24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Giugno 2021 alle 20:01:57

Cultura News

Scuola e famiglia, per una cultura della responsabilità

La formazione scolastica al tempo del Covid

La scuola ai tempi del covid
La scuola ai tempi del covid

Dal 18 di maggio fino alla pri­ma settimana di agosto il trend pandemico è stato negativo: la nostra proiezione aveva un rife­rimento preciso: l’autunno. Anzi i primi sbalzi di temperatura: i primi freddi del tardo ottobre. Allora l’avremmo visto riappa­rire; non già prima. Lui avrebbe rispetto le nostre vacanze.

Ma non è stato affatto così.

All’inizio dell’ultimo mese esti­vo il Covid19 si è ripresentato, quando meno si pensava che potesse ritornare (in estate?!), e, con Lui, tutto quello che ab­biamo vissuto. Si sono riprofilati sull’orizzonte tutti quei timori, quelle preoccupazioni, che ci hanno angosciato le giornate primaverili.

Resisto alla tentazione di farne un’analisi delle cause, indivi­duali e istituzionali,che avrebbe finito per arenarsi nelle secche della diversità delle competen­ze politiche, centrali e regio­nali, e delle differenti volontà ideologiche,e che, piuttosto che gettare luce, avrebbe oscurato quel poco di chiarezza generale che si ha; faccio soltanto del­le brevi sottolineature sul tema dell’istruzione, o meglio della formazione, in epoca coronavi­rus, che, certamente, oltre l’atte­so vaccino,costituisce una delle condizioni di base per difen­dersi.

Richiamo prima,e rapidamen­te, il contesto odierno, segnato dalla globale crisi finanziaria, giammai vista prima, e carat­terizzato dai governi dei vari Paesi impegnati a supportare industrie, welfare, a restringere la mobilità internazionale mai così severamente, fino a costrin­gere la gente in isolamento in casa per circa tre mesi, con il conseguente apprendimento co­atto a (saper) lavorare da casa.

Le scuole in Italia e in molti al­tri Paesi, specie europei (e non solo), sono state chiuse per circa tre mesi. Non poco apprendi­mento è stato realizzato online. E ciò è ancora più vero, anzi più grave, per quanto riguarda tan­ti giovani, che, marginalizzati dalla povertà, hanno sofferto di più per la chiusura delle scuole e delle università. Annoto a mar­gine che le forme di selezione per essere ammessi all’universi­tà sono state in parte cancellate (specie in Inghilterra) non con­sentendo a non pochi giovani di avere indicazioni relative ai cor­si universitari da intraprendere e per i quali avevano maggiori attitudini: sono stati così privati dei suggerimenti che potevano offrire loro per indirizzarli nella scelta.

E vengo al punto: in un mondo che sta cambiando e ci sta cam­biando le pratiche didattiche e educative di solito considerate “normali” sono diventate ogget­to questionabile.

In estrema sintesi ed esempli­ficando: Che cosa si può fare e come per sopperire alla man­canza dell’insegnamento face to face?

Come l’apprendimento della didattica a distanza (online le­arning) può essere migliorato e soprattutto potenziato? Come la valutazione va riorga­nizzata senza riporre fiducia – o solo contare – sulle tradizionali forme di esame?

ìNon è facile dare risposte in un tempo imprevisto come l’attua­le, un punto resta però fermo: la relazione didattica dovrà ri­definirsi, rinnovarsi nelle forme (per esempio: le modalità comu­nicative e le forme locutorie per presentare agli alunni le attuali crisi determinate dalla pande­mia non possono essere svianti e edulcorate) e nei contenuti. È urgente difatti portare gli alunni a conoscenza del senso di pre­carietà che è stato riavvertito da tutti con un’intensità impen­sabile durante questa nostra grave esperienza. Richiamare poi il tema dell’uguaglianza, oggi, come non mai riproposto, in forma acuta. E, non ultimo, promuovere, fin dai primi gradi scolastici, la responsabilità del singolo e della comunità delle persone che popolano la nostra bistrattata Terra. Subito una an­notazione: lo spazio non è il pro­blema centrale oggi per la scuola o meglio: non si tratta soltanto di avere spazio fisico fra i soggetti, quanto far avvertire la responsa­bilità sociale (e non solo: anche, morale e ecologica) che ogni alunno deve attestare nei suoi comportamenti nei suoi rapporti con i compagni,con gli amici e con tutti gli altri. Occorre ride­stare e potenziare la responsa­bilità personale che ciascuno in­dividuo deve avere nei confronti dei propri simili. E di più: nei riguardi di tutto il creato.

È sicuramente il tempo in cui la scuola, l’università e la fa­miglia devono trovare una fat­tiva intesa,diretta non solo a una mera capacità ricettiva, ad accogliere e a saper ascoltare i giovani, quanto volta a una ine­dita forza proposititiva, marca­tamente testimonial, in grado di esprimere condotte e attestare virtù ormai eclissate nei com­portamenti di non pochi adulti. Significativo diviene il contri­buto della ricerca educativa na­zionale (Siped, Sird) e interna­zionale (Isatt), che è chiamata a rianalizzare sul campo la natura del lavoro degli insegnanti, fo­calizzando l’attenzione anche su come questi sono considerati in policy. E dunque lumeggiando­ne un maggiore riconoscimento sociale e la conseguenziale valo­rizzazione del lavoro in termini economici. Analisi e studio del­le pratiche d’insegnamento che si polarizzano – si badi – sulle questioni sollevate dai ricerca­tori operanti a stretto contatto con le istituzioni formative. Una ricerca educativa bottom up e non meramente teorica, dunque, in vista di far emergere le nuo­ve conoscenze e le competenze essenziali richieste da parte de­gli insegnanti in tempo di crisi, contribuendo, con dati di fatto, a supportare l’azione educativa in tempi straordinariamente nuovi. Insegnanti preparati aiutano ge­nitori preoccupati ad alimentare la tensione all’intesa e all’ uni­taria azione formativa, fatta di esempi e di modelli concreti, e non già di mere parole vuote e, come tali, controproducenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche