25 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Giugno 2021 alle 18:55:18

Luminarie ditta Bruni e Fasano in via Garibaldi (gruppo facebook Foto Taranto com’era)
Luminarie ditta Bruni e Fasano in via Garibaldi (gruppo facebook Foto Taranto com’era)

Nelle passate estati, quando l’emergenza sa­nitaria figurava fra i più remoti dei pensieri, passando per i pae­si della nostra meravigliosa Pu­glia era frequente imbattersi nei preparativi delle feste patronali. In piazza e sul corso principa­le ferveva instancabile il lavoro degli addetti alle luminarie, che nei giorni appresso avrebbero assicurato un aspetto da mille e una notte anche al più umile borgo.

Era l’occasione per il ritorno de­gli emigranti che mai avrebbero voluto mancarvi, fra lo struscio per le vie, l’assaggio di nocelle e “copeta”, la processione, l’a­scolto della banda sulla cassar­monica e i fuochi a mezzanotte.

Baresi e salentine sono le ditte di lunga tradizione specializ­zate nelle parature dalle mille luci.

Ma anche quelle tarantine, in tempi passati, hanno potuto esprimere il proprio talento in questo ambito.

In “Taranto: dall’Isola al Bor­go”, edito dal Centro regionale servizi culturali del compianto Peppino Orlando in collabora­zione con l’ assessorato comu­nale alla cultura allora retto da Tommaso Anzoino, Giacinto Peluso ci dà notizie di France­sco Argentieri, che negli anni venti era noto non solo a Taran­to ma anche in piccoli e grandi centri della regione per i suoi fastosi apparati. Scrive Pelu­so, che da ragazzino, assieme al papà, aiutava di frequente Argentieri nel montaggio degli allestimenti: “Non c’era festa di una certa importanza che non vedesse impegnato ‘Cicce Argentieri’ con la sua stupenda cassarmonica, la sua splendida ‘galleria’ e la non meno sugge­stiva ‘spalliera’”.

“La ‘galleria’ – scrive ancora – è l’insieme di archi che po­sti ad uguale distanza lungo la via che offriva uno spettacolo davvero fantasmagorico (…) Queste arcate con centinaia di globi variopinti, sì da formare un insieme gradevole, entro i quali brillava la fiammella dal beccuccio, riempivano di luce e gaiezza tutta la strada”. In quell’epoca le luminarie erano alimentate ad acetilene: affian­co a ognuna di esse (spiega Pe­luso) c’era un grosso bidone con “calderino” dove avveniva la combustione del carburo di cal­ce; attraverso un tubo di gomma il gas prodotto saliva in alto ad alimentare i ‘beccucci’ avvitati in serie su un tubicino dove pas­sava il gas.

Negli anni cinquanta si distinse in questo ambito il cavalier An­tonio Mazzarano, valente prese­pista, scomparso nel 2017 a ben 104 anni. A fine anni quaranta egli mise su, con l’aiuto dei fi­gli, una ditta di luminarie, dopo aver acquistato apparati vari e una sgangherata cassamonica che rimise a nuovo con l’aiuto dei figli. Ebbe modo di illumi­nare varie edizioni dei festeg­giamenti in onore di Sant’Anto­nio da Padova, al Borgo, ma il meglio di sè lo dette nelle feste in Basilicata e in Calabria, con un serrato calendario di impe­gni. Tale attività ebbe a cessare quando i suoi operai optarono per il posto fisso nella nascen­te industria siderurgica. Negli anni sessanta Mazzarano limitò così l’attività alle luminarie na­talizie, allestite sulle facciate di alcune chiese e di rinomate pa­sticcerie, come il “Cin Cin Bar” di don Ciccio Punzi, in piazza Immacolata.

Negli anni sessanta fu il turno della ditta Bruni e Fasano. Par­ticolarmente spettacolari erano le arcate montate su fantasiosi supporti recanti motivi florea­li. In città si ricorda ancora lo stupendo colpo d’occhio offerto dalle lunghe “gallerie” allestite su via Duca degli Abruzzi (per la festa di Sant’Antonio), via Anfiteatro (San Francesco di Paola) e su via Garibaldi (San­ti Medici), con l’immancabile cassarmonica dove prendevano posto rinomati complessi bandi­stici. I fratelli Franco, Vincenzo e Tonino Fasano, fino a qual­che tempo fa, si facevano ap­prezzare anche per gli addobbi nelle chiese, in occasione delle feste dei Titolari, e per i mae­stosi “sepolcri” durante la Set­timana Santa. Addobbi, arcate, “spalliere” e componenti della cassarmonica venivano poi ri­posti nei depositi di vico De Notaristefano (affianco all’ex convento di Santa Chiara), che i tarantini più anziani conoscono come “ret’u sale”, dove il Mono­polio custodiva il sale da porre in vendita.

Una curiosità: il prof. Antonio Fornaro racconta che nella vici­na piazza Duomo, affianco alla salumeria Perrone (anche que­sta chiusa), in un grande sotter­raneo funzionava una rinomata fabbrica di coni per gelati, par­ticolarmente gustosi, richiesti in tutt’Italia.

 

1 Commento
  1. oronzo 10 mesi ago
    Reply

    Invece di andare a cercare le luminarie in qualche altra città a Salerno

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche