre virtuali abbassano tutti i costi, soprattutto quelle delle assicurazioni e dei tra­sporti. Investire sul digitale – anche se in Italia siamo in ritardo – avvi­cina il pubblico dei millennial che sono abituati a questo tipo di con­tenuti. Non si può non adeguarsi ai cambiamenti della società. Il Museo deve essere al servizio del­la società e del suo sviluppo. Il che non vuol dire abbracciare derive negative di consumismo e superfi­cialità o consegnarsi agli altri aspet­ti più deteriori dei social e del web. Di questi strumenti bisogna fare un uso sapiente. Oggi non possiamo avere una visione ottocentesca del museo. Per quanto possa appari­re paradossale, l’archeologia è una delle discipline più contemporanee che possano esistere, non bisogna averne una visione passatista. L’ar­cheologia ci permette di costruire il futuro perché il futuro può essere costruito soltanto partendo da una comunità consapevole della propria identità, della propria storia.

Ecco, questo è un grosso proble­ma di Taranto. Aver smarrito una propria identità con la con­seguente difficoltà a ricostruirsi.
Il problema di Taranto è stato quello di una città che aveva perso il pro­prio legame identitario, aveva smar­rito la memoria del proprio passato. Anzi, quasi la rinnegava. Non va dimenticato che la città industriale aveva anche aggregato persone che arrivavano da ogni dove. Certo la città era stata trasformata in qualco­sa d’altro in modo improvviso, ma il problema non è rimuovere ele­menti che fanno parte della storia di Taranto. Rispetto a cinque anni fa vedo tuttavia un cambiamen­to, vedo un grande lavoro da parte dell’amministrazione comunale an­che sulla cultura. In questo periodo non c’è città d’Italia che abbia una programmazione di eventi come Taranto. Poi c’è la vitalità dell’as­sociazionismo i sono giovani im­pegnati nelle arti creative, ci sono grandi eccellenze. C’è una voglia definitiva di rinascita e di unirsi per cambiare paradigma. Ecco, oggi si vede meglio una cabina di regia, una progettualità. Certo, il percor­so è lungo. È importante però avere progettualità a lungo termine, non fermarsi solo all’immediato. Inve­stire in ricerca e qualità dei servizi: qui c’è la possibilità di rilancio della città. È una grande sfida che Taran­to ha davanti a sé.

Riusciremo a vincerla?
Secondo me, sì.

Anche a prescindere dalla pre­senza o meno del siderurgico?
Io vedo cose che stanno già avve­nendo. Confido molto nella Zes, soprattutto se riuscirà a includere i settori dell’innovazione, dell’indu­stria creativa e culturale. Sarebbe una Zes diversa da quelle che già esistono. Sarebbe una opportunità per dare un valore alla cultura as­sociata al concetto di impresa e di formazione. Un ruolo importante può svolgerlo anche l’università.

Come procede la sua convivenza con Taranto?
Questa città mi ha accolto molto bene, non mi sono mai sentita fore­stiera. Appena arrivata ho preso la residenza qui perché credo sia im­portante essere cittadino e non solo abitante. Ho sempre avuto la sensa­zione di essere a casa e non lo dico in modo retorico. Questo territorio lo conosco fin da piccola perché qui venivo in vacanza con la mia fami­glia. La Puglia è una regione che mi è sempre stata molto cara. Oggi mi posso definire tosco-tarantina. Ta­ranto la sento la mia città.

Ha incontrato resistenze cultura­li?
No. Fin da subito abbiamo cerca­to di far percepire questo Museo come casa dei tarantini. Ricordo i primi eventi, i laboratori per bam­bini: grande adesione, grande par­tecipazione. Da quando il Museo è autonomo c’è stato un incremento di visitatori del 45-50%, +80% di introiti. Ma è importante che siano aumentati i tarantini e i pugliesi. Il paradosso di questo museo era di essere conosciuto all’estero e poco dagli stessi tarantini e dagli altri pu­gliesi. Questo è il museo di Taranto ma è il museo della Puglia.

Taranto punta sulla cultura, ma questa è una città dove ancora si buttano i materassi per strada…
Ho visitato tante città in tutto il mondo e ho visto città molto più sporche e caotiche, anche al nord. Più decoro nella coscienza indivi­duale ci vuole senz’altro, dovrem­mo fare molto a partire dalle scuole come educazione al bene comune.

Dovremmo imparare ad amare di più questa città, non crede?
Quello che ho notato, ma ora que­sto fenomeno si sta stemperando, è proprio questo disamore per la città. In qualsiasi altro luogo c’è sempre grande orgoglio di appartenenza, anche dove ci sono problemi per­sino più gravi di quelli di Taranto. Anzi, se vogliamo, a Taranto si sta bene. Ho esempi di visitatori che restano così innamorati di questa città che addirittura vogliono com­prare casa qui e nonostante l’imma­gine negativa che c’è di questa città. Purtroppo vedo che i primi amba­sciatori negativi di Taranto sono i tarantini stessi. A volte noto quasi una vergogna di essere tarantini: non deve essere così. In altre città pur di parlarne bene viene negata persino l’evidenza. Credo molto nel ruolo che le scuole possono svolge­re per cambiare questa mentalità: i bambini devono cominciare a cam­biare la propria visione della città, bisogna far conoscere loro le ric­chezze che ci sono e fare in modo che si sentano orgogliosi di essere tarantini.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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