26 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Luglio 2021 alle 17:47:00

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L’orgoglio di una città e la memoria da riscoprire

L’orgoglio di una città e la memoria da riscoprire
L’orgoglio di una città e la memoria da riscoprire

Caro Direttore,

Ho letto con personale gradimento e partecipazione la tua intervista alla direttrice del MARTA, dott. Eva degl’Innocenti, pubblicata in Buonasera Taranto il 4 Agosto ultimo scorso. Ne ho apprezzato e condiviso le tue puntuali doman­de e, al tempo stesso, le serene ed equilibrate risposte della intervi­stata. Mi soffermo tuttavia sull’ul­tima tua domanda e quindi, sulla risposta; quella relativa al “Orgo­glio che mancherebbe o manca nei cittadini di Taranto, o in tanti di loro”.

La dott. degl’Innocenti dice: “Quello che ho notato è proprio questo disamore per la città. In qualsiasi altro luogo c’è sempre grande orgoglio di appartenenza, anche se ci sono problemi più gra­vi di quelli di Taranto”. Risposta garbata ed anche giusta relativa all’indifferenza che, anche io che sono di Taranto, ho trovato e tro­vo nei miei concittadini o, nella maggior parte di essi. Una indiffe­renza come mancanza di orgoglio che trova, tuttavia, la sua radice nelle pagine della storia civile, culturale, sociale e militare della città nel corso dei secoli. La rispo­sta della direttrice del MARTA è tuttavia l’effetto; la causa è a mon­te e brevemente cercherò di darne motivo e ragione. Taranto fu im­portante e grande città della Ma­gna Grecia come è noto al tempo di Archita, che ospitò Platone, e vide per le sue strade passare Vir­gilio, Orazio ed altri illustri per­sonaggi in un’epoca storicamente oggi “mito”. Ma di tanta trascorsa grandezza Taranto ha conservato poco e nulla; rimane testimonian­za di grande valore artistico il mu­seo Archeologico Nazionale, ma anche la sua nascita fu tenacemen­te voluta da un Salentino, il pro­fessore Luigi Viola, ispettore mi­nisteriale. Ed è stato retto da non pochi direttori di altissimi meriti culturali, sinanche nazionali. Ma oltre al museo nulla è rimasto: non l’anfiteatro, qualche colonna rimo­dellata nella piazza Castello, una necropoli ed altri documenti qua e là, come degli ipogei attualmente riconsacrati. Certamente nel corso del tempo fortunatamente è rima­sto il castello Aragonese, rivisita­to e ristrutturato nel suo interno dall’ammiraglio Ricci, il quale è anconetano.

Taranto, dopo la ri­costruzione ad opera di Niceforo Foca, oltre l’anno mille, fu terra nobile ma di conquista, di avveni­menti matrimoniali fra personaggi regali, ebbe tra i suoi personaggi illustri quel condottiero Boemon­do che Torquato Tasso nella sua Gerusalemme liberata onora più volte, per aver conquistato Antio­chia. Ma i tarantini? La borghesia della città o la nobiltà ove era? Ebbe palazzi di pregio ma per tempi viveva al di là di Taranto, tra Napoli e Roma. L’orgoglio di una città è nella memoria storica e vitale dei cittadini, ma la maggior parte di essi fu dedito alla pesca, chiusi nell’isola, nei suoi vicoli privi di luce, di sole, mal ridotti e spesso fatiscenti. Nel tempo, come è noto, la città divenne parte di un distretto, quello di Otranto, parte di un territorio salentino ove pri­meggiava Lecce (anche quando nel 1923 divenne provincia, i suoi comuni furono di cultura, di sto­ria ed anche fonetici differenti; diversi consacrati al Salento, altri più vicini all’economia e alla men­talità barese. E la provincia ebbe anche religiosamente tre diocesi). Eppure non mancarono tarantini illustri, nei tempi, nei secoli, let­terati, musicisti, uomini di cultu­ra, costretti tuttavia a manifestare il loro ingegno come Paisiello e Costa, o come di intelletti risorgi­mentali Massari, Nitti, Giovinaz­zi, De Cesare, Acclavio, ma le loro opere furono sempre al di là della patria natia; basti leggere la storia di Taranto, del compianto profes­sor Giacinto Peluso.

Ma l’anima della città nella sua forma nove­centesca fu soprattutto costruita, al di là dell’isola, in un complesso di altri nuclei viventi che erano fra di loro differenti per tempi storici e costruzioni moderne. Nacque il Borgo, che non è Tamburi e Tam­buri non è Paolo Sesto, addirittu­ra un quartiere a molti chilometri dal centro. Differenti per intima vivibilità. Ecco, caro direttore, in questa mia semplice ed amichevo­le descrizione della vita culturale urbana della mia città, il motivo di un non “orgoglio” soprattutto cittadino, anche se non sono man­cate e vivono istituzioni culturali, musicali di valore per continuità artistica. Ma l’orgoglio (parola francese, i latini avrebbero detto “spiritus civis”) è altra cosa, nel merito e nel fascino della parola. Anche molti sindaci della città non furono tarantini, di altre Regioni: Sicilia, Calabria. Io mi auguro che la presente Amministrazione comunale, che vedo operosa nel riordino culturale ed urbanistico di Taranto, possa, nel corso degli anni, comunicare ai cittadini quel sentito e forte amore, proprio per la città vivente; quell’amore che diventa orgoglio. Questione di tempo, questione di unità politi­ca culturale, questione di sentirsi sempre, per le opere del pensiero precedente e della memoria, uniti cittadini sotto il gonfalone della città e non sempre sotto bandiere di partito l’uno avverso all’altro. Occorre che la città completi l’o­pera di risanamento dell’antica e gloriosa isola, che l’istituto Paisiel­lo diventi conservatorio di Stato, e che si riconosca, se si vuole anche essere città premiata nella cultu­ra, che quel breve corso d’acqua, Galeso, umiliato nel tempo, pat­tumiera del Mar Piccolo, ma mito della più grande poesia latina e poi del Pascoli e di non pochi poeti ta­rantini.

L’orgoglio di un cittadino o di un popolo verso la propria città che diventa patria non è una “fede” e neppure un atto occasionale; è un sentimento forte, dignitoso, as­soluto, che nasce dalle memorie significative del passato di una co­munità urbana, che è passato pa­trio. Quello che è oggi ad esempio il Palio di Taranto, con quel logo “Virtus sub Palio viget” e che già da tempo e nel tempo acquista forma e dignità di avvenimento culturale, è specifico indice, come le sacre manifestazioni religiose del Venerdì Santo, di una memo­ria collettiva cittadina, che diven­ta anche orgoglio, uno “scatto” dell’anima e della mente che ras­segna, ricorda e tramanda. È una forza inconfondibile che fa di un cittadino, il cittadino che ha in sé l’orgoglio di essere della sua città cittadino; uomo di alta e nobile dignità.

1 Commento
  1. Vincenzo 11 mesi ago
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    Bravissimo il Preside De Stefano che dalle parole del Direttore del MarTa ha saputo trarre pezzi di storia. Approfitto per scrivere qialcosa sull’argomento che ricalca il disamore per la nostra Taranto. Durante i cinque anni di Sindaco del Prof. Guadagnolo (col quale ci divide l’appartenenza politica ma non l’amicizia e stima) gli venne l’idea di commissionare il rifacimento della Piazza Municipio e incaricò il Prof. Giò Pomodoro per la presentazione di un progetto. Detto fatto. Il Prof. Pomodoro presentò uno studio e un progetto per la trasformazione della citata piazza presentando un calco con i particolari da Lui studiati e posizionati nella Piazza. Partimmo, su specifico incarico del citato Sindaco, io e un carissimo collega oltre che amico (deceduto) e ci portammo nell’officina del citato artista Pomodoro e ritiranmmo il calco. A Taranto consegnammo il tutto e oggi, a distanza di quasi quarant’anni non si è più saputo nulla. Anzi, più volte ho chiesto a qualche amico del Gabinetto Sindaco su che fine abbia fatto il calco, nessuno mi ha saputo dire qualcosa. Sparito nel nulla. Cordiali saluti.

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