05 Dicembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 05 Dicembre 2020 alle 16:02:00

Cronaca News

L’ex Procuratore capo Capristo torna libero. Chiesto il giudizio immediato

Carlo Maria Capristo
Carlo Maria Capristo

A tre mesi dall’arresto del procuratore di Taranto Carlo Maria Ca­pristo, del poliziotto di scorta e di tre imprenditori la Procura di Potenza ha chiuso l’indagine con la richiesta di giu­dizio immediato per cinque imputati.

La prima udienza dibattimentale si terrà dinanzi al Tribunale del capoluogo luca­no il 12 ottobre prossimo per quattro dei cinque imputati, l’ex magistrato Capri­sto che ha rassegnato le dimissioni, gli imprenditori di Bitonto Giuseppe, Cosi­mo e Gaetano Mancazzo, l’ex procura­tore di Trani Antonino Di Maio, unico indagato rimasto a piede libero perché trasferito a Roma nel corso dell’inchie­sta.

Mentre il quinto soggetto coinvolto, l’i­spettore di Polizia Michele Scivittaro, ha chiesto di patteggiare la pena di un anno e dieci mesi e sulla richiesta de­ciderà il gup del Tribunale di Potenza.

Da ieri, intanto, l’ex procuratore di Ta­ranto Capristo, sottoposto ai domicilia­ri il 19 maggio, è tornato in libertà su decisione del gip di Potenza Antonello Amedeo che ha accolto la richiesta degli avvocati Angela Pignatari e Francesco Paolo Sisto e ha revocato la misura rite­nendo cessate le esigenze cautelari.

Parti offese nel procedimento sono i pm Lanfranco Marazia, all’epoca dei fatti in servizio a Taranto e sua moglie Silvia Curione, nello stesso periodo pm a Trani (ora entrambi sono alla Procura di Bari).

Sono state le dichiarazioni dei due gio­vani magistrati far scattare le indagini della Procura di Potenza diretta dal pro­curatore Francesco Curcio.

Stando alla ricostruzione dell’accusa, gli indagati, avrebbero esercitato pressioni sul pm Curione per pilotare un’inchiesta per usura a carico di un uomo denuncia­to dai tre imprenditori e indurre il pm a emettere nei confronti dell’innocente l’avviso di conclusione delle indagini malgrado l’assenza di elementi.

Ad esercitare materialmente le pressio­ni sarebbe stato il poliziotto Scivittaro, ritenuto “l’alter ego e l’uomo di fiducia di Carlo Maria Capristo”, recatosi a Tra­ni dalla Curione per chiedere il prov­vedimento di chiusura delle indagini che avrebbe agevolato gli imprenditori in una richiesta di sequestro di alcune cambiali.

Inoltre Capristo era il capo dell’ufficio di Marazia, quindi nei suoi confronti, sempre secondo l’accusa, avrebbe potu­to esercitare in maniera ritorsiva le sue prerogative in materia disciplinare e di vigilanza sul suo operato.

Un timore esternato dal giovane magi­strato Curione durante l’interrogatorio come persona informata sui fatti.

Il tentativo di pilotare l’indagine non è andato a buon fine perché il pm non si è lasciato influenzare.

Un episodio costato agli imputati ini­zialmente l’accusa di induzione indebita a dare o promettere utilità poi riformu­lata dal Tribunale del Riesame in tentata corruzione in atti giudiziari.

Il procuratore e l’ispettore di Polizia ri­spondono anche di falsità ideologica e truffa allo Stato in quanto Scivittaro, per numerosi giorni risultava in servizio a Taranto mentre il suo cellulare aggan­ciava le celle di Bitonto e di altre zone vicine.

Mentre Antonino Di Maio risponde di abuso d’ufficio e favoreggiamento per condotte commissive e omissive finaliz­zate a consentire all’x procuratore di Ta­ranto Capristo e al poliziotto di eludere le indagini.

I fatti contestati e le conversazioni inter­cettate, secondo gli inquirenti, lasciano ipotizzare “l’esistenza di un centro di potere a Trani denominato i fedelissimi, che include pubblici ufficiali e privati”. Il presunto gruppo di potere avrebbe po­tuto contare su appoggi istituzionali im­portanti fra cui quello del presidente del Senato, ed ex consigliere del Csm, Elisa­betta Casellati, definita nelle intercetta­zioni di alcuni degli indagati “un’amica nostra” perché “quando stava al Csm gli fece una bella relazione perché lui do­veva andare a Bari”. Riferito a Capristo, secondo gli inquirenti.

“Poi – continuano gli imprenditori inda­gati – è stato boicottato, lo sappiamo… i comunisti di merda…”.

Millanterie o collegamenti reali sarà il processo a stabilirlo.

La richiesta di giudizio immediato chiu­de il primo filone d’inchiesta di Guardia di Finanza e Squadra Mobile ma le inda­gini continuano.

Nel mirino della magistratura di Poten­za sarebbe finito il rapporto fra la Pro­cura di Taranto con a capo Capristo e Pietro Argentino aggiunto (attualmente procuratore a Matera) e l’avvocato Piero Amara potente legale dell’Eni e consu­lente di uno degli amministratori Ilva di alcuni anni fa.

Nello studio di Amara a Roma, stando ad un’altra inchiesta a carico dell’avvo­cato siciliano, lavorerebbe come legale il figlio del procuratore Argentino, Giu­seppe.

Fra le vicende al vaglio degli inquirenti ci sarebbe anche la presenza della sede legale di tre società di Amara a Martina Franca, in un immobile del centro, come già riferito da Tarantobuonasera a luglio dello scorso anno, a partire dal 2016.

Sotto la lente d’ingrandimento sarebbe finito il patteggiamento, non andato a buon fine perché rigettato dalla Corte d’Assise di Taranto e dalla Cassazione, in favore dell’Ilva in amministrazione straordinaria del 2017.

Le indagini si sarebbero concentrate su alcuni retroscena che, ovviamente, coin­volgono i magistrati se ad occuparsene sono i magistrati della Procura di Poten­za.

Non l’unica, però, considerando il rife­rimento dell’ordinanza di maggio scorso alle nomine dei vertici di alcuni uffici giudiziari fra cui la Procura di Matera.

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