24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Giugno 2021 alle 20:01:57

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Antonio Rizzo, 100 anni fa moriva il fondatore dello storico giornale tarantino “La Voce del Popolo”

La Voce del Popolo
La Voce del Popolo

Nella Taranto che ha appena visto l’avvio dei lavori di costruzione dell’Ar­senale Militare, destinato nelle intenzioni go­vernative a diventare una grande Piazzaforte militare italiana, seconda né a La Spezia né a Venezia; e nella quale accanto al Castello che aveva visto la mano di Francesco de Giorgio Martini sta sorgendo il Ponte girevole, in fer­ro (1887), meraviglia della tecnica moderna come la Torre Eiffel, nasce un settimanale li­bero e indipendente. Lo fonda un giovane sui ventisei anni, leccese, innamoratosi di una non più giovanissima ragazza tarantina vista dietro i vetri d’una finestra in città vecchia. Una donna solida, Clementina Resta, che nel Sud non ricco e lontano da spreco e con­sumismo saprà essere docile compagna del giovane ambizioso Antonio Abate Rizzo. Il giornale si chiama “La Voce del Popolo” ed il primo numero appare il 19 Ottobre 1894.

Di giornali nella piccola città di mare della vasta Provincia d’Otranto ne nascono come funghi. Per la maggior parte sorgono nel­le vicinanze delle occasioni elettorali, per scomparire qualche tempo dopo. Non fu così per la Voce del Popolo che durò ininterrotta­mente per quasi cent’anni ed ebbe un ruolo fondamentale per la Taranto moderna.

La Città dei due mari era ai tempi poco più di un paesello, e al momento dell’Unità d’Ita­lia aveva ventisettemila abitanti, concentrati nell’Isola, che non era ancora un’isola perché il canale navigabile era di là da venire.

Come ricorda un siparietto molto godibile apparso su un precario giornale cittadino, “L’Amico del popolo” (1883), Antonio Abate “racconta” che ha cominciato ad insegnare ai bambini nell’Istituto Leonida da tanti anni; e ringrazia i genitori (cioè i papà) che gli avevano fatto i complimenti come docente. Ringrazia anche il regio provveditore Rebec­chini per i consigli e la disponibilità verso la scuola da lui fondata quand’era attorno ai vent’anni. Oggi appare singolare il suo gra­zie rivolto solo ai papà dei suoi alunni, che gli hanno inviato elogi pubblici. “Ai padri dei miei alunni” è infatti il titolo del breve articolo. Con evidenza, le madri erano solo contorno. Ai tempi la patria potestà dell’uo­mo sui figli si estendeva pari pari alla moglie, e ci vollero molti anni prima che l’Italia si de­cidesse ad una legge decente in difesa delle consorti. Chi non ricorda le struggenti pagine di Sibilla Aleramo del romanzo “Una donna” quando il marito le strappa il figlio che non vedrà per anni, senza potersi per legge nep­pure ribellare?

Questo bravo insegnante di scuola elemen­tare, con non molti titoli regolari ma con una solida preparazione personale, vara un orga­no di stampa che accompagnerà la vita anzi la crescita della città, da paesello a capitale italiana dell’acciaio, che lo ha adottato fin­ché vivrà. Il giornale giungerà fino al 1976, e rispetterà a pieno le intenzioni: accompa­gnare ed assistere lo sviluppo e la crescita di Taranto, impegnarsi nella difesa dei suoi veri interessi con la massima onestà personale ed intellettuale, attendere solo il giudizio dei suoi lettori. Questo avviene anche quando la “Voce” si schiera politicamente.

Il suo posto è nella borghesia riformatrice e lo fa con coerenza. Una coerenza che talvol­ta costerà cara, come nel caso di una querela nata da un intervento non di Antonio Abate ma di un anonimo (che in realtà è l’onore­vole Lo Re). Il direttore non vorrà rivelare il nome dell’autore ed accetterà di fare sei mesi di carcere senza batter ciglio. È il segno di un forte temperamento e di una personalità che sente appieno la responsabilità del nobile compito del giornalista.

Le battaglie che il suo giornale intraprende contro il candidato della Progressista, il con­te Pietro d’Ayala Valva, difendendo le idee dell’avvocato Nicola Lo Re e della Democra­tica, sono senza quartiere. Gli interessi di Lo Re sono quelli del sorgente capitalismo loca­le di Carlo Cacace, ma Antonio Abate Riz­zo non si impegna in una direzione che non sia quella della positiva crescita della città. Comprende bene per esempio che quanto il governo ha deciso, e la città attua per i desti­ni dell’Arsenale Militare, spesso viene poco onorato come si dovrebbe. È forse tra i po­chi che avranno davvero attenzione a questo aspetto: per i vantaggi che avrebbe l’Italia, se il progetto Taranto venisse realizzato al me­glio, lo Stato non deve avere tentennamenti.

Quegli anni sono anni di continua lotta per la “Voce”, anche perché il governo protegge attraverso i prefetti i suoi interessi e sovente lo fa con veri e propri soprusi. Età giolittia­na. Questa volta l’avversario è Federico di Palma, di Grottaglie, con la sua Pro Taranto. Vince la Democratica, 1904, ma il Consiglio comunale viene sciolto e il candidato della Democratica viene sospeso. La “Voce” non può tacere, impegnata com’è in battaglie di qualità.

Leggiamo il primo numero del 1903, assolu­tamente a misura d’un popolo laico.

“Divorzieremo?”, è il titolo. Scegliamo un passo dell’articolo, che pare redatto diretta­mente dal non dimenticato Marco Pannel­la: “La contrarietà per il divorzio – istituto necessario date le attuali condizioni sociali – trova la sua spiegazione in pregiudizi di­sgraziatamente comuni ed in superstizioni chiesastiche”. Siamo nell’Italia e nella Taran­to d’inizio del secolo scorso!

Ecco un ricordo del grande nostro poeta Emilio Consiglio, scritto da un altro nostro piccolo-grande talento, Michele de Noto (“Emilio Consiglio“. 17 Novembre 1905). Parla della vera anima del nostro popolo, in quelle liriche in dialetto di splendido valore: si legga almeno “ ‘U sciardine de Biamonte”, per goderne. Ma troviamo anche la giusta attenzione ad una stupefacente lirica oni­rica del ventenne Cesare Giulio Viola, “La maschera“ (numero del 3 Dicembre 1905). È possibile che Viola abbia così ben letto Edgar Allan Poe? Quel che è certo è che il nostro diventerà uno dei più famosi scrittori di teatro e cinema italiani. Sempre in difesa della democrazia il giornale non tralascia i valori della cultura, quella vera. E spesse vol­te avanzerà la richiesta d’un suffragio univer­sale (cultura e democrazia vanno insieme).

  1. Nuove elezioni; il candidato Alfredo Lucifero, ufficiale di marina, prevale per la seconda volta. L’entusiasmo della “Voce” è alle stelle, ma dura pochissimo. Con un ca­villo procedurale tutto è annullato: Taranto resterà senza deputato in Parlamento. E sì che ne avrebbe avuto bisogno, in tempi nei quali la città è giunta a 67.422 abitanti e si comprende che la crescita non si fermerà. È forse uno dei momenti più delicati. A Taran­to verrà il Re in persona, Vittorio Emanuele III, e dal 25 al 27 ottobre assiste alle mano­vre navali, vera prova di maturità della Base militare.

La Voce del Popolo gli dedica due o tre nu­meri “pieni”. L’occasione è grande, la pre­senza del sovrano è una carta da giocarsi bene. Le manovre navali possono dimostrare quanto fondamentale possa essere la Base tarantina nell’eventualità di una guerra (non sarà lontana, quando cinque anni dopo l’Ita­lia vorrà invadere il suolo libico).

Nel secondo dei numeri dedicati alla vicen­da un gustosissimo articolo del cantore della nostra storia, Vito Forleo, racconta da par suo l’eccitazione popolare di fronte all’avveni­mento. Fra una popolana che nella calca gli chiarisce che “la regina ha allattato lei stessa la figlia” e il vetturino che al passaggio del Re lo avvinghia e lo bacia! La vicenda è im­mortalata. Un mondo pieno di umanità. Nel­la stessa prima pagina, in chiusura, uno stel­loncino in neretto passa addirittura al gossip. Giura, lo stelloncino, che è certo che alcuni attorno al Re hanno ascoltato le sue parole conclusive mentre discorreva con il sindaco Iannelli e con l’onorevole Chimienti: “Taran­to è città del grande avvenire; ormai bisogna fare sul serio”, avrebbe detto. Sull’autenticità della frase forse non si può giurare, ma è cer­tamente la posizione che il giornale propone continuamente ai lettori. E se lo dice il Re! allora, coraggio: per una Taranto che si faccia rispettare e difenda il suo grande avvenire e vada avanti con la massima serietà!” Bravo, Antonio Abate Rizzo.

Non si contano poi gli articoli per difendere la Marina Militare quando le promesse go­vernative non vengono mantenute. O se an­che in loco si va troppo lentamente.

Ancora nel 1906 un appello importante, “Vo­gliamo la squadra”; e che “anche la squadra di riserva venga nelle nostre acque”. L’arrivo di tante navi e di tanti marinai e personale della Marina Militare portava infatti ricchez­za, al commercio, agli albergatori, ai risto­ranti ecc. È un appello spesso ripetuto.

Uno splendido ricordo di questi momenti vede protagonista nientemeno che Alberto Savinio. Sì, il grande Savinio, giovane milita­re a Taranto, che si reca dal dapifero (il risto­ratore) e lì spera incontrare gentile signorina, per il pranzo. Certo, l’arrivo della squadra in città dava anche molto lavoro alle “signori­ne”. Non narra, naturalmente, di Savinio la “Voce”, ma proprio lui, in “Ermaphrodito”; e l’episodio fa entrare quella Taranto nella grande letteratura europea.

Con un coraggio non da poco il giornale nar­rerà anche la terribile rivolta che in conclu­sione del 1910, anzi la mattina di capodanno 1911, avverrà durante i funerali di una ragaz­zina (probabilmente morta per tifo), in vico La Pace. La folla, immensa, vieppiù aumenta e distrugge quanto trova sul cammino. L’Iso­la è sconvolta. Guardie che sparano nel muc­chio. Morti, spesso innocenti, che non cen­travano con i facinorosi. Il giornale fa nomi e cognomi di tutti, anche dei carabinieri poi intervenuti. Insomma, una vera rivolta. Con­tro cosa? Le tasse e l’impossibilità per motivi igienici di utilizzare cozze e pescato, la risor­sa dei poveri abitanti di una città nella quale contagi e malattie erano all’ordine del giorno.

È difficile trovare in questo caso un com­mento che difenda i lavoratori ed i loro diritti, ma la pietà umana non manca. Parimenti ver­so alcune proteste degli “arsenalotti” le con­danne per i tumultuosi agitatori sono troppo a senso unico. E tuttavia ecco le proteste per l’inazione del Prefetto; e addirittura ecco un articolo in prima pagina che pari pari sem­bra sollecitato da Gaetano Salvemini. Se è vero che di lui e del suo notissimo “Il mini­stro della malavita”, che scuoteva l’Italia, non v’è traccia, tuttavia l’articolo è decisissimo. I mazzieri a Mottola fanno il bello e cattivo tempo e distruggono politica seria ed eco­nomia: “La rovina di un Comune e le gesta dei mazzieri”. Salvemini, si ricorderà, rischiò la pelle per essersi presentato alle elezioni dell’anno seguente (vivo per miracolo perché la pistola dl mazziere si inceppò), 1912.

Intanto si sviluppano i giorni della guerra di Libia. Taranto diventa centrale per l’Italia e i giorni diventano ricordevoli per la storia con la maiuscola, e la città più ricca, mentre gli abitanti aumentano ancora. La “Voce” di Antonio Abate Rizzo si arricchisce in questo periodo anche di scritti dei suoi figli, Giusep­pe e Tiberio; quest’ultimo è un giovane av­vocato che presto, con l’appoggio totale del giornale e di vasta parte dell’opinione pubbli­ca, propugnerà l’idea di far diventare Taranto provincia a sé. È una decisione non rinvia­bile, data la vastità della sua popolazione (si va verso i centomila), e la sua realtà econo­mica e sociale, legata all’importanza assunta dall’Arsenale Militare e dalla Base navale, che ne fa elemento centrale di una vasta zona. Perseguito anche tra le due guerre, quella di Libia e, dopo qualche anno, la Grande Guer­ra, che renderanno Taranto, la Marina Mili­tare e l’Arsenale Militare fondamentali per l’intera Nazione.

Nel frattempo (1914) nella città s’è insediato (sponsor coraggioso, la Voce del Popolo) il Cantiere Navale Tosi, con imprenditori di Le­gnano. Si sistemerà in Mar Piccolo, sulla riva che guarda l’Arsenale Militare, ed in breve diventerà una forte voce economica del terri­torio sfornando naviglio (in acciaio) di prima qualità (e maestranze di prima qualità).

La guerra – e la “Voce” sarà generosa di noti­zie – porterà problemi e lutti che si dovranno sopportare con coraggio; ed anche censure per notizie scomode, con spazi bianchi senza apparente motivo. Chiusa la pagina bellica il giornale riprende con forza, specie con Tibe­rio Rizzo, la battaglia per Taranto Provincia. Tiberio è tornato dalla guerra con una malat­tia dalla quale spera riesca a guarire.

Il 1919 si sviluppa in città come l’anno deter­minante per raggiungere l’obiettivo, che ov­viamente viene contrastato da Lecce. Tutto pare riprendersi, anche se la città jonica vie­ne toccata dalla spagnola (ne scrive in queste pagine Adolfo Corrente lo scorso 24 aprile) ma riesce a venirne fuori.

Nel nuovo anno tutto va per il meglio. L’av­vocato Tiberio, al quale Antonio Abate pen­sa di affidare la Voce del popolo negli anni seguenti, convola a nozze con la gentildonna Cecilia Cigliola (Novembre 1919). Una gran­de giornata per le famiglie Rizzo e Cigliola. Regna la felicità. Ma il destino ha deciso di­versamente. Dopo tre mesi il male contratto in guerra si ripresenta; il forte fisico di Tibe­rio cede. Un dolore per tutta la famiglia che travolge Antonio Abate Rizzo. Il fondatore della Voce del Popolo sopravviverà appena sei mesi. Il suo cuore vorrà raggiungere l’a­mato figlio (22 Agosto 1920). E nel chiudere gli occhi per sempre avrà temuto anche la fine del suo giornale. Per il senso del dovere il più giovane figlio Giuseppe ne prenderà il timone; poi toccherà ai suoi figli Dino ed An­tonio (junor). Quasi cent’anni dedicati a Ta­ranto, con lo stile, la qualità, il coraggio del suo fondatore.

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