17 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Giugno 2021 alle 19:23:30

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Pascoli e la figura di Gesù

Il “Piccolo Vangelo” del poeta romagnolo tra le “Poesie Varie”

Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli

Tra le “Poesie Varie” del Pascoli credo che non molti conoscano un gruppo di liriche, tutte nel metro dell’endecasillabo dante­sco, nel quale il poeta romagnolo è veramente un artefice esempla­re per la varietà e la bellezza del suono poetico.

A questo gruppo di liriche Pa­scoli ha dato il nome di “Pic­colo Vangelo” che riporta nella sua terrena missione Gesù, che il poeta chiama “figlio di Dio”, ma che vede nel suo più realisti­co aspetto; un Gesù uomo, con il suo essere terreno con il qua­le affronta una divina missione, che per gli altri è un profeta, ma la sua è una missione di umanità, carità e di martirio.

Pascoli non è Dante e non è Manzoni, per riferire due sommi poeti che hanno scritto versi su Cristo. Ma Dante, nella sua Com­media, lo ha esaltato nell’im­mortale gloria divina: “In quella Croce lampeggiava Cristo” e poi ha sempre voluto rimare nella sua terzina la parola Cristo con Cristo non trovandone altra de­gna del figlio divino. Manzoni in più Inni sacri ha celebrato la ve­nuta di Gesù (“Il Natale”) o nella sofferenza estrema (“La Passio­ne”) o nella sua resurrezione. Un Cristo per il Manzoni estre­mamente coerente con la pagina evangelica, ma che già ha in sé i doni dello Spirito Santo. Nulla di tutto ciò in Pascoli: non il Cristo trionfante, ma il Cristo nella sua missione di fede, di carità ed an­che di dolore estremo; nel Gesù del Pascoli c’è un’altra figura, cioè è un uomo che pur aven­do in sé il dono divino, è uma­namente fra gli uomini, che va predicando la sua buona novella, che rende sani i cechi, gli osses­si, i lebbrosi, ed è tuttavia anche sconfortato, ed è anche stanco: “A sera stanco il figlio del Dio vivo,/ come lavoratore, era, ma pago;/ e s’assideva al tronco di un ulivo,/ guardando al cielo.” È un Gesù che ha tutte le ansie, le tristezze dell’uomo, che com­prende i suoi simili nella visione di un’umanità dolente e peccatri­ce, che va redenta, ma già cono­sce quale sarà il suo destino: “La Croce”, a conclusione del suo terreno travaglio e della sua ter­rena umana esperienza. Ne deri­va (questo Gesù del Pascoli), una poesia di altissimi valori esisten­ziali, quali mai, dico mai, la po­esia italiana si era espressa con tale immedesimatezza umana. Si può parlare anche di Jacopone da Todi, per qualla sua Laude, ma con altri accenti e con altro metro, Jacopone non prega, sbraita contro coloro che hanno flagel­lato Cristo. Pascoli ha condotto nella sua lirica a Gesù, in quel tempo profeta, una umanità mai espressa con accenti di universa­le esistenzialità; come si evince da questi versi: “E Gesù rivede­va, oltre il Giordano, campagne sotto il mietitor rimorte:il suo giorno non molto era lontano.

E stettero le donne in sulle porte

delle case, dicendo: Ave, Profe­ta!

Egli pensava al giorno di sua morte.

Egli si assise all’ombra d’una meta

di grano, e disse: Se non è chi celi

sotterra il seme, non sarà chi mieta.

Egli parlava di granai ne’ Cieli:e voi, fanciulli, intorno lui corre­ste con nelle teste brune aridi steli.

Egli stringeva al seno quelle te­ste

brune; e Cefa parlò: Se costì sie­di,

temo per l’inconsutile tua veste.

Egli abbracciava i suoi piccoli eredi: – Il figlio – Giuda bisbigliò veloce – d’un ladro, o Rabbi, t’è costì tra’ piedi:

Barabba ha nome il padre suo, che in croce morirà – Ma il Pro­feta, alzando gli occhi,

No, mormorò con l’ombra nella voce; e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.”

L’eterna fanciullezza della Fede nell’eterna fanciullezza della vita.

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